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Diario


28 febbraio 2008

I salari di Walter e Fausto non piacciono a Cisl e Uil

La Sinistra arcobaleno critica il programma di Veltroni e pure il suo feeling con la Cgil. E Veltroni non perde occasione per attribuire alla sinistra-sinistra un’impostazione «conservatrice». Proprio il lavoro sembra essere uno dei principali temi di scontro di questa campagna elettorale. Ieri il leader Fausto Bertinotti ha lanciato, in alternativa all’idea veltroniana di salario minimo, la sua proposta (rivolta a una platea più estesa) di un «salario sociale per chi si iscrive al collocamento, precari e disoccupati». Ma che ne pensano i sindacati del programma del Pd per il welfare? Certo, dicono un po’ tutti, un conto sono i sindacati, un conto sono i partiti. Così come un po’ tutti, dentro Cgil, Cisl e Uil, sottolineano che non c’è niente di male a partecipare alla vita di un partito «da singoli militanti». E che se poi il partito in questione, il Pd, fa propri (come ha fatto) molti aspetti della piattaforma unitaria dei sindacali, aggiungono, è ancora meglio.

Ma se dai sindacati, con qualche “se” e “ma”, arriva un via libera alla linea del Pd, la proposta di salario minimo non piace a tutti. Dice Paolo Pirani, segretario confederale della Uil: «La proposta va capita meglio. Noi siamo contrari al salario per legge, per di più mensile. Si possono invece fissare dei limiti tabellari orari. Così come va ripreso il discorso sugli ammortizzatori sociali». E il resto del programma? «Sono giuste le linee di fondo: la riduzione della spesa, così come la priorità della crescita. Non è vero, infatti, come dice la sinistra radicale, che ridurre la spesa significa toccare il welfare: vanno tagliati i centri di costo che si sono moltiplicati in questi anni come agenzie, concorsi, comunità montane cresciute a fianco delle amministrazioni locali». Ma soprattutto a Pirani piace l’idea di potenziare la contrattazione di secondo livello: «Occorre passare dal sistema del 23 luglio centralizzato e finalizzato alla lotta all’inflazione a un sistema flessibile che favorisca lo scambio produttività-salari e incoraggi la contrattazione decentrata». Su un altro punto però Pirani muove una critica: «Nel programma manca la tassazione delle rendite finanziarie. E aggiungo: se il problema dei salari è centrale bisogna operare concretamente sulla loro detassazione». Nel programma è scritto che le parti sociali devono cambiare le loro regole sulla rappresentanza. Precisa Pirani: «Mi auguro che non ci sia nessun intervento legislativo e che il tema della rappresentanza sia rimesso alle parti. L’idea di Ichino di frammentarla aumenterebbe la conflittualità sociale».

Per il presidente dell’Ires Agostino Megale («porto un solo cappello, quello della Cgil, non del Pd» dice) invece il salario minimo è una buona idea: «Noto che i mille euro netti mensili sono lievemente sopra i minimi contrattuali. Il che significa che la proposta parla a quei milioni di lavoratori che non hanno né legge né contratto. Ed è positivo che si immagini su questo tema un percorso attraverso la concertazione». Ma il vero elemento di forza del programma, per Megale, è nelle proposte riguardanti a formazione: «Viene rilanciato l’apprendistato come nuovo strumento formativo e di stabilità. Può non piacere ai modernisti alla Ichino che ci possano essere soluzioni alternative al contratto unico e all’abolizione dell’articolo 18, ma la linea che è stata seguita è giusta: investire sulla formazione e incentivare il lavoro stabile. Significa che i precari devono costare alle imprese un euro in più del lavoro stabile».

Il giuslavorista Romano Benini, consulente del ministro del Lavoro Damiano, ha qualche perplessità sul salario minimo: «L’idea è giusta ma il programma del Pd non è preciso. Parla di salario minimo per i “collaboratori economicamente dipendenti”, ovvero per i parasubordinati di cui tanto si discute. Ma non comprende i contratti a termine e gli interinali che costituiscono il grosso dei lavoratori precari in Italia. La vera novità del programma è la formazione anche per i lavoratori disoccupati, fortemente voluta da Treu e Morando, che inserisce elementi della cosiddetta flexicurity».

Il segretario aggiunto della Cisl Pier Paolo Baretta afferma: «Il salario minimo garantito non mi convince, quello sociale di cui parla Bertinotti ancora meno. Il rischio è quello di non stimolare la ricerca del lavoro. Tra l’altro se si tratta di un salario d’accesso per chi ha un lavoro precario è difficile parlare di salario mensile. Andrebbe piuttosto articolato per ora». Ma Baretta è critico anche su altri due punti: «Manca la tassazione delle rendite. Ci hanno detto che avrebbe inciso sui redditi bassi. Ma si sarebbe potuto pensare a una soluzione graduale. E l’intervento sulle aliquote rischia di assorbire risorse. Bisogna invece concentrarci sulla priorità vera: le detrazioni al lavoro dipendente».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 28 febbraio




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26 febbraio 2008

Angius non recrimina e punta sulla rabbia

E ora i socialisti provano a cacciare la rabbia e l’orgoglio. La rabbia è ben sintetizzata dallo slogan sui primi manifesti: «Sono incazzato e voto socialista». L’orgoglio: mercoledì a Genova, proprio nel luogo in cui nacque, più di un secolo fa il partito socialista, Boselli aprirà la sua campagna elettorale nel segno di una tradizione che si rinnova. Gavino Angius, in una conversazione col Riformista, spiega: «La nostra incazzatura conta poco. Il punto è che viviamo in un paese incazzato: lo sono gli operai, i commercianti, un po’ tutti. A questa rabbia noi dobbiamo dare delle risposte politiche». La prima, per Angius, è proprio la corsa solitaria del Ps: «Ora è inutile recriminare. Andremo al voto col nostro nome, col nostro simbolo e col nostro programma». E precisa: «Ci è stato chiesto di entrare nelle liste del Pd non solo rinunciando al simbolo ma nella prospettiva di fare un partito assieme. A questa richiesta siamo stati noi a dire di no. Poi c’è stata una campagna che mi ha lasciato allibito sui presunti veti di Veltroni sugli ex ds. Chiedo: perché Veltroni non ha fatto con noi quello che ha fatto con Di Pietro? In quel caso avremmo detto di sì». Quanto poi alle trattative con la Sinistra arcobaleno e con l’Udc, ventilate da Veltroni, Angius taglia corto: «Non siamo andati a bussare a nessuna altra porta». Poi, ancora, l’orgoglio: «È offensivo dire che il voto ai socialisti non è utile. È un voto utile eccome. Soprattutto ora che stiamo passando dal bipolarismo coatto a un bipartitismo ugualmente coatto e finto. L’impressione è che l’esito delle elezioni sia segnato. Comunque il pensiero socialista è, in questo quadro, la frontiera più avanzata per modernizzare il paese».

I socialisti, per Angius, devono avere soprattutto un obiettivo: provare a rispondere a una crisi del paese che, a giudizio dell’ex ds, è assai acuta: «L’Italia è in declino. La sua distanza dagli altri paesi europei è aumentata. E si percepisce inquietudine e senso di smarrimento. La crisi è certo economica e sociale, ma è il paese è anche segnato da una profonda regressione culturale e civile: basti pensare ai poliziotti che entrano in un ospedale di Napoli o al tasso di violenza nelle scuole o tra le mura domestiche. O ancora a certi programmi televisivi del pomeriggio che creano per gli adolescenti modelli di comportamento sbagliati. Insomma, ci sono ovunque segni di imbarbarimento». Il programma del Ps, per Angius, parte da qui, con una priorità: «Il tema principale sono i salari. Il lavoro in Italia non è giustamente retribuito. Con un tasso di inflazione al 2,9 e un indice dei prezzi al 4,8 abbiamo un’erosione costante delle retribuzioni che ammontano alla metà rispetto a quelle dei paesi europei». Quali sono le proposte dei socialisti? «È ovvio, come dice Veltroni, che ci deve essere l’obiettivo della crescita. Ma da sola non basta: io per crescita non penso solo al Pil, ma anche ai suoi aspetti qualitativi. Servono misure di redistribuzione della ricchezza. E occorrono politiche pubbliche non dissimili da quelle tipiche delle forze socialdemocratiche europee. Voglio dire che le una tantum non bastano. Serve un nuovo ruolo del pubblico a partire dal consolidamento del capitale fisso del paese: porti, infrastrutture, autostrade». E, sul fronte delle relazioni sociali e industriali, dice Angius: «Il rinnovo dei contratti non può essere separato dalla produttività».

