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alessandrodeangelis


Diario


7 marzo 2008

Anche i socialisti, nel loro piccolo, si incazzano

Lui, ex guru della comunicazione del Cavaliere, Luigi Crespi minimizza il suo ruolo: «Cerco solo di dare una mano ai socialisti per migliorare le loro performance. La struttura della comunicazione già esiste e lavora bene. Io contribuisco a renderla più visibile». Eppure il nuovo stile aggressive del mite Boselli è targato proprio Luigi Crespi. A lui è stato dato l’incarico di gestire quella che per i socialisti assomiglia sempre di più alla battaglia della vita: superare lo sbarramento del quattro per cento. A questa mission impossible sarebbe legato anche da un contratto - pure se tutti smentiscono, a partire dall’interessato - che prevede un cospicuo compenso in caso di raggiungimento del risultato. E lui, l’uomo che inventò il più celebre contratto con gli italiani, quasi fosse in una seduta psicoanalitica, ha dato ai socialisti un ordine ben preciso: cacciate tutta la vostra rabbia, siate incazzati. Dice Crespi: «La rabbia è un sentimento diffuso, non è un trucco mediatico. Sono incazzati tutti, da Bobo Craxi a Villetti, da Angius a De Michelis. E, dal loro punto di vista, hanno ragione». E per mettere a punto la strategia del «siamo socialisti e siamo incazzati» (come è scritto sui primi manifesti della campagna elettorale), a San Lorenzo in Lucina ogni mattina si svolge una riunione fiume presieduta proprio da Crespi: tre, quattro ore di brainstorming serrato, dalla lettura dei giornali all’analisi dei messaggi mediatici, alla gestione dell’agenda elettorale. Obiettivo: costruire un’immagine aggressiva, diretta. Via il bon ton e la diplomazia di Palazzo: l’imperativo è scagliarsi contro l’avversario. Quale? Veltroni, of course. Dice Villetti, anch’egli un mite diventato aggressive: «Veltroni sta provando a cancellarci e per fare questo ha inglobato i radicali, perché considera la laicità il tallone d’Achille del Pd. Ma questo esalta il nostro ruolo. Diremo che Veltroni ha deposto le armi di fronte a Berlusconi prima di combattere».

È quasi uno schema da avanguardia quello che interpreteranno Boselli&Co nel prossimo mese: “contro” il tentativo di cancellare una storia gloriosa, “contro” la linea di Veltroni (che porterebbe a una sconfitta «epocale» il centrosinistra, dicono), “contro” l’inciucio con Berlusconi. E “contro” il sistema dell’informazione. Ieri Boselli ha messo in atto la prima iniziativa eclatante lasciando lo studio televisivo durante la registrazione di Porta a Porta: «Questa è la prima trasmissione politica alla quale sono stato invitato negli ultimi due mesi: ci sono regole truccate perché gli elettori non conoscono i nostri programmi, i nostri volti e non sanno che io sono candidato premier per il Partito socialista» ha affermato il leader del Ps.

All’uscita, presente tutto il gruppo dirigente e alcuni militanti che hanno esposto i cartelli «Anche i socialisti pagano il canone» e «Rai tv censura di tutto di più», Boselli ha pure improvvisato un comizio davanti alla sede Rai di via Teulada per protestare contro «l’oscuramento della tv pubblica sui socialisti». E ha annunciato altre iniziative di protesta sotto Mediaset e sotto le sedi dei quotidiani. Ma, se non si riesce a sfondare a Roma, tanto vale partire dalla provincia. Il piano B di Crespi, dicono a San Lorenzo in Lucina, prevede un massiccio investimento in spot sulle tv locali e su internet, ovviamente sempre all’insegna della rabbia.

