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La legge elettorale divide la Cosa arcobaleno

Uno spettro si è aggirato per il vertice di maggioranza di ieri: quello della legge elettorale. E con esso anche quello della Cosa rossa. Certo, la sinistra dell’Unione ha incassato da Prodi due impegni che ricalcano ciò che non da oggi sostiene Rifondazione: «Tutto ciò che sarà recuperato dall’evasione fiscale o da altre forme di extragettito dovrà essere indirizzato alla riduzione del carico fiscale dei lavoratori e delle famiglie». E ancora: «È difficile continuare con un sistema in cui lavoro e impresa sono tassati più delle rendite finanziarie», ha detto ieri il premier che ha proposto di uniformare le aliquote sulle rendite finanziare al 20 per cento». Praticamente musica per le orecchie della sinistra-sinistra. Fin qui tutto bene. È chiaro che ora si dovrà passare dal “che cosa” al “come” e che il cammino presenterà qualche ostacolo, ma, per la Cosa rossa, non è su questo fronte che si annidano i problemi. I quali hanno principalmente un nome: legge elettorale. Che il dossier stia diventando tra i più difficili da gestire lo mostra una palpabile tensione tra i quattro partiti che martedì incontreranno Prodi per consegnargli - formalmente - un documento in cui sono indicate le priorità di governo a partire dalle questioni economiche. Ma quella sarà l’occasione anche per un confronto sulla legge elettorale.

Il punto è che ad oggi non c’è nessuna possibile intesa sulla legge elettorale tra i partiti della sinistra arcobaleno, proprio nessuna. Rifondazione è pronta all’accordo col Pd di Veltroni a partire dalla bozza Bianco (vai alla voce: «premietto» di maggioranza in cambio del recupero nazionale resti). Verdi e Pdci non ci stanno: il Prc vuole fare un’alleanza con una legge che ci costringe a scioglierci, dicono, ormai neanche tanto a microfoni spenti. E chiedono asilo politico a Prodi. Conseguenza: la Cosa rossa è a rischio. Di qui, appunto una serie di tensioni che, ad oggi, paralizzano anche la discussione su una road map comune. Argomento gruppi parlamentari: l’accordo raggiunto prevede che nei momenti più significativi parli uno a nome di tutti, ma la discussione sui gruppi unici è ferma a causa dei veti incrociati. Non solo: il nome di Cesare Salvi, indicato anche da Rifondazione come capogruppo del futuro soggetto unitario, sarebbe stato bloccato dal veto di Verdi e Pdci. Argomento amministrative: la presentazione di un simbolo comune sta registrando più di una resistenza. Su tutte si profila il caso Roma dove, per ora, non c’è accordo sulla lista, e i Verdi sono sempre più intenzionati ad andare da soli. Per non parlare del simbolo, su cui la discussione è rimasta ferma al momento in cui fu definito un «segno grafico» e non un simbolo politico. Argomento leadership: le tensioni interne a Rifondazione complicano assai le cose in vista del prossimo congresso, che infatti è stato rimandato. Ferrero spinge per la federazione della sinistra perché vorrebbe fare il segretario di Rifondazione, Giordano è al bivio: se accelera sulla linea Bertinotti di fatto rinuncia alla leadership, ma se frena salta tutto. E Vendola? Un sondaggio del Sole-24Ore di qualche giorno fa che lo dava in calo di popolarità come presidente della sua Regione è diventato, dentro Rifondazione, una delle armi brandite da chi lavora contro l’ipotesi della sua leadership.

In questo quadro, è proprio la legge elettorale lo spartiacque della Cosa rossa. E non è un caso che ieri lo spettro che si aggirava nel vertice lo abbia materializzato, dall’America Latina, Fausto Bertinotti, che ha sbattuto il tema (e la politica) sul tavolo. Il presidente della Camera, parlando di quello che succederebbe in caso di referendum e di vittoria del sì l’ha messa giù dura: «Ne uscirebbe una legge che è il contrario di tutto ciò che le forze politiche impegnate nel dibattito sulla riforma elettorale hanno finora detto. Si potrebbero produrre una, due, tre, mille organizzazioni politiche in cui la frammentazione diventerebbe la regola e sarebbero incentivate rendite di posizione». E ha aggiunto: «Quell’esito sarebbe nocivo per la democrazia del paese quanto il sistema elettorale oggi in vigore. Il rischio è quello di una crisi comparabile con quella della Quarta Repubblica francese». Ma soprattutto ha affermato: «Le regole devono essere condivise, è uno smacco se non lo sono. Poi, siccome ci devono essere, qualche volta possono essere decise anche con maggioranze non esaltanti. Ma devono essere condivise in modo tale che la competizione avvenga senza che nessuno pensi che l’altro ha la volpe sotto l’ascella». Chiosano i suoi: per Bertinotti, ottenuti i correttivi minimi alla bozza Bianco, il testo si può votare anche col Pd e Forza Italia. E la Cosa rossa? Con chi ci sta.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 11 gennaio

Pubblicato il 11/1/2008 alle 14.49 nella rubrica Diario.

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