Altro tema su cui i socialisti daranno battaglia sarà, neanche a dirlo, la laicità. Afferma Angius: «Io, più che di laicità, parlerei di diritti civili: la legge sull’aborto va difesa, ma i diritti vanno anche estesi, con la legge sulle unioni civili e quella sulla fecondazione. Il punto è sempre lo stesso, e riguarda anche la questione della cosiddetta pillola del giorno dopo: come si declina in una moderna democrazia la libertà delle persone. Altro che deriva zapaterista. Noi rischiamo di essere una sorta di democrazia senza libertà. O in cui la libertà viene riservata alle imprese ma non ai cittadini. Siamo l’ultimo paese d’Europa su questo terreno. E aggiungo una considerazione che può sembrare paradossale: l’estremismo fondamentalista non è della chiesa, ma dei suoi esegeti laici e atei». E su Zapatero aggiunge: «La sua idea di socialismo dei diritti e dei cittadini è l’opposto di ciò che accade nel nostro paese: in Spagna i principi di libertà costituiscono il perno di una moderna cittadinanza. Da noi avviene l’opposto. Si chiami gay, immigrato, ma anche donna il diverso è meno libero. Qui sta la regressione del paese». Ecco perché, almeno per Angius, serve il partito socialista: «Dobbiamo coniugare i grandi obiettivi sociali come la piena e buona occupazione per tutti o quelle che si chiamavano le garanzie “dalla culla alla tomba” con la difesa dei diritti civili, a prescindere da sesso, religione, etnia: questo è il socialismo moderno».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 26 febbraio




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25 febbraio 2008

Quasi un fidanzamento tra Walter e Guglielmo

Domanda: «Scusi, signora è qui che ci si iscrive al Pd?». Risposta: «No, veramente qui ci si iscrive all’associazione “Una sinistra per il paese” che farà campagna per il Pd, ma non è proprio il Pd». È lo scambio di battute tra una militante e una ragazza che raccoglieva le adesioni all’associazione nata dalla costola di Sd che ha rotto con Mussi. Che però riassume il senso della «rete» che è stata presentata ieri con la benedizione di Veltroni e Epifani: una associazione, a detta dei promotori, che non aderisce direttamente al Pd, ma che per il Pd farà campagna elettorale ed esprimerà pure dei candidati, come il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi e Olga D’Antona. Un sorta di ponte pronto a dialogare con quella sinistra che il Pd l’ha scelto da tempo. E infatti Vincenzo Vita ha invitato gli ex sd a intraprendere un percorso comune. Prossimo appuntamento il 14 marzo: un’iniziativa su lavoro e politica promossa, questa volta, dall’area “A sinistra per il Pd” alla quale parteciperanno anche Nerozzi e Crucianelli: «È un fidanzamento politico, o quasi» dice Vita. L’operazione degli ex sd, dopo le elezioni, sarà soprattutto quella di costruire la gamba sinistra del Pd (a trazione Cgil). E, per l’occasione, potrebbe tornare utile lo storico network del correntone ds, “Aprile”, fino a poco tempo fa prestato da Crucianelli&Co alla causa di Mussi.

Ieri è stata soprattutto l’occasione per rendere pubblico il “fidanzamento politico” tra Veltroni e Epifani. Presente tutto lo stato maggiore della Cgil: dai segretari confederali Paolo Nerozzi, Nicoletta Rocchi, Carla Cantone, Fulvio Fammoni, a numerosi dirigenti di categoria, come Carlo Podda, Enrico Panini, al presidente dell’Inca Raffaele Minelli. Certo, il sindacato ha una sua autonomia e non dà indicazioni di voto. Certo, un partito non può far propria una piattaforma sindacale. Ma il confronto di ieri è stato qualcosa di più di un dibattito sui temi del lavoro. E se la Cgil accenderà i motori, lo farà per l’«amico Walter» che, con la sua corsa solitaria, ha rotto con quella sinistra-sinistra che con i sindacati ha incrociato le lame, e non poco, negli ultimi mesi.

Nerozzi, nel ruolo di gran cerimoniere, nell’intervento introduttivo ha fissato i temi che per la Cgil sono irrinunciabili: «Caro Walter, il “ma anche” è una cosa bella, dà il senso del limite. Per noi però la centralità del lavoro, la lotta alla precarietà, la sicurezza delle pensioni non sono degli “anche”. Ti chiedo: sono un perno della proposta del Pd? E lo stesso vale su formazione e scuola ai fini dell’integrazione sociale: diciamocelo, chi è figlio di un immigrato non ha gli accessi informatici di mio nipote». Veltroni prima non ha resistito alla mozione dei sentimenti: «La vostra scelta è appassionante, e in questa esperienza elettorale che sto facendo quello di oggi è uno dei momenti più belli. Al congresso dei Ds dissi che sarebbe venuto il giorno in cui ci saremmo rincontrati. Oggi è quel giorno». Praticamente musica per le orecchie di una sala che non aspettava altro. Poi è passato alla politica-politica. E dopo aver definito il referendum sul Protocollo «una prova di modernità e una pagina importante per la democrazia italiana», sulla precarietà ha risposto a Nerozzi: «Il primo tema che abbiamo al centro del nostro programma è la precarietà della vita degli esseri umani. Questa per me è un’ossessione civile. Chi accetta la flessibilità non può accettare la precarietà della vita. Per questo noi abbiamo già avanzato, ad esempio, la proposta del compenso minimo legale. Se avremo la possibilità, useremo la leva fiscale per favorire le imprese che assumono stabilmente rendendo meno appetibile il lavoro precario». E sulla scuola ha mostrato identità di vedute: «La scuola italiana è ancora una scuola di classe. Il talento, le capacità, la voglia di fare in questo paese non vengono premiati». Quindi il gran finale: dopo aver ribadito, in polemica con la Cosa rossa, che la crescita economica non metterà assolutamente in secondo piano l’impegno per l’equità ha suonato un’altra musica graditissima alla platea sindacale: «L’unico “ma anche” difficile da tenere è quello con la sinistra radicale».

Su queste premesse, il segretario della Cgil Epifani ha pronunciato, in sindacalese, il suo sì al Walter. Prima una sponda sul tema della crescita: «I programmi elettorali devono avere al centro alcuni assi e il primo è il rapporto tra lavoro e sviluppo. Veltroni ha messo lo sviluppo al primo punto e, nella tradizione della Cgil dal dopoguerra a oggi, lo sviluppo è sempre stato una questione essenziale». Poi il fisco: «Ho trovato nel documento e nelle frasi di Veltroni una parte che corrisponde alle posizioni del movimento sindacale». Da ultimo la precarietà: «Non ci potrà mai essere una forza progressista che non riparta dalla centralità e dalla dignità del lavoro». Fidanzamento fatto, “anche” con il grosso della Cgil.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di lunedì 25 febbraio




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22 febbraio 2008

Parte dalla Cgil una "rete" di sinistra nel Pd

Che il Partito democratico costituisse l’approdo di quella parte della Cgil legata a Sd (e anche di quella parte di Sd legata alla Cgil) lo si era capito da tempo: prima le polemiche sulla manifestazione dello scorso 20 ottobre, poi la non partecipazione agli Stati generali della Cosa rossa e, da ultimo, la presentazione di un documento dal titolo «Una sinistra per il paese» per sancire le distanze da Mussi. Domenica prossima, alla presenza di Veltroni e Epifani ci sarà il battesimo ufficiale con la nascita di una associazione (una «rete» dicono i promotori) per aderire al Pd. Ci saranno, tra gli altri Carla Cantone della Cgil, il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, gli ex sd Famiano Crucianelli e Olga D’Antona. L’obiettivo: coprire uno spazio, all’interno del Pd, anche dopo il 13 aprile. Uno dei principali king maker di questa iniziativa Paolo Nerozzi spiega al Riformista: «Ci interessa un confronto di merito col Pd sulle questioni del lavoro e dell’economia. Certo, aspettiamo il programma definitivo per un giudizio completo, ma dalle prime notizie emergono questioni interessanti, come la proposta di Veltroni sui salari». E la candidatura di Colaninno? «I vari Colaninno c’erano anche negli anni passati, mentre è apprezzabile, almeno a livello simbolico che nelle liste ci siano anche gli operai. Anche se, ovviamente, i simboli hanno sempre un valore limitato. Il problema è di merito: alcuni industriali hanno prodotto innovazione mentre altri come Marchionne non hanno applicato le leggi sulla sicurezza. A noi interessa questo tipo di confronto sui contenuti».

