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Diario


28 febbraio 2008

I salari di Walter e Fausto non piacciono a Cisl e Uil

La Sinistra arcobaleno critica il programma di Veltroni e pure il suo feeling con la Cgil. E Veltroni non perde occasione per attribuire alla sinistra-sinistra un’impostazione «conservatrice». Proprio il lavoro sembra essere uno dei principali temi di scontro di questa campagna elettorale. Ieri il leader Fausto Bertinotti ha lanciato, in alternativa all’idea veltroniana di salario minimo, la sua proposta (rivolta a una platea più estesa) di un «salario sociale per chi si iscrive al collocamento, precari e disoccupati». Ma che ne pensano i sindacati del programma del Pd per il welfare? Certo, dicono un po’ tutti, un conto sono i sindacati, un conto sono i partiti. Così come un po’ tutti, dentro Cgil, Cisl e Uil, sottolineano che non c’è niente di male a partecipare alla vita di un partito «da singoli militanti». E che se poi il partito in questione, il Pd, fa propri (come ha fatto) molti aspetti della piattaforma unitaria dei sindacali, aggiungono, è ancora meglio.

Ma se dai sindacati, con qualche “se” e “ma”, arriva un via libera alla linea del Pd, la proposta di salario minimo non piace a tutti. Dice Paolo Pirani, segretario confederale della Uil: «La proposta va capita meglio. Noi siamo contrari al salario per legge, per di più mensile. Si possono invece fissare dei limiti tabellari orari. Così come va ripreso il discorso sugli ammortizzatori sociali». E il resto del programma? «Sono giuste le linee di fondo: la riduzione della spesa, così come la priorità della crescita. Non è vero, infatti, come dice la sinistra radicale, che ridurre la spesa significa toccare il welfare: vanno tagliati i centri di costo che si sono moltiplicati in questi anni come agenzie, concorsi, comunità montane cresciute a fianco delle amministrazioni locali». Ma soprattutto a Pirani piace l’idea di potenziare la contrattazione di secondo livello: «Occorre passare dal sistema del 23 luglio centralizzato e finalizzato alla lotta all’inflazione a un sistema flessibile che favorisca lo scambio produttività-salari e incoraggi la contrattazione decentrata». Su un altro punto però Pirani muove una critica: «Nel programma manca la tassazione delle rendite finanziarie. E aggiungo: se il problema dei salari è centrale bisogna operare concretamente sulla loro detassazione». Nel programma è scritto che le parti sociali devono cambiare le loro regole sulla rappresentanza. Precisa Pirani: «Mi auguro che non ci sia nessun intervento legislativo e che il tema della rappresentanza sia rimesso alle parti. L’idea di Ichino di frammentarla aumenterebbe la conflittualità sociale».

Per il presidente dell’Ires Agostino Megale («porto un solo cappello, quello della Cgil, non del Pd» dice) invece il salario minimo è una buona idea: «Noto che i mille euro netti mensili sono lievemente sopra i minimi contrattuali. Il che significa che la proposta parla a quei milioni di lavoratori che non hanno né legge né contratto. Ed è positivo che si immagini su questo tema un percorso attraverso la concertazione». Ma il vero elemento di forza del programma, per Megale, è nelle proposte riguardanti a formazione: «Viene rilanciato l’apprendistato come nuovo strumento formativo e di stabilità. Può non piacere ai modernisti alla Ichino che ci possano essere soluzioni alternative al contratto unico e all’abolizione dell’articolo 18, ma la linea che è stata seguita è giusta: investire sulla formazione e incentivare il lavoro stabile. Significa che i precari devono costare alle imprese un euro in più del lavoro stabile».

Il giuslavorista Romano Benini, consulente del ministro del Lavoro Damiano, ha qualche perplessità sul salario minimo: «L’idea è giusta ma il programma del Pd non è preciso. Parla di salario minimo per i “collaboratori economicamente dipendenti”, ovvero per i parasubordinati di cui tanto si discute. Ma non comprende i contratti a termine e gli interinali che costituiscono il grosso dei lavoratori precari in Italia. La vera novità del programma è la formazione anche per i lavoratori disoccupati, fortemente voluta da Treu e Morando, che inserisce elementi della cosiddetta flexicurity».

Il segretario aggiunto della Cisl Pier Paolo Baretta afferma: «Il salario minimo garantito non mi convince, quello sociale di cui parla Bertinotti ancora meno. Il rischio è quello di non stimolare la ricerca del lavoro. Tra l’altro se si tratta di un salario d’accesso per chi ha un lavoro precario è difficile parlare di salario mensile. Andrebbe piuttosto articolato per ora». Ma Baretta è critico anche su altri due punti: «Manca la tassazione delle rendite. Ci hanno detto che avrebbe inciso sui redditi bassi. Ma si sarebbe potuto pensare a una soluzione graduale. E l’intervento sulle aliquote rischia di assorbire risorse. Bisogna invece concentrarci sulla priorità vera: le detrazioni al lavoro dipendente».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 28 febbraio




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 28/2/2008 alle 18:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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