Anche l’apertura della campagna elettorale, che si terrà domani pomeriggio all’auditorium del Massimo, sarà segnata da questo stile. La scenografia messa a punto dalle registe Katia e Titti Simmi prevede due filmati più di lotta che di governo. Il primo con immagini di lavoratori, di ieri e di oggi, sulle note della canzone Eppure soffia di Pierangelo Bertoli, anch’essa un po’ incazzata. Il secondo celebra il centenario dell’8 marzo sulle note di Respect di Aretha Franklin. Dietro il palco, a testimoniare che il socialismo non sarebbe un reperto archeologico, la scritta su uno sfondo rosso fuoco: «Socialismo adesso, socialismo ahora», con una chiara allusione a Zapatero. Dice Katia Simmi: «Certo che siamo incazzati e che chiediamo rispetto. Non si può cancellare una storia di cento anni».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 7 marzo




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7 marzo 2008

Chiusa la parentesi Calearo, Ichino ne apre un'altra

Che le candidature di Calearo e Ichino avessero prodotto all’interno del Pd una certa fibrillazione lo si era capito da subito. E si era capito pure (vai alla voce: caso Calearo) che non bastava evocare il programma del Pd per riassorbire le contrapposizioni con i sindacati, in particolare con la Cgil. Infatti pare che lo stesso Veltroni sia intervenuto direttamente sull’ex presidente di Federmeccamica per chiedere un maggiore spirito di squadra. Eppure (per la serie: ogni giorno ha le sue pene) ieri è stato l’altro candidato “scomodo”, il professor Ichino, a riaprire il fronte con i sindacati. Il giuslavorista, in un’intervista sulla Stampa, ha affrontato, senza troppe perifrasi, due temi che vanno dritti dritti in rotta di collisione con Cgil, Cisl e Uil, e non solo, come l’abolizione dell’articolo 18 e la libertà di licenziamento. Riproponendo la sua idea di contratto unico, Ichino ha affermato: «Dopo un periodo di prova di sei mesi l’articolo 18 si applica per i licenziamenti disciplinari e contro quelli per motivo illecito, di discriminazione e di rappresaglia. Ma il controllo giudiziale deve essere limitato a questo. Se invece il motivo del licenziamento è economico o organizzativo la protezione del lavoro è costituita da un congruo indennizzo commisurato all’anzianità». E ancora: «È il costo del licenziamento a costituire il filtro delle scelte imprenditoriali. Un filtro molto migliore di quanto possono essere i procedimenti giudiziari». Vista dalla parte dei sindacati, le affermazioni suonano più o meno così: se non devono essere valutate dal giudice le cause di un licenziamento, il punto diventa solo economico; ma se si toglie questo aspetto di «vertenzialità» sulla «giusta causa» si tolgono anche i diritti. E in Corso Italia ricordano come per ragioni tecnico-produttive (in caso di ristrutturazioni aziendali, ad esempio) c’è già una legge che prevede una libertà di licenziamento. Quindi, dicono, Ichino mira a togliere i diritti.

Il segretario confederale della Cgil, e candidato del Pd in Veneto, Paolo Nerozzi non usa mezzi termini: «Ci si dovrebbe attenere al programma del Pd che non parla di abolizione dell’articolo 18. Aggiungo che per noi il dibattito in materia si è chiuso con la manifestazione del 2002 al Circo Massimo. Certo, è legittimo che Ichino manifesti le sue opinioni, ma credo che il problema sia estendere i diritti a chi è escluso o pensare a quei nuovi diritti che lo Statuto dei lavoratori non poteva prevedere. E trovo strano che per estendere i diritti si debba iniziare col tagliarli». E avverte: «L’unità dei sindacati è un importante elemento di tenuta sociale del paese. Mi aspetterei più considerazione per le nostre proposte ». Sulla stessa linea il segretario confederale della Uil Paolo Pirani: «La discussione su Ichino e Calearo è inutile e fuori dalla dinamica concreta. Contano i programmi. E conta pure la piattaforma dei tre sindacati, in cui si fissano tre obiettivi: la centralità del contratto nazionale, la necessità di estendere la contrattazione di secondo livello, e il fatto che si deve andare verso la stabilizzazione del lavoro precario rendendolo più costoso».