Quale è il fatto nuovo che determina la vostra adesione al Pd? «Non sono stato folgorato sulla via di Damasco. E non rinnego le motivazioni per cui aderii a Sd. La speranza, con la nascita di Sd, era di superare la teoria delle due sinistre e di unificare la componente radicale e quella riformista. Elenco quelli che erano e rimangono i nostri punti fermi: l’adesione al socialismo europeo, la rappresentanza del mondo del lavoro e il rapporto con i sindacati, la costruzione di una sinistra di governo. Ciò detto è evidente che sono cambiate molte cose nel Pd e nella Sinistra arcobaleno». Nel Pd cosa è cambiato? «Il Pd è l’unica forza in campo per tentare di governare il paese. Ha rimesso in moto un sistema politico bloccato facendo scelte chiare. Nei fatti si sta realizzando un processo che non si era prodotto attraverso il dibattito sulle leggi elettorali. E aggiungo: dinanzi ai cambiamenti che attraversano il paese chi milita in una grande organizzazione deve stare dove sono coloro che ha l’ambizione di rappresentare». E i contenuti? «Su quei temi che ho enunciato farò una mia battaglia. Sul lavoro, ad esempio, con l’idea di allargare i diritti e di avere un rapporto molto forte con tutti e tre i sindacati confederali che sono un decisivo elemento di coesione sociale del paese». Nel Pd c’è anche Ichino, che si è detto favorevole all’abolizione dell’articolo 18. Nerozzi accetta la sfida: «Ichino ha parlato di pari cittadinanza per le idee. La rivendico anche io per le mie. Sull’articolo 18 il dibattito si è chiuso con un referendum: perseverare sull’argomento è diabolico. E sul contratto unico sono d’accordo con Epifani: siamo contrari». Anche sulla laicità il Pd è cambiato? «In una grande forza politica ci sono più opinioni. E l’accordo con i radicali è proprio il segno del pluralismo delle opinioni. Per quanto riguarda tutto questo dibattito sulla 194 dico che per me è una splendida legge. E dovremmo tutti mettere un freno gli integralismi». Sul capitolo del socialismo europeo afferma Nerozzi: «È un filone fecondo che può dare ancora tanto. Si parla tanto di crisi del socialismo ed è anche vero. Ma non lo darei per morto. Basti vedere la Spagna dove dopo una lunga opposizione il Psoe di Zapatero è tornato a vincere. Il Pd deve avere un rapporto organico con il socialismo europeo». Ma l’argomento che Nerozzi sente più degli altri è quello che riguarda la cultura di governo: «Ho letto lo slogan della Sinistra arcobaleno: siamo di parte. Certo ognuno nella vita politica è di parte. Ma il punto è che non bisogna mai perdere di vista l’interesse generale, come ci insegna l’esperienza dei grandi partiti di massa in questo paese. Al contrario nella Sinistra arcobaleno sui temi dell’Europa, delle missioni di pace, del lavoro questo farsi carico dell’interesse generale non lo vedo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista del 22 febbraio




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20 febbraio 2008

Ora Boselli spera in Fassino e Rasmussen

A voler fotografare la situazione si potrebbe ricorrere a uno di quei detti cinesi per cui una guerra si può vincere anche senza combattere. I socialisti, infatti, alla vigilia di quella che si annuncia come la loro battaglia per la sopravvivenza sono immobili, ma ottimisti: un atteggiamento quasi filosofico. Eppure, questo stato di limbo non sembra essere destinato a durare a lungo. E il dialogo col Pd potrebbe tornare all’ordine del giorno fin da oggi. Riassumendo. Fallita, una settimana fa, l’ipotesi di apparentamento col partito di Veltroni (ognuno col suo simbolo), è scattato, in casa socialista, il grido di battaglia: «Correremo da soli con le nostre liste». Ma, ad oggi, le bandiere sembrano ammainate. Nell’ordine: la campagna elettorale, di fatto, non è ancora iniziata; di manifesti, in giro, si vedono solo quelli (di tre settimane fa) per il tesseramento; e pure il congresso è stato rimandato: «Non potevamo mica tenere mille dirigenti di partito per due giorni sotto un tendone in campagna elettorale» dice Nigra. Ma l’ipotesi di rinviarlo a ottobre (e non a dopo le elezioni) ha prodotto non pochi malumori all’interno del comitato promotore della Costituente. A ciò si aggiunga che neppure il candidato premier è stato ancora indicato. L’idea di puntare su Pia Locatelli è stata bloccata sul nascere, così come il nome del segretario della Uil Luigi Angeletti è circolato solo sulle agenzie. E il candidato naturale, Boselli, tace, almeno finché c’è uno spiraglio col Pd. E se Bobo Craxi la mette giù in termini poetici, «è la quiete prima della tempesta», il quadro sembra essere assai meno fermo di come appare. E i socialisti cercheranno di evitare la tempesta col Pd fino alla fine.

Se non con Veltroni direttamente, in questi ultimi tempi Boselli ha mantenuto un filo di dialogo con Prodi, Parisi e Fassino, tra i più favorevoli, nel Pd, a un accordo con i socialisti. Soprattutto Fassino, il quale due giorni fa lanciava un amo: «È così impossibile che dopo le elezioni la costituente non possa far parte del Pd?». Lo stesso Boselli, nel fissare il limite massimo di rischio, ha ripetuto ai sui nei giorni scorsi: fuori dal Parlamento non esistiamo, e scompariamo nell’arco di un anno. L’idea che circola, in casa socialista, sarebbe quella di accettare, come soluzione estrema, una presenza nelle liste del Pd, senza che questo implichi uno scioglimento del partito. Ieri, al quartier generale di San Lorenzo in Lucina, la parola d’ordine era: fallito l’accordo con i radicali si ricomincia a discutere, dal punto in cui si era rimasti. E la trattativa la conduce lo Sdi, più che la Costituente, all’interno della quale i favorevoli alla corsa solitaria sono molti, da Turci a De Michelis. Veltroni aveva offerto sette posti allo Sdi manifestando la sua contrarietà agli ex ds (criterio poi richiesto anche a Di Pietro) e ai socialisti non dello Sdi (come De Michelis). Boselli aveva detto di no, rilanciando sulla presenza del suo simbolo sulla scheda. Ma ora lo scenario potrebbe avvicinare le parti. Il pressing veltroniano tra i socialisti che hanno consenso sul territorio (da Schietroma a Crema, da Di Gioia a Nencini) è una leva particolarmente sensibile per Boselli. E Veltroni tra l’altro, in questa fase, avrebbe tutto l’interesse, dicono al Ps, ad acquistare il marchio del Pse, il cui copyright nelle mani dei socialisti potrebbe portargli qualche problema in Europa. Un argomento, questo, cui Fassino è particolarmente sensibile. Dice Bobo Craxi: «Come spiega Veltroni al Pse l’esclusione dei socialisti? Mi hanno raccontato che il boureau della Internazionale socialista è stato imbarazzante. È chiaro che il Pse non entra nel merito delle vicende nazionali, ma abbiamo ottenuto solidarietà e abbiamo constatato che l’atteggiamento del Pd provoca imbarazzo. Comunque alla nostra campagna elettorale verrà il presidente dell’Internazionale Papandreou». Quindi col Pd i socialisti vogliono dialogare ancora. Precisa Craxi: «Non ci stiamo comportando come amanti traditi come dice Turci, ma ricerchiamo le intese che sarebbero naturali. C’è ancora tempo. Quindici giorni in politica sono un’eternità». E sul Pse Pia Locatelli afferma: «Ho parlato personalmente con Martin Schultz, il quale mi ha confermato che sosterrà in campagna elettorale i partiti che fanno parte del Pse e del gruppo socialista al Parlamento europeo. Intini aveva spiegato nella riunione di presidenza del Pse la situazione italiana, definendola paradossale. E ha chiesto al presidente del Pse, Poul Rasmussen, di prendere un’iniziativa per superare questa quadro che risulta incomprensibile in Europa». Tra Rasmussen e Fassino, Boselli da oggi prova a riaprire la trattativa con Veltroni.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 20 febbraio




