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Diario


1 marzo 2008

Crespi si divide tra Boselli e la Santanché

Questa volta Luigi Crespi, l’inventore del «contratto con gli italiani» stipulato in tv da Silvio Berlusconi nel 2001, non gioca nella parte di consigliere del principe. Ma non è nemmeno un semplice spettatore. In questa campagna elettorale “il mago dei sondaggi” potrebbe essere determinante per due partiti piccoli alle prese con la battaglia per la vita (ovvero lo sbarramento del 4 per cento): la Destra di Storace e di Daniela Santanché e i socialisti di Boselli. Crespi, in una conversazione col Riformista, nega di essere il guru della Santanché: «Daniela è una donna di comunicazione. Certo che ci confrontiamo, parliamo ma non ha bisogno dei miei consigli. Vuole un giudizio sulla sua campagna elettorale? È spaventosamente brava: sta valorizzando al massimo la sua persona: donna, madre, imprenditrice di successo, che riesce a parlare sia ai manager che alle massaie. Va bene così e non deve fare cambiamenti. Sarebbero percepiti come una messa in scena».

Sui socialisti Crespi si nasconde dietro un classico «no comment». Ma la trattativa è in corso: il segretario dello Sdi Enrico Boselli avrebbe scartato altre due società di comunicazione e, intorno alla metà della prossima settimana, dovrebbe dare il via libera all’ex guru del Cavaliere. Il quale lascia intendere come imposterà la campagna dei socialisti: «Boselli è un uomo mite. E quando un uomo mite si incazza è difficile da contenere. Certo i socialisti stanno bassi nei sondaggi. Ma con i radicali che hanno edulcorato la loro presenza si apre uno spazio sulla laicità e sui diritti. E i socialisti potrebbero essere una sorpresa». E proprio sulla sorpresa Crespi è alla ricerca di una mossa a effetto: «Ci stiamo lavorando» dice.

Sui principali sfidanti Crespi, che una settimana fa si dichiarava un po’ deluso da Berlusconi, oggi si mostra invece un po’ deluso dal Pd: «La sintesi simbolica che ha prodotto il Pd è sbagliata. O meglio, è stata azzeccatissima fino all’accordo con Di Pietro. L’“andiamo da soli” era vincente: comunicava forza, discontinuità, coraggio, puntava sull’insoddisfazione diffusa. E infatti Veltroni in quel periodo ha recuperato cinque punti, facendo dimenticare Prodi che, sulla comunicazione più che sul governo, era un disastro: sembrava sfottesse la gente. Veltroni invece all’inizio le ha azzeccate tutte: il collegamento con la grande emozione americana, lo slogan “scegliete quale paese non quale partito”, il discorso di Spello. È stato un inizio spettacolare che ha stordito Berlusconi e ha riacceso una speranza». Poi, cosa è successo? «È arrivato il ma-anchismo: Di Pietro, i radicali. Si sono messi a litigare e nell’opinione pubblica tutto il lavoro fatto per settimane si è disperso in un momento. Mi spiego meglio: è finito un percorso emotivo e le discussioni hanno fatto rivivere, anche se magari solo per un attimo, i due anni di governo precedente. E simbolicamente è passato un altro messaggio: Veltroni ha cambiato abito ma i suoi sono gli stessi di prima. Questo è il dato di mood. Conseguenza: si è arrestato il grande recupero e ora il distacco con Berlusconi è tra gli otto e dieci punti, anche se mancano ancora 45 giorni». Un consiglio a Veltroni? «Far tacere il pollaio per sempre. La pluralità di voci, nel suo caso, porta a un calo di legittimazione. Ha fatto un lavoro stupendo e glielo hanno fottuto: usi il napalm».

E Berlusconi? «L’ho criticato perché è partito in ritardo e perché spot e manifesti non sono efficaci. Non comunicano un fatto nuovo e manca la sua faccia che è un marchio molte forte. Ma devo ammettere che poi si è mosso bene: ha detto no alla Destra, no a Ferrara, no all’Udc e riuscirà a vendere, rispetto a Veltroni, maggiore coerenza, convinzione e fermezza. E ha fatto bene anche ieri a dichiarare che rifarà il contratto con gli italiani: secondo i dati che ho, il suo elettorato è convinto che l’abbia rispettato e si identifica in quel modello». Un consiglio a Berlusconi? «Anche a lui, come a Veltroni serve una mossa a effetto perché tra un po’ l’opinione pubblica percepirà che i candidati non sono solo due Ma in generale meno fa, meglio è. Io sono un taoista: si può vincere senza combattere. O meglio, Berlusconi deve condurre la campagna elettorale combattendo poco e bene, senza strafare e puntando sulla credibilità».

E Bertinotti? «Ha sbagliato a togliere falce e martello perché in questo paese c’è uno spazio che si identifica con un post-comunismo democratico. L’arcobaleno non ha appeal. E Ferrando, che con la sua falce e martello può prendere l’1,5 per cento, può far male alla Cosa rossa. Al fondo c’è un problema identitario: Bertinotti ha governato e ora vuole presentarsi come antagonista». Chi vincerà? «Se dovessi scommettere oggi, scommetterei sulla vittoria di Berlusconi. Ma martedì che arrivano i nuovi sondaggi da Milano le saprò dire meglio…».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 1° marzo




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 1/3/2008 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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