La sortita di Ichino non è affatto piaciuta agli ambienti veltroniani di stretta osservanza. Morando, che del programma è stato uno degli principali artefici, afferma: «Nel programma sono state enunciate cose precise: l’allungamento del periodo di prova rispetto a quello attuale e quello dell’apprendistato. E alla fine dell’uno o dell’altro di questi periodi abbiamo previsto incentivi alle imprese che assumono a tempo indeterminato. Punto. Ciò detto, il programma impegna tutti, da Ichino a Nerozzi». Anche Tiziano Treu prende le distanze: «Le proposte di Ichino, peraltro note, sono politicamente inopportune. Riaprirebbero lo scontro sociale sull’articolo 18. Aggiungo che nel programma del Pd, senza infrangere frontalmente il tabù dell’articolo 18, raggiungiamo lo stesso il risultato con altre misure. Per quanto riguarda poi l’altro tema sollevato da Ichino, ovvero la durata dei processi, che per le imprese costituisce un costo, eravamo giù pronti a varare un disegno di legge per rendere più efficienti i processi in materia di lavoro. Lo riproporremo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 7 marzo




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6 marzo 2008

Il Pd di Passoni è opposto a quello dell'imprenditore

Prima la tragedia: la partecipazione, a Molfetta, al corteo di Cgil, Cisl e Uil dopo l’incidente in cui hanno perso la vita cinque operai. Poi, nel pomeriggio, l’opportunità, con la firma dal notaio della candidatura che lo vedrà impegnato col Pd in Toscana. Per il segretario confederale della Cgil Achille Passoni c’è un filo rosso che lega le due cose: la convinzione che le ragioni del lavoro possano trovare una compiuta espressione nel Pd. Un partito che, visto dalla parte del segretario confederale della Cgil, è assai diverso da quello di Calearo. Il quale, solo per ricordare qualche dichiarazione, ha affermato che i programmi del Pd e di Confindustria sono molto simili, che è arrivato il momento di togliere l’articolo 18, e che destra e sinistra non esistono più. Dice Passoni: «Destra e sinistra ci sono eccome e io, nel Pd, mi sento in un moderno partito di sinistra. È chiaro che in un grande partito trovano posto una pluralità di espressioni. Ma è altrettanto chiaro che questa pluralità di espressioni è tenuta assieme dal manifesto programmatico, dalla carta dei valori, dallo statuto e dal programma elettorale. Se uno si candida deve accettare questi paletti. Tutto il resto sono chiacchere». E, proprio partendo dal programma, Passoni indica le priorità del Pd che rispetto a quelle di Confindustria qualche differenza ce l’hanno, eccome: «La lotta alla precarietà è centrale, ed è il segno di quale campo occupi il Pd. Tra l’altro la proposta di un minimo garantito per i precari offre delle tutele a una larga fascia di persone che lavorano sottopagate. È chiaro che questa misura, da sola, non basta e che dovremo riformare gli ammortizzatori sociali. Ma è un segno ben preciso». Sulla legge Biagi afferma: «La vera piaga del nostro paese è il parasubordinato, ovvero quei lavoratori che hanno contratti precari e svolgono mansioni come se fossero dipendenti. La prima cosa da fare è smascherare queste situazioni, come ha fatto il ministro Damiano sulla vicenda dei call center. Poi bisogna rendere quel lavoro più costoso per incentivare le imprese alla stabilizzazione». E precisa: «Al congresso della Cgil indicammo la necessità di una nuova legislazione sul lavoro. E fissammo degli obiettivi: ridurre la pletora dei contratti che vengono usati, combattere l’idea che il lavoro sia una merce e il lavoratore sempre disponibile, e pure quella per cui il sindacato sia una sorta di ammortizzatore sociale e non un soggetto della rappresentanza». Tradotto: per Passoni, la legge Biagi va superata. Sul capitolo dell’articolo 18 Passoni taglia corto: «Il dibattito si è chiuso nel 2002 con la grande manifestazione in cui la Cgil portò oltre tre milioni di lavoratori al Circo Massimo. Aggiungo: non deve passare l’idea che si taglia a chi già ha poco per dare a chi ha meno. Questa è un’idea davvero balzana. Le tutele vanno estese, non tolte». Passoni contesta anche l’idea esposta da Calearo a Ballarò che la caduta del governo Prodi sia stata un bene: «È stato interrotto un cammino in cui si stavano prendendo misure a vantaggio del mondo del lavoro. Il Protocollo è stato molto importante. E a gennaio eravamo arrivati a discutere su come redistribuire l’extragettito. L’interruzione della legislatura ha nuociuto ai lavoratori».