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15 febbraio 2008

Caro Ichino, nel contratto unico c'è l'inganno

«Sulla flessibilità vorrei dire delle cose a Ichino e a Treu». Che cosa? «Il lavoro parasubordinato continua a essere la vera anomalia italiana rispetto all’Europa». E ancora: «La sinistra deve affrontare le problematiche che il Protocollo sul welfare non ha affatto risolto in maniera soddisfacente». Per Piergiovanni Alleva, docente di Diritto del Lavoro nonché estensore di una proposta di legge firmata dai parlamentari della Cosa rossa, che aveva l’ambizione di riordinare l’intera normativa in materia di mercato del lavoro, il bilancio del governo Prodi in materia è negativo, e non poco. Capitolo lavoro interinale: «È stato fatto poco e niente con la conseguenza che anch’esso è diventato veicolo di sfruttamento. Un esempio? Quando con la scorsa Finanziaria i Comuni dovevano stabilizzare i precari hanno aggirato l’ostacolo usando il lavoro interinale. E i precari non si sa che fine abbiano fatto». Capitolo contratto a termine: «Anche qui è stato fatto poco tranne l’inserimento del limite di 36 mesi e l’introduzione del diritto di precedenza solo nel caso di assunzioni a tempo indeterminato, o per il lavoro stagionale in senso proprio. È poco perché i contratti a termine costituiscono il cuore del problema del precariato. Ed è qui che andava condotta la battaglia più grossa. Il contratto a termine, diversamente da quello a progetto, dà diritti (ferie, malattia, tfr) ma dà anche precarietà lavorativa ed esistenziale: per il lavoratore si realizza una condizione di inferiorità sociale, per il datore di lavoro una condizione di potere. Ciò premesso, dove si doveva aprire la battaglia? Su una norma che facesse venire meno questa inferiorità ovvero sul diritto di precedenza, che non costa niente ma ha un grande valore: garantire a chi ha già avuto il contratto di essere preferito nel nuovo significa toglierlo proprio da uno stato di soggezione psicologica. È una di quelle cose che dovrebbero distinguere la sinistra dalla destra». Capitolo esternalizzazioni dei rami d’azienda: «Su questo non si è fatto davvero nulla. Prima della Maroni, esisteva una norma di tutela dei lavoratori quando un’impresa veniva venduta: l’articolo 2112 del codice civile stabilisce che la vendita o l’affitto di una azienda o di un suo ramo comporta un trasferimento automatico dei contratti. Che cosa è successo con la Maroni? La Maroni dice, testualmente, che questa regola vale anche quando il ramo venduto è quello individuato al momento della cessione e non preesistente. Tradotto: decido io cosa cedo al momento e in tal modo aggiro l’ostacolo. La conseguenza è che l’imprenditore può esternalizzare quello che vuole. Quindi il lavoratore passa all’acquirente e trova le condizioni di lavoro della nuova azienda. Se si tratta di una piccola azienda, ad esempio, non vale l’articolo 18. Il trucco più usato è la vendita a se stessi: il datore fa una società, le cede un reparto, stipula un contratto d’appalto e i lavoratori si ritrovano in un’impresa più piccola e con meno diritti. Per il lavoratore sembra che non sia cambiato nulla, ma sue le condizioni si sono precarizzate. È questa la vera colpa della legge Biagi e del centrosinistra che non vi ha messo mano».

Per Alleva, quindi, la legislatura si è chiusa male. E, su tutte, è rimasta inalterata quella che a suo giudizio è la vera anomalia di questo paese: il lavoro parasubordinato. Spiega Alleva: «Alcune fratture partono da Treu con il lavoro interinale. Ma è la legge Maroni che ha sistematizzato la precarietà e l’ha resa senso comune. Il 70 per cento dei contratti a progetto sono illegittimi. Vengono addirittura applicati ai commessi dei negozi o ai lavoratori dei call center…». In questo quadro, per Alleva, finora si è seguita una direzione sbagliata: «Il centrosinistra non ha toccato la legge Maroni. La filosofia di Treu è stata quella della lunga marcia, ovvero aumentare i costi del lavoro parasubordinato fino a renderlo non conveniente introducendo un po’ più di contributi, un po’ più di previdenza, un po’ di garanzie miniaturizzate. Ma resta il fatto che questo lavoro, rimanendo precario, è senza garanzie. Sarebbe servita almeno più trasparenza nei dati sulla forza lavoro occupata: quanti sono i lavoratori precari e quelli subordinati della azienda del signor Rossi? Se il rapporto è 15 a 10 è un’azienda che produce precariato. E sarebbe servita anche più efficacia nei procedimenti giudiziari a favore dei parasubordinati. Una causa, ad esempio, non può durare due anni».

Ora, per il giuslavorista rosso, la situazione rischia di peggiorare: «Vedo che Ichino sta diventando il maitre a penser di Veltroni. Mentre Treu seguiva la filosofia dei piccoli passi con Ichino si cambia paradigma. Dove è l’insidia nella proposta di contratto unico? Apparentemente si dice che si vuole superare la parasubordinazione e si reintroduce il concetto di stabilità. Ma l’inganno sta nel fatto che questa stabilità è “progressiva”: pare che solo dopo tre anni si acquisisce l’articolo 18 e si diventa stabili davvero, e neanche in tutte le imprese». Alleva avanza una controproposta: «Azzardo a dire a Ichino: se diamo a tutti l’articolo 18 subito possiamo arrivare a portare a otto mesi il periodo di prova, che oggi è di sei mesi. Tre anni creano infatti un circolo vizioso assunzione-licenziameto. Mentre otto mesi bastano a provare un lavoratore anche di altissima qualifica. Cioè dico a Ichino: accetto il tuo terreno, ma i limiti del periodo di prova devono essere tali da non rendere conveniente alle aziende di utilizzare il lavoratore fino alla soglia della stabilità e poi liberarsene». Alleva insiste su quello che a suo giudizio diventerà un tema di scontro col Pd: «Quello di Ichino e del Pd è un attacco insidioso perché usa la parola subordinazione e non parasubordinazione. Ma il “tardi” della stabilità che ha in mente Ichino rischia di diventare “mai”».

Per Alleva le insidie per i diritti dei lavoratori vengono anche da come si sta sviluppando il confronto sulla riforma dei contratti: «Il punto è che bisogna difendere il contratto nazionale. Vedo che si sta cedendo sulla contrattazione aziendale che riguarda davvero una minoranza del mondo del lavoro. Cito un dato: il 52 per cento dei lavoratori lavorano in aziende con meno di 15 dipendenti dove non ci sono le Rsa ed è quindi impossibile un contratto aziendale. Ecco perché possono esistere sistemi di sostegno alla contrattazione aziendale solo dove esistono leggi sulla rappresentanza». Ad Alleva non piace nemmeno la proposta di Veltroni di un salario minimo: «Lo smig, ovvero il salario minimo intercategoriale, insidia la contrattazione nazionale e, quindi, anche il ruolo del sindacato. Basta vedere il caso francese o il caso americano. Il combinato disposto contrattazione aziendale e salario minimo rischia di diventare la campana a morto per il sindacato».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 15 febbraio




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13 febbraio 2008

Dopo Walter, Fausto spegne le tentazioni socialiste

I socialisti provano a rimettere assieme i cocci. Poi, per il resto, si vedrà. Si è svolta ieri la riunione dello stato maggiore della Costituente socialista per valutare il da farsi dopo l’incontro con Veltroni, che ha chiuso ogni possibilità, se mai ce ne fosse stata una, di un’alleanza col Pd. E la parola d’ordine per tentare di serrare le fila è stata: «Ci presenteremo sia alla Camera che al Senato con le nostre liste e col nostro simbolo». Il che però non significa, quantomeno nelle intenzioni: andremo da soli. Significa che i socialisti presenteranno le proprie liste e il proprio simbolo, ma, al tempo stesso, proveranno a sondare sentieri inesplorati.

Con quelli esplorati fin qui non è andata bene, anzi, è andata peggio di ogni possibile immaginazione. Col Pd, in primo luogo. Verso il quale ieri i socialisti hanno scaricato tutta la loro rabbia. Al termine di un vertice di tre ore piuttosto teso, è stata diramata una nota in cui la questione Pd, è stata (definitivamente) archiviata: «Chiedendo al Ps di entrare nelle liste del Pd, con la conseguente cancellazione del Partito socialista, si è chiuso il confronto. Nell’incontro non c’è stata alcuna discussione, di alcun genere, sui contenuti programmatici. È stata posta invece una pregiudiziale politica inspiegabile». Se Veltroni non ci vuole, dicono i socialisti, allora per noi saranno mani libere, e a tutto campo: «Queste scelte sono destinate ad avere profonde ripercussioni su tutto il sistema politico italiano e a produrre instabilità nelle Regioni, nelle Province, e nei Comuni». Ma se il capitolo Pd è definitivamente chiuso non sembra all’ordine del giorno nemmeno un’alleanza con i radicali, altro antico amore. Vale lo stesso ragionamento fatto a Veltroni: Boselli non vuole rinunciare al nome e al simbolo del nascituro partito. Ma c’è anche dell’altro: dopo la vicenda della Rosa nel pugno, da entrambe le parti arrivano segnali di freddezza: «Mi sembra che i radicali abbiano preso un’altra strada», ha detto ieri Boselli che pur non ha chiuso le porte alle forze, laiche, liberali e riformiste.