Il programma del Pd, per Passoni, non solo è diverso da quello di Confindustria ma ha recepito anche alcuni punti significativi della piattaforma dei tre sindacati confederali. Sul fisco: «Si deve usare la leva fiscale per ridare potere d’acquisto ai salari. Quindi prima bisogna fare detrazioni per il lavoro dipendente e poi rimettere mano alle aliquote». Sui contratti: «La contrattazione di secondo livello va estesa visto che ora copre una minoranza del mondo del lavoro. Per quanto riguarda i contratti è sbagliato contrapporre quello nazionale a quelli di secondo livello. Il contratto nazionale tutela l’universo del mondo del lavoro. Mentre la contrattazione di secondo livello deve ridistribuire la ricchezza là dove viene prodotta. Ma va estesa».

E sul capitolo sicurezza il segretario confederale della Cgil lancia quasi un appello: «Il decreto sulla sicurezza deve passare. E Confindustria dovrebbe contribuire a creare una cultura della sicurezza sul lavoro».


Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 6 marzo




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5 marzo 2008

Calearo: "Il Nord-Est come Den Xiao Ping"

Tutte queste differenze tra Montezemolo e Veltroni, o meglio tra i rispettivi programmi, il neocandidato del Pd Massimo Calearo non le vede proprio. Poco importa che il presidente degli industriali abbia elencato come priorità di Confindustria liberalizzazioni, privatizzazioni, meno tasse alle imprese, oltre alle riforme che rendano governabile il paese. E che Veltroni, almeno così dice, considera la lotta alla precarietà la mission del Pd. L’ex presidente di Federmeccanica continua a ripetere le parole d’ordine con cui proverà ad andare alla conquista del Nord-Est con le bandiere del partito di Veltroni. Anche se lui, Calearo, a quelle dell’impresa non rinuncia affatto. E non le considera incompatibili con quelle del Pd. In una conversazione col Riformista spiega: «Il decalogo di Confindustria e i 12 punti del programma del Pd hanno molti aspetti in comune. Anzi, il significato profondo di alcune ricette su lavoro, produttività, scuola e burocrazia è lo stesso: modernizzare il paese». Per Calearo la modernizzazione del paese sta tutta in una formula: «La cultura del fare», che è poi, a suo giudizio, il tratto distintivo del modello Nord-Est. Dice Calearo: «La cultura del Nord-Est è quella che privilegia il raggiungimento dei risultati rispetto all’ideologia. Detta con Den Xiao Ping: non è importante di che colore sia il gatto, è importante che prenda il topo. Questo è lo spirito di quelle regioni in cui l’88 per cento delle imprese è di prima generazione: si tratta di aziende nate dallo sforzo di tecnici, di ex operai, di persone che sono riuscite a trasformare la parte povera del paese nella locomotiva d’Italia». Una «cultura del fare» che, per Calearo, è tutt’uno con i valori cattolici: «Non è affatto un caso che in quelle zone sia la Cisl il sindacato più forte: i valori di riferimento sono: famiglia, lavoro e campanile. E io, di quei valori, sono una espressione». E la Cgil? «È più presente nelle grandi imprese».

Sul capitolo precarietà Calearo spiega: «La precarietà è un problema per tutti, ma innanzi tutto per l’impresa che, nel villaggio globale, per competere deve fare i salti mortali. Sono gli imprenditori i primi che soffrono la concorrenza, il mercato, i processi di internazionalizzazione». E i lavoratori? «Le cito un dato certo. Nel settore metalmeccanico il 90 per cento dei contratti a termine è diventato a tempo indeterminato. Aggiungo: la legge Biagi per me è una buona legge. Bisogna completarla con la riforma degli ammortizzatori sociali». E l’articolo 18? «Guardi, quando Confindustria voleva eliminarlo gestì male la partita. Ora, se il tema venisse affrontato in maniera diversa, l’articolo 18 si potrebbe togliere. E sarebbe un elemento di modernizzazione del paese. Ma l’importante, su questo tema, è non partire con una impostazione ideologica».

Anche sul capitolo pensioni l’ex presidente di Federmeccanica ha una sua proposta: «Ho una idea personale e la renderò esplicita al momento opportuno: bisogna trasferire il peso del lavoro da chi lavora a chi consuma. Ma non è questo il momento adatto per parlarne. Magari se sarò eletto proporrò una legge ispirata a questo criterio». Ma è sul tema dei contratti che Calearo insiste e le sue idee in rotta di collisione con una parte della sinistra ci vanno, eccome: «Va potenziata la contrattazione di secondo livello. Si tratta di una opportunità, non di un rischio. Mi spiego meglio: i soldi vanno dati dove si fanno. Certo, i contratti nazionali sono una condizione di salvaguardia pubblica, da Palermo a Bolzano, per intenderci. Ma un operaio di Palermo e uno di Bolzano non sono uguali, o meglio, non vivono nello stesso contesto. Basta vedere quanto costa un caffè a Palermo o a Bolzano. Quindi il contratto nazionale serve come punto di partenza per tutelare la parte debole del sistema. Ma i salari non possono essere uguali, e vanno legati alla produttività. E non è affatto vero che legarli ai risultati equivale a indebolire o ad attaccare il sindacato». Calearo conclude con la sua visione di partito post-ideologico: «Destra e sinistra sono idee superate: sono solo luoghi dove ci si siede in Parlamento. Un paese moderno non è né di destra né di sinistra. Basti vedere cosa accade in Europa: Tony Blair non era né di destra né di sinistra, è uno che ha modernizzato l’Inghilterra». E Zapatero? «Non lo condivido al cento per cento. Un mix tra le sue politiche e quelle di Aznar sarebbe la formula vincente».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 5 marzo




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4 marzo 2008

Il modello nord-est non convince la Cgil

Da un lato c’è il Pd di Veltroni che punta, o almeno ci prova, a raccogliere consensi in una parte «della borghesia dinamica». E candida nelle proprie liste il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo che di quel mondo, almeno così dicono, sarebbe espressione. Dall’altro c’è chi crede ancora nella lotta di classe (vai alla voce: Bertinotti), o comunque considera difficile, se non impossibile, che “lavoratori” e “padroni” possano convivere in uno stesso partito: «Il Pd ha scelto Confidustria», ha dichiarato ieri al Corriere il segretario di Rifondazione Franco Giordano. E i sindacati? Si trovano in mezzo, per di più spiazzati dall’ultima mossa veltroniana. Riassumendo. Cgil, Cisl, Uil hanno seguito con attenzione la stesura del programma del Pd e, seppur con sfumature diverse sulle singole misure, hanno portato a casa due risultati, neanche tanto secondari: un freno alla impostazione à la Ichino sul lavoro e il primato della concertazione. E hanno ottenuto anche dei candidati nelle liste del Pd, come i segretari confederali della Cgil Passoni e Nerozzi, e il segretario aggiunto della Cisl Baretta. Ora che nelle liste trovano anche Calearo, la controparte contro cui hanno sparato ad alzo zero durante l’ultimo rinnovo del contratto dei metalmeccanici, qualche disagio emerge.