E allora: che fare? «Se ci vogliono morti, allora siamo pronti a tutto»: un grido di guerra che paradossalmente ha avuto un effetto liberatorio (qualcuno ha anche riso), e che comunque sembra la migliore sintesi di quello che molti, nella Costituente, pensano. Visto che i vecchi amori danno tante delusioni, si è chiesto qualcuno, non sarà il caso di cercarne di nuovi? Proprio nel giorno del lutto e dell’orgoglio, la discussione si è concentrata sulla tentazione di un’alleanza con Bertinotti. In un sondaggio sul sito dello Sdi sono favorevoli all’ipotesi un quarto dei votanti e pure tra i dirigenti se ne parla apertamente. Certo, le ferite bruciano, qualche speranziella di riaprire il discorso con il loft c’è ancora, e quindi, prima di lanciare segnali a Fausto, occorre cautela: «Tanto più che i due, Veltroni e Bertinotti, hanno una intesa di fondo», dicono i più prudenti. Ma la sensazione è che, in casa socialista, in molti abbiano fatto proprio lo schema che Rino Formica ha esposto ieri su questo giornale. Dice Nigra: «Fino a ieri abbiamo privilegiato un accordo sui contenuti. Ma Veltroni, evidentemente non vuole parlare di programmi. Vuole distruggere ciò che sta a sinistra del Pd, sia esso laico, riformista o radicale. Quindi da oggi si apre una nuova fase. Non si parla più di programmi ma di come evolverà il sistema politico. Il tema è l’esistenza della sinistra in questo paese. E dobbiamo ricercare un’alleanza tra tutte le forze a sinistra del Pd. È altrettanto chiaro che bisogna capire se nella Cosa rossa c’è la volontà di competere col Pd sul terreno di una sinistra di governo, oppure no». Una posizione questa ieri sposata apertamente dagli ex ds. Afferma Grillini: «In questi casi vale il primum vivere. Dal punto di vista politico va messo in discussione il bipartitismo autoritario di Veltroni. Questo, al momento, conta più dei programmi. Quindi dobbiamo essere pronti al confronto con chi, nella sinistra, è disponibile». Qualcuno disponibile sembra esserlo. Villone e Barra di Sd, ad esempio, affermano: «Chiediamo a tutte le altre forze della Sinistra arcobaleno di porre attenzione alle parole di Formica, e di esperire ogni tentativo utile a costruire un percorso comune. Chiediamo anche ai compagni socialisti che manifestano perplessità di superarle. Vale per l’immediato ma anche per il dopo voto». E Fausto? Ieri sembra aver chiuso il dibattito: «Quello tra la Sinistra arcobaleno e i socialisti è un capitolo che non è mai stato aperto». E ha aggiunto: «Rispetto molto la scelta dei socialisti, ma esistono differenze programmatiche rilevanti». Il colpo di fulmine non c’è stato: per adesso i socialisti ballano davvero da soli.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 13 febbraio




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12 febbraio 2008

Formica vuole allearsi con Fausto

Dopo l’incontro di ieri tra Veltroni e i socialisti i margini per un accordo, se mai ci sono stati, non ci sono più. E oggi lo stato maggiore del Ps si riunirà per decidere se tentare la corsa solitaria oppure cercare un accordo con la Cosa rossa: da Sd, o almeno da una parte di Sd, arrivano segnali di interesse. Ma anche tra i socialisti l’idea non è più un tabù. Per Rino Formica, anzi, la via di un’intesa elettorale con Bertinotti è addirittura obbligata. E al Riformista spiega: «Il Pd nasce da una premessa giusta: unire i riformismi. Ma le dà un seguito sbagliato: la sinistra non vince perché non ha i colori del centro e quindi Veltroni vuole distruggere tutto ciò che a sinistra del centro». Di questo disegno farebbe parte anche l’ultima offerta fatta ai socialisti di entrare nelle liste del Pd. Dice Formica: «Lo schiaffo del loft? Il loft, in Inghilterra, è la canteria della chiesa dove il coro dei cantori intona l’inno della salvezza. Nel loft veltroniano invece i socialisti non hanno trovato il coro della salvezza ma un commissario di pubblica sicurezza con l’ordine di sciogliere la radunata sediziosa». Formica non cela il suo disappunto neppure verso i suoi compagni di partito che l’intesa con Veltroni l’hanno cercata, eccome: «L’ingenuità nella vita fa tenerezza, ma in politica è uno strazio. Venti giorni fa alla Camera Veltroni è stato accusato di voler fagocitare i piccoli partiti e il giorno dopo ci si è presentati dal fagocitatore dicendogli: perché non facciamo un programma assieme?». E aggiunge: «Ora, dopo l’editto Bettini-Veltroni, i socialisti sono costretti a rialzare la bandiera che avevano abbassato a mezz’asta perché portavano il lutto di Prodi. Ma lasciamo stare le responsabilità pregresse: il rallentamento del percorso della Costituente, il rinvio di un chiarimento con Prodi, il comportamento difensivo durante il governo Marini, la poco edificante attesa di un atto di clemenza da parte di Veltroni».

Guardando al futuro, per Formica, i socialisti sono a un bivio: «Come si risponde alla protervia dei repressori? Si può affrontare eroicamente lo sterminatore con l’impianto generoso e suicida della cavalleria polacca contro i panzer tedeschi oppure organizzare la guerriglia». Fuor di metafora? «Poiché i socialisti da soli hanno oggettivamente difficoltà a superare gli sbarramenti, sia alla Camera che al Senato, il partito è a rischio di estinzione». Quindi, per Formica, si tratta di organizzare la guerriglia. «La scelta obbligata è fare un appello a tutte le forze laiche, socialiste, radicali perché stringano con la sinistra disponibile un patto tecnico di alleanza, ognuno con il suo simbolo, così come richiesto dagli stringati vincoli della legge elettorale. Io alle elezioni voterò il simbolo del Ps comunque, anche se dovesse presentarsi in forma solitaria. Ma credo che un’alleanza con la Cosa rossa vada fatta. È uno stato di necessità: si tratta, insito, di scegliere tra una morte eroica e la guerriglia. I partigiani, nel fare la resistenza, la facevano con chi ci stava. Mica guardavano tanto per il sottile se uno era comunista o monarchico». Per Formica le divergenze programmatiche tra Ps e Cosa rossa, che pure ci sono, sono secondarie in questo momento: «All’ordine del giorno non c’è la semplice elezione di un governo, ma il mutamento del sistema politico. Si sta realizzando nei fatti il disegno dei referendari: il passaggio dalla democrazia organizzata a quella disorganizzata. Con la conseguenza che stiamo abbandonando il modello europeo a favore di un modello non americano, ma sudamericano: partiti deboli, leader carismatici, forti lobby esterne. Ovviamente in salsa italiana. Quando i partiti erano forti c’era il Caf. Ora c’è il “Bevemo”, una scritta presente a Roma sul frontespizio di molte cantine. Buona anche per sintetizzare il patto Berlusconi-Veltroni-Montezemolo…». Prosegue Formica: «L’intesa con la sinistra attiene alla necessità di stoppare questo patto scellerato Berlusconi-Veltroni. In fondo nel ’53 Corbino e un gruppo di liberali giocarono con la sinistra per far saltare la legge truffa, e ci riuscirono». E aggiunge: «Non so se la campagna elettorale sarà giocata con toni accesi o al lume di candela al suono di un walzer come vuole Veltroni, ma so che nelle urne gli elettori voteranno come se fossero in un congresso di partito, visto che i congressi non si sono celebrati. E i nostri voteranno contro il dispotismo di chi ha fallito con il bipolarismo di coalizione e ci riprova con il bipartitismo serraglio». Formica pensa che l’intesa con Fausto vada ricercata anche in vista del “dopo”: «Se i socialisti e la sinistra non sbaglieranno una mossa in questa fase potranno parlare al paese dopo il 13 aprile con il titolo prezioso della moralità politica». E Bertinotti? «Una volta ci fece sperare parlando della necessità di una Bad Godesberg in Italia. Ora la sconfitta elettorale potrebbe riproporre il tema. Se il socialismo rinascerà, rinascerà dalle rovine del Pd e dal revisionismo nella Cosa rossa».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 12 febbraio