La parola d’ordine di ieri era: sdrammatizzare. In fondo, dicono un po’ tutti, il presidente di Federmeccanica, per ruolo, è una figura di rappresentanza: non è colui che esercita il potere reale. E poi, dicono per incassare il colpo, «si sa che Walter usa le liste come mezzi di comunicazione, ma ognuno si dovrà attenere al programma». Eppure, anche se Calearo tutte queste “divisioni” non ce l’avrebbe, dal punto di vista simbolico la candidatura divide i sindacati. Dice il segretario aggiunto della Cisl Pier Paolo Baretta, che sarà candidato nella stessa regione di Calearo: «Il pluralismo non è un limite ma un’opportunità. Aggiungo che il Veneto è una realtà complessa, fatta di imprenditori e di lavoratori. Credo che Calearo possa intercettare il cuore profondo del Veneto che vuole risposte dal mondo del lavoro. Certo, una candidatura non basta, ma è un segnale. Non sono affatto preoccupato. Tra l’altro c’è il programma che, evidentemente, ogni candidato condivide». Anche la Uil ha scelto la linea low profile. Afferma il segretario confederale Paolo Pirani: «Nel Nord c’è una realtà complessa e tutti i settori hanno perso rappresentanza. Fa bene Veltroni a tentare di risalire la china negativa del Pd nel Nord. Ma il problema è più ampio di una singola candidatura. Comunque credo che la scelta di Calearo abbia una buona efficacia di immagine». Diverse, e non poco, le reazioni della Cgil. In Corso Italia non sono in pochi a ricorrere a un eloquente «no comment». Carla Cantone taglia corto: «Preferisco non parlare». Il presidente dell’Ires Agostino Megale, che ha avuto un ruolo determinate nella stesura del programma del Pd, dice: «Come sindacato non ci occupiamo delle candidature di partito». Non si sottrae invece Nicoletta Rocchi: «Non sono entusiasta ma neanche sconvolta più di tanto. Certo, il bipolarismo spinge ad allargare i confini della rappresentanza, così come capisco che Calearo possa intercettare il tipico imprenditore del Nord-Est, pragmatico, aggressivo. Non credo, però, come dice Calearo che non ci siano differenze tra destra e sinistra. Tra l’altro sulle politiche economiche e sociali, come sul resto, fa fede il programma». Il segretario nazionale della Fiom Fausto Durante la mette giù dura: «C’è un limite anche al marketing delle candidature. Se fossi in Veneto non lo voterei. Federmeccanica da anni rappresenta la parte più arretrata dell’impresa italiana: quella refrattaria al dialogo con i sindacati e ostile al rinnovo dei contratti. C’è impresa e impresa. E Federmeccanica si è preoccupata solo di mantenere il suo potere e di limitare i costi dei salari, facendo apparire i sindacati come coloro che volevano ostacolare i rinnovi e perseguire lo scontro a tutti i costi. Calearo è stato il braccio armato di questa linea». Prosegue Durante: «Nell’ultima trattativa Calearo si è visto solo al primo e all’ultimo incontro. Al primo ha delimitato i confini del negoziato con una posizione che ha pesato sulla trattativa. E nell’ultimo provò a farla saltare dando, prima alla stampa che a noi, quella che definì “una proposta finale, non ultimativa ma non negoziabile”».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 4 marzo




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1 marzo 2008

Crespi si divide tra Boselli e la Santanché

Questa volta Luigi Crespi, l’inventore del «contratto con gli italiani» stipulato in tv da Silvio Berlusconi nel 2001, non gioca nella parte di consigliere del principe. Ma non è nemmeno un semplice spettatore. In questa campagna elettorale “il mago dei sondaggi” potrebbe essere determinante per due partiti piccoli alle prese con la battaglia per la vita (ovvero lo sbarramento del 4 per cento): la Destra di Storace e di Daniela Santanché e i socialisti di Boselli. Crespi, in una conversazione col Riformista, nega di essere il guru della Santanché: «Daniela è una donna di comunicazione. Certo che ci confrontiamo, parliamo ma non ha bisogno dei miei consigli. Vuole un giudizio sulla sua campagna elettorale? È spaventosamente brava: sta valorizzando al massimo la sua persona: donna, madre, imprenditrice di successo, che riesce a parlare sia ai manager che alle massaie. Va bene così e non deve fare cambiamenti. Sarebbero percepiti come una messa in scena».