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9 febbraio 2008

Napolitano esprime le sue perplessità sull'election day

Niente election day. O almeno così sembra. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che già nutriva più di una perplessità sul decreto legge per indirlo, mette un punto fermo in una giornata ancora segnata da polemiche e chiarisce: «La emanazione di un decreto-legge in questo periodo presuppone ragioni di straordinaria urgenza riconosciute da un largo arco di forze parlamentari». Visto che i partiti di centrodestra avevano già manifestato la loro contrarietà, l’esito a questo punto appare scontato. L’occasione colta dal capo dello Stato per esternare il suo pensiero in materia è stata la lettera, inviatagli da Cossiga, in cui il l’ex presidente lo invitava a non firmare il decreto perché criticabile sotto diversi aspetti. Uno è politico. Dice Cossiga al Riformista: «È inopportuno dal momento che chiedere all’elettore di votare su più di due schede ingenera confusione». L’altro è giuridico: «Non è legittima l’adozione di questo provvedimento provvisorio con forza di legge da parte di un governo dimissionario perché battuto in Parlamento. Il governo Prodi è in carica per il solo disbrigo degli affari correnti e tra gli affari correnti si può comprendere certamente anche l’emanazione di questo decreto-legge. Ma, a costituzione vigente, ci servirebbe l’accordo con le altre forze politiche, salvo in caso di guerra, di catastrofi naturali o di terrorismo». Nell’appellarsi al capo dello Stato affinché si opponga all’emanazione del decreto, Cossiga non cela la propria ironia sul fatto che l’election day diminuirebbe le spese elettorali: «Se penso agli Stati Uniti dico che sono proprio un luogo abbietto. Quanti denari sprecano per la democrazia, e per fare le primarie. Meglio il nostro porcellum…». E sempre sul filo dell’ironia fornisce la sua soluzione: «Aspettiamo il 17 febbraio, quando i nostri militari in Kosovo sapranno su chi devono sparare: cosa che ad oggi non sanno. A quel punto il nostro paese sarebbe in guerra e si potrebbe fare una legge per prolungare la legislatura, come previsto dalla Costituzione». Di tutt’altro parere il costituzionalista Augusto Barbera che spiega: «La nostra Costituzione accetta, in tema di elezioni, entrambe le soluzioni: sia quella dell’abbinamento tra le politiche e le amministrative, sia quella dei due appuntamenti elettorali da svolgersi in momenti distinti. Personalmente sono favorevole all’abbinamento perché consente, ad esempio, di risparmiare sui costi: ma questa è una valutazione politica, e non costituzionale. Ha a che vedere con la razionalità, come l’obiezione di Cossiga che sostiene che cinque schede possono confondere l’elettore. Il punto vero però è un altro. Per passare al Senato, dove non c’è maggioranza, il decreto deve essere votato almeno da una parte dell’opposizione. Quindi con l’opposizione, o con una sua parte, serve una forma di accordo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 9 febbraio




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9 febbraio 2008

Contro Walter scende in campo Cipputi

Se non ci fosse Cipputi le cronache della Cosa rossa oscillerebbero tra i tanti se e i tanti ma sul simbolo e le prime tensioni sulle liste dove si annunciano note dolenti, anzi dolentissime. Ma mentre Fausto prepara la sua discesa in campo mediatica in una serie di round televisivi la prossima settimana, per ora ci pensa Cipputi ad aprire, di fatto, la campagna elettorale della Cosa rossa. E, neanche a dirlo, lo farà a Torino, città simbolo del lavoro industriale, non solo nel passato. In un luogo diventato anch’esso simbolo delle tragedie legate al lavoro industriale: quegli stabilimenti della ThyssenKrupp dove morirono arsi vivi sette operai lo scorso dicembre. Quella che si svolgerà oggi è la prima di una serie di assemblee di lavoratori organizzata da Rifondazione: «Sarà il più grande appuntamento operaio di quest’anno», dicono in via del Policlinico. Le prossime conferenze operaie, così si sarebbero chiamate una volta, si terranno in tutta Italia: a Milano (sul lavoro in Europa), a Roma (sul pubblico impiego), a Napoli (sulla nuova economia del Mezzogiorno), a Palermo (sul lavoro nel regno dell’illegalità). Con un unico obiettivo: far parlare Cipputi che, per Rifondazione non solo ha parlato poco negli ultimi tempi, ma è diventato pure invisibile, anche durante il governo di centrosinistra. «Invisibile»: è la parola che Giordano, e non solo lui, ripete in continuazione. E, ora che il suo partito si sente le mani libere, Cipputi vuole vederlo e anche farlo vedere. Quella che fu la classe operaia, è diventata, a giudizio di Rifondazione, quasi un’entità misteriosa per alcuni, vissuta dai più come sorpassata dai nuovi processi: flessibilità, liberismo, mercato. E non solo non ha più rappresentato un soggetto politico ma si è pure messa a votare tutti spiazzando la sinistra soprattutto nel Nord. E questo, per chi si dice orgogliosamente di sinistra, è inaccettabile. Ecco dunque che nella strategia di Rifondazione c’è tutto questo - la sconfitta storica di cui parla Bertinotti - ma anche altro. Alla vigilia di una nuova stagione di opposizione c’è soprattutto la volontà di provare a capire i nuovi operai, con l’ambizione di rappresentarli. Dice il responsabile Economia e lavoro di Rifondazione Maurizio Zipponi: «Vogliamo parlare di cosa significa essere operai oggi. Per noi quella parola va declinata in relazione alle grandi trasformazioni del lavoro. Gli operai di oggi sono anche i lavoratori dei call center o degli ipermercati, o anche una parte del popolo delle partite Iva. Il nostro obiettivo, nelle assemblee che promuoveremo, è parlare delle condizioni materiali del lavoro in Italia ed elaborare proposte politiche: a partire da un libro bianco sul mercato del lavoro».

Il timing, per Rifondazione, non poteva essere migliore: l’evento, pensato in un primo momento come uno degli appuntamenti che dovevano accompagnare e sollecitare dal basso la verifica di governo, acquista, dopo gli ultimi giorni, un significato tutto politico. E, dopo la separazione consensuale col Pd, fotografa due mondi che hanno davvero imboccato strade diverse: «Montezemolo si interessa al programma del Pd, la Sinistra riparte dalla Thyssen» titolava ieri Liberazione. Insomma, dicono a Rifondazione, qui c’è il lavoro, lì, inteso come Pd, c’è l’impresa. Sarà questo il terreno di sfida a Veltroni, preparato anche mediaticamente: «Resistiamo 365 giorni l’anno» è lo slogan della manifestazione di oggi. E anche nell’organizzazione si è scelto un taglio che è l’opposto del leaderismo: parleranno una quarantina tra precari, lavoratori dell’agricoltura, dell’edilizia, dei call center, badanti: gli «invisibili» di cui parla Giordano. Ci sarà pochissimo spazio per le voci istituzionali. Dice Zipponi: «Il Pd si dice equidistante tra lavoro e impresa. Significa che i due soggetti hanno la stessa forza e quindi non serve l’intervento redistributivo dello Stato, ad esempio. Noi invece stiamo dalla parte del lavoro. È un confine identitario ben preciso e noi, come sinistra arcobaleno, vogliamo partire dal lavoro per costruire il nuovo soggetto politico». E sulla Thyssen afferma: «Non è solo un luogo dove è si è verificata una tragedia isolata. È un simbolo visto che da gennaio ad oggi sono morti 110 lavoratori sul posto di lavoro. La realtà quotidiana ci dice che in questo paese ci sono due popoli e due Stati: uno fuori, uno dentro i cancelli delle fabbriche».

Il libro bianco che Rifondazione metterà sul tavolo di discussione della sinistra arcobaleno è il frutto di un lavoro di un anno e mezzo, cui hanno partecipato giuristi, avvocati e sindacalisti. Con l’obiettivo di fotografare la situazione del lavoro in Italia e offrire proposte su welfare, diritti, precarietà, democrazia sindacale. Dice Zipponi: «È una nostra idea di società “altra” rispetto a Confindustria. Ci abbiamo lavorato quando stavamo al governo e non riuscivamo a spostare diritti e ricchezza dalla parte dei lavoratori». Da oggi inizia la campagna elettorale e nella Cosa rossa parla Cipputi.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 9 febbraio




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8 febbraio 2008

Con un po' di mal di pancia Sd si affida a Fausto

Sd è appesa a un filo, anzi a un simbolo. Meglio ancora: a quattro simboletti. Nel senso che se la Cosa rossa correrà con l’arcobaleno senza i loghi dei quattro partiti della sinistra-sinistra, sia pur con un fortissimo mal di pancia, Sd seguirà compatta Mussi, e sosterrà la candidatura di Fausto Bertinotti. Altrimenti, se così non dovesse essere, ognuno si sentirà libero di seguire il proprio destino, o quasi. Perché quell’eventualità, dicono, sarebbe un vero e proprio cedimento su tutta la linea. Ma più dei simboletti è stata proprio la leadership di Bertinotti l’oggetto vero di una tesa (tesissima) direzione di Sd, dove non sono mancate critiche, anche aspre, a Mussi: reo, a giudizio di molti dei suoi, di aver ceduto su Fausto senza aver avuto garanzie in cambio.

Riassumendo. Alla vigilia dell’incontro tra i quattro segretari della Cosa rossa di martedì scorso, Mussi aveva ricevuto mandato dai suoi di spingere per un’alleanza di tutta la sinistra con Veltroni. E di accettare la candidatura di Bertinotti solo dopo aver verificato che non sussistevano le possibilità di costruire un «nuovo centrosinistra» tra Pd e Cosa rossa. E, in tal caso, solo dopo aver accertato che nel simbolo della Sinistra arcobaleno non ci fossero falci e martelli. Obiettivo: evitare che la Cosa rossa venga vissuta e percepita come una Rifondazione allargata. Alla riunione di martedì invece Mussi ha dato il via libera su Bertinotti senza portare a casa il simbolo. Se a ciò si aggiunge che Veltroni ha onorato fino in fondo il patto con Fausto per una separazione consensuale tra Pd e sinistra-sinistra senza dare sponda a Mussi, il malcontento della riunione di ieri era largamente prevedibile. In sostanza ha preso forma, per alcuni, lo scenario opposto rispetto a quello auspicato all’atto di nascita: quando si diceva che bisognava «superare la distinzione tra radicali e riformisti» o si sottolineava il saldo ancoraggio al socialismo europeo o si sosteneva che «il Pd non è un nemico ma un alleato», e si insisteva per unificare la sinistra, intesa però come sinistra di governo.

Titti Di Salvo, tra i dirigenti più critici nei giorni scorsi, prova a metterla in positivo: «Lavoreremo perché non ci siano due sinistre. Visto che, oltre tutto, il Pd si profila come un partito di centro, a noi spetta la costruzione di una sinistra unita, popolare e di governo. Spero che con Bertinotti ci sia una squadra che si impegni in tal senso». Fulvia Bandoli usa invece meno diplomazia: «Su Bertinotti non mi ha convinto il metodo di designazione che è stato poco democratico. E ritenevo che, per rappresentare tutte le culture politiche della sinistra, non fosse la figura migliore. Ciò premesso ora mi aspetto che Bertinotti lavori per la costruzione di una nuova sinistra e rimetta in campo le riflessioni sul socialismo del XXI secolo e sul superamento dei partiti esistenti che ha fatto qualche mese fa. Ecco perché il simbolo è importante: non può esprimere solo un cartello elettorale».

Ora Mussi, che nel tempo ha perso pezzi che condividevano questa idea di sinistra - prima i socialisti di Angius e Spini, poi i sindacalisti della Cgil - non può permettersi di perdere la partita del simbolo. È «ir-ri-nun-cia-bi-le», scandiscono gli ex ds, che lo hanno pure messo nero su bianco in un documento approvato all’unanimità. Dalla sua il leader di Sd ha un sondaggio che darebbe l’arcobaleno al dodici per cento; mentre con la presenza delle sigle dei partiti scenderebbe di ben quattro punti. Ma soprattutto può contare proprio sull’appoggio di Bertinotti, nonostante l’insofferenza di una buona parte del suo partito, e su un atteggiamento più morbido dello stesso Pdci. Cesare Salvi taglia corto: «Certo che nelle riunioni si discute e ci si confronta… Io credo che Bertinotti nella riflessione di una nuova sinistra stia più avanti di tutti e spero se la giochi bene in campagna elettorale spingendo nella direzione di un soggetto politico unitario della sinistra». In ogni caso, seppure a microfoni spenti, molti dentro Sd dicono che a Fausto era impossibile dire di no. E, forse, è davvero finita Sd, da qualunque parte la si veda. Chissà se quest’epilogo non fosse già scritto all’atto di nascita. Era il cinque maggio dell’anno scorso. C’era tanto rosso, in sala e sul palco. Ai militanti venivano distribuite copie di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, con un titolo a tutta pagina «La sinistra ha la sua grande occasione». E la colonna sonora era quella delle grandi occasioni: Bella ciao (in versione Modena City Ramblers) e l’Internazionale. Sullo sfondo, l’arcobaleno, sia pure iscritto nel simbolo di Sd, era ben visibile. Mancava solo Fausto.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 8 febbraio




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7 febbraio 2008

Walter non chiama. I socialisti walk alone

E ora i socialisti, seppur con più di un mal di pancia, si preparano ad andare da soli. Certo, se Veltroni accettasse un confronto programmatico e, soprattutto, un’alleanza politica la disponibilità a correre insieme ce l’avrebbero ancora, eccome. Ma a una condizione di cui Veltroni non vuole neanche sentir parlare: che accanto a quelli del Pd ci siano il simbolo e la lista del Ps. Da questo punto fermo i socialisti non sembrano affatto disposti ad arretrare. E in questa direzione lo stato maggiore del partito sta compiendo gli ultimi tentativi, anche se i margini sembrano assai stretti, viste le dichiarazioni di Veltroni che, ancora ieri, ha ribadito la volontà di una battaglia solitaria. E che ha fissato sì l’incontro con la Cosa rossa, ma con i socialisti non parla neanche tramite agenzie.

Comunque Boselli&Co non rinunciano a giocare le ultime carte, o almeno ci provano: ieri il segretario dello Sdi ha incontrato Prodi, e ha cercato una sponda, nel Pd, in quanti non sono affatto convinti della corsa solitaria del sindaco di Roma. Ma, soprattutto, hanno intenzione di chiedere a Rasmussen, di operare una moral suasion su Veltroni. Un mossa, questa, da fare con tutte le cautele del caso, anche perchè, dicono, potrebbe mettere in difficoltà il presidente del Pse.

Almeno un paletto però sembra ormai fissato: nessuno è disposto ad accettare l’ultima controfferta veltroniana di un pacchetto di posti all’interno delle liste del Pd. Quindi, ad oggi, non si tratta. Anzi, da parte socialista, si avverte un certo irrigidimento dopo che è saltato l’incontro tra Boselli e Veltroni previsto per i giorni scorsi. E non ci sono stati nemmeno contatti informali. In questa situazione di stallo, e poiché dal loft arrivano segnali tutt’altro che incoraggianti (ovvero nessun segnale), in casa socialista ieri si sono rotti gli indugi: «Non siamo disposti a rimanere in attesa di una telefonata. Noi non lo cerchiamo, se ci cerca Walter andiamo a vedere che cosa ci propone», hanno ripetuto, con accenti diversi, molti dirigenti del Ps.

Ma Walter non chiama. E, visto che non chiama, si preparano a correre da soli. A San Lorenzo in Lucina ieri è stato un via vai di dirigenti locali in un clima da campagna elettorale avviata. L’apertura, di fatto, avverrà sabato a Napoli con Angius, Boselli, Barbieri e Craxi. Gli slogan non sono ancora pronti ma, al quartier generale socialista, giurano che sarà condotta all’insegna di una strategia d’attacco. Verso Berlusconi, certo, ma anche, e soprattutto, verso Veltroni, in nome di una «sinistra vera». Tra le ipotesi che sono circolate ieri c’è anche una politica delle «mani libere» all’interno delle amministrazioni locali: «Se non c’è vincolo a Roma, non si capisce perché dobbiamo stare insieme nelle giunte», affermava più di un dirigente. Ma il momento dello scontro totale, se mai ci sarà, non è ancora arrivato. Anche se, già sabato a Napoli, gli oratori non si faranno mancare critiche e prese di distanza nei confronti della gestione Bassolino. E ieri si è deciso di accelerare i tempi del congresso fondativo del Ps che si terrà l’1 e 2 marzo a Roma.