Sui socialisti Crespi si nasconde dietro un classico «no comment». Ma la trattativa è in corso: il segretario dello Sdi Enrico Boselli avrebbe scartato altre due società di comunicazione e, intorno alla metà della prossima settimana, dovrebbe dare il via libera all’ex guru del Cavaliere. Il quale lascia intendere come imposterà la campagna dei socialisti: «Boselli è un uomo mite. E quando un uomo mite si incazza è difficile da contenere. Certo i socialisti stanno bassi nei sondaggi. Ma con i radicali che hanno edulcorato la loro presenza si apre uno spazio sulla laicità e sui diritti. E i socialisti potrebbero essere una sorpresa». E proprio sulla sorpresa Crespi è alla ricerca di una mossa a effetto: «Ci stiamo lavorando» dice.

Sui principali sfidanti Crespi, che una settimana fa si dichiarava un po’ deluso da Berlusconi, oggi si mostra invece un po’ deluso dal Pd: «La sintesi simbolica che ha prodotto il Pd è sbagliata. O meglio, è stata azzeccatissima fino all’accordo con Di Pietro. L’“andiamo da soli” era vincente: comunicava forza, discontinuità, coraggio, puntava sull’insoddisfazione diffusa. E infatti Veltroni in quel periodo ha recuperato cinque punti, facendo dimenticare Prodi che, sulla comunicazione più che sul governo, era un disastro: sembrava sfottesse la gente. Veltroni invece all’inizio le ha azzeccate tutte: il collegamento con la grande emozione americana, lo slogan “scegliete quale paese non quale partito”, il discorso di Spello. È stato un inizio spettacolare che ha stordito Berlusconi e ha riacceso una speranza». Poi, cosa è successo? «È arrivato il ma-anchismo: Di Pietro, i radicali. Si sono messi a litigare e nell’opinione pubblica tutto il lavoro fatto per settimane si è disperso in un momento. Mi spiego meglio: è finito un percorso emotivo e le discussioni hanno fatto rivivere, anche se magari solo per un attimo, i due anni di governo precedente. E simbolicamente è passato un altro messaggio: Veltroni ha cambiato abito ma i suoi sono gli stessi di prima. Questo è il dato di mood. Conseguenza: si è arrestato il grande recupero e ora il distacco con Berlusconi è tra gli otto e dieci punti, anche se mancano ancora 45 giorni». Un consiglio a Veltroni? «Far tacere il pollaio per sempre. La pluralità di voci, nel suo caso, porta a un calo di legittimazione. Ha fatto un lavoro stupendo e glielo hanno fottuto: usi il napalm».

E Berlusconi? «L’ho criticato perché è partito in ritardo e perché spot e manifesti non sono efficaci. Non comunicano un fatto nuovo e manca la sua faccia che è un marchio molte forte. Ma devo ammettere che poi si è mosso bene: ha detto no alla Destra, no a Ferrara, no all’Udc e riuscirà a vendere, rispetto a Veltroni, maggiore coerenza, convinzione e fermezza. E ha fatto bene anche ieri a dichiarare che rifarà il contratto con gli italiani: secondo i dati che ho, il suo elettorato è convinto che l’abbia rispettato e si identifica in quel modello». Un consiglio a Berlusconi? «Anche a lui, come a Veltroni serve una mossa a effetto perché tra un po’ l’opinione pubblica percepirà che i candidati non sono solo due Ma in generale meno fa, meglio è. Io sono un taoista: si può vincere senza combattere. O meglio, Berlusconi deve condurre la campagna elettorale combattendo poco e bene, senza strafare e puntando sulla credibilità».

E Bertinotti? «Ha sbagliato a togliere falce e martello perché in questo paese c’è uno spazio che si identifica con un post-comunismo democratico. L’arcobaleno non ha appeal. E Ferrando, che con la sua falce e martello può prendere l’1,5 per cento, può far male alla Cosa rossa. Al fondo c’è un problema identitario: Bertinotti ha governato e ora vuole presentarsi come antagonista». Chi vincerà? «Se dovessi scommettere oggi, scommetterei sulla vittoria di Berlusconi. Ma martedì che arrivano i nuovi sondaggi da Milano le saprò dire meglio…».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 1° marzo




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