Ma se in casa Sdi qualcuno aspetta ancora la telefonata di Veltroni, e ci spera fino alla fine, altri scelgono una linea più aggressiva. Dice Bobo Craxi: «Credo che sia la prima volta al mondo che un candidato premier rifiuti una lista a suo sostegno. Sono cose che non succedono neanche in Kenya. Comunque noi non andremo con il cappello in mano a bussare alla porta di Veltroni». E ancora: «Tutta questa discussione è viziata da tatticismo, politicismo e ostracismo. Una alleanza della sinistra riformista contro Berlusconi era naturale, dal momento che abbiamo governato assieme con lealtà. Aggiungo che le forze laiche hanno governato in coalizione con la Dc per quasi mezzo secolo e che nessuno, nella Dc, si è mai messo in testa di chiedere ai propri alleati di sciogliersi nel loro partito. Invece Veltroni vuole Di Pietro e non noi, così i voti dei socialisti vanno a Berlusconi e lui prova a uccidere il nostro gruppo dirigente un’altra volta. Spero che rifletta, anche perché si può ancora vincere. Comunque siamo pronti, prontissimi, ad andare da soli». In quest’ottica c’è già chi guarda ad un rafforzamento delle liste. Spini guarda a sinistra: «Mussi ha negoziato un accordo al ribasso con Bertinotti. Dobbiamo subito provare a costruire una lista all’insegna del socialismo europeo con chi, dentro Sd, non vuole andare nella Cosa rossa». Turci pensa invece a mettere insieme i laici «Serve un’alleanza tra tutte le forze laiche, compresi i radicali. Il che non significa rifare la Rosa nel pugno: dobbiamo mantenere come bussola il progetto socialista e non rinunciare al nostro simbolo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 7 febbraio




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6 febbraio 2008

Boselli vuole il nuovo conio con Walter. E per farsi dire di sì vara il lodo Rasmussen

Et voilà: il nuovo conio della Costituente socialista si chiama Veltroni. Proprio così: Walter Veltroni, lo stesso Veltroni al quale i socialisti, da quando è stato eletto segretario del Pd, non le hanno certo mandate a dire, su tutto: «Ha già fallito come segretario dei Ds, lo stesso accadrà col Pd» ripetevano Boselli&Co nel presentarsi come alternativi a quello che chiamavano «compromesso storico bonsai». E ancora: Walter era considerato la mina principale per le sorti del governo Prodi. Tanto che in occasione della dichiarazione di voto alla Camera di dieci giorni fa il capogruppo Roberto Villetti la mise giù dura: «Il momento in cui questa crisi si è aperta non è stato quello delle dichiarazioni di Mastella alla Camera, ma a Orvieto dove Veltroni ha sepolto la maggioranza che fino a oggi ha sostenuto il governo».

E ora? Adesso che l’ombrello prodiano non c’è più, in casa socialista, piove a cielo aperto. E si corre ai ripari. In fondo, ci sono stati momenti della storia socialista in cui i rapporti con Veltroni erano buoni, anzi, ottimi: e allora, si può discutere, dicono i socialisti; o almeno si può tentare. Al quartier generale di San Lorenzo in Lucina ieri si sono svolte una serie di riunioni. Organizzative, a partire dal tema del congresso: previsto per l’inizio di aprile, le elezioni anticipate costringono a rimandarlo e a indire al suo posto una convention, all’inizio di marzo, di carattere elettorale. Ma soprattutto politiche, attorno all’ipotesi dell’accordo con il Pd. Contatti tra Boselli e Veltroni ci sono stati, eccome, nei giorni scorsi. E non è affatto un caso che i socialisti, a partire dal discorso di Angius al Senato, abbiano tenuto toni assai bassi nei confronti di quello che potrebbe tornare ad essere «l’amico Walter»: nessuna particolare polemica sulla laicità, e nessun attacco al Pd in questi ultimi tempi. Dunque: Boselli prova a trattare. E i sondaggi, sotto al quattro per cento, lo incoraggerebbero in tal senso. In attesa del faccia a faccia con Veltroni, previsto per ieri, e che dovrebbe svolgersi oggi, il leader socialista ha messo a punto la linea con il comitato promotore della Costituente. Formalmente la posizione è: noi presentiamo la nostra lista e il nostro simbolo e aspettiamo che Veltroni ci proponga un incontro. Ma il dietro le quinte il ragionamento è più articolato. E ruota attorno a una formula, usata da molti: il carattere «strategico» del rapporto col Pd. Boselli vorrebbe una micro-coalizione riformista con i democratici. A tal fine si presenterà al faccia a faccia con Veltroni con un programma che, visti i toni di qualche tempo fa, tutto è fuorché una dichiarazione di guerra. Certo, sul lavoro ci sarà la flexisecurity, e il richiamo al programma del Pse di Oporto. E ci sarà pure il «completamento» della legge Biagi. Ma non è da qui che passa l’accordo. È sulla laicità che i socialisti proporranno, proprio mentre Veltroni lavora per aprire la campagna elettorale con Zapatero, un accordo minimo: i Dico (nella versione Bindi-Pollastrini) e il testamento biologico (nella versione Ignazio Marino). Detta in altri termini: caro Walter, non puoi dire no.

E, per non farsi dire di no, ieri i socialisti hanno messo a punto pure il “lodo Rasmussen”: qualora Veltroni dovesse rifiutare il corteggiamento, Boselli&Co chiederebbero al presidente del Pse di convocare entrambi per chiarire perché partiti che sono vicini in Europa non possono essere alleati in Italia. Qui entra in campo la questione simbolo, che Boselli vorrebbe accanto a quello del Pd e di chi ci sta.

E Veltroni? Il segretario del Pd, ad oggi, non sembra intenzionato ad affiancare altri simboli a quello del suo partito. E, dicono al loft, una campagna elettorale con i socialisti sul tema della laicità rischia di diventare un boomerang. Dunque la controfferta veltroniana potrebbe essere quella di un gruzzolo di seggi tale da tutelare il gruppo Sdi all’interno delle liste del Pd, e niente più. Per Boselli accettare significherebbe sconfessare la linea seguita da un anno a questa parte: e, infatti, continua a ripetere, «il nostro simbolo sulla scheda comunque ci sarà». Ma altri dirigenti della Costituente temono che il segretario dello Sdi alla fine possa cedere alle lusinghe veltroniane. Dice De Michelis: «Un’unica lista col Pd? Decisamente no, altrimenti entravamo in quel partito. Comunque dico: gli elettori che vogliono essere socialisti devono sapere che ci sarà un simbolo socialista autonomo. Chi va con Veltroni non si porta dietro un voto e dubito anche che il segretario del Pd avrà molti posti da offrire». Afferma Turci: «Non è nemmeno pensabile che qualcuno di noi possa farsi ospitare all’interno del Pd. Abbiamo avviato la Costituente con un obiettivo ben più ambizioso».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 6 febbraio




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 6/2/2008 alle 18:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 febbraio 2008

Mussi prova a mettere qualche paletto. Ma la Cosa rossa si prepara a correre da sola

Rifondazione tiene il punto. I Verdi assecondano il gioco. E pure Diliberto dovrebbe cedere sul capitolo falce e martello. Alla vigilia dell’incontro di oggi tra i segretari dei partiti per mettere a punto la road map elettorale della Cosa rossa la sinistra-sinistra fa di necessità virtù e si prepara alla corsa solitaria. Ma è dentro il movimento di Mussi che si registra qualche malcontento. Che comunque non sembra proprio preannunciare nessun cambio di rotta verso il Pd.

Nella direzione di ieri, il leader di Sd non ha messo in discussione il progetto di costruzione di una sinistra «unitaria e plurale», ma qualche paletto ha provato a fissarlo. Con la conseguenza che oggi quella dei segretari della Cosa rossa potrebbe non essere ancora la riunione decisiva per chiudere l’accordo. Il ragionamento fatto dalle parti di Sd suona più o meno in questi termini: l’Unione è finita, ma questo non significa che non ci sia la necessità, sia elettorale che politica, di un «nuovo centrosinistra». È quindi opportuno, prima di intraprendere la corsa solitaria, tentare un patto programmatico col Pd. I mussiani sottolineano come elemento di novità il fatto che Veltroni starebbe passando dalla formula dell’autosufficienza a quella dell’autonomia di programma. Quindi, dicono, deve essere il Pd a dirci di no, non noi a sottrarci. Afferma Titti Di Salvo: «Prima viene la politica, poi la questione della premiership. Come Sinistra arcobaleno dobbiamo porre al Pd l’esigenza di un nuovo centrosinistra».

La sensazione è che dietro la questione del «nuovo centrosinistra col Pd», formula usata ieri da tutto lo stato maggiore mussiano, e ribadita in un documento finale, si giochi una partita tutta interna alla Cosa rossa. Se l’assetto elettorale dovesse essere quello che ha preso forma in questi giorni, Mussi dall’operazione arcobaleno incasserebbe assai poco: sia il ticket Bertinotti-Francescato sia l’ipotesi di un simbolo che riproducesse, sotto quello unitario, le sigle dei quattro partiti fondatori sarebbero, se non proprio un fallimento, certo un colpo molto duro per un movimento nato con propositi più ambiziosi. E allora Mussi oggi proverà ad alzare la posta, ma senza far saltare il tavolo. Nonostante il pressing veltroniano su parte di Sd, Mussi però non sembra intenzionato a costruire un satellite del Pd, né da solo né con una lista insieme ai socialisti di Angius e Boselli: una delle tante ipotesi che in questi giorni circola come gradita al sindaco di Roma. E però, forte del corteggiamento democrat, Mussi vuole rilanciare sull’altro tavolo chiedendo a tutta la Cosa rossa di dialogare con Veltroni. E nel tentativo di parlare a nuora (nel senso di Walter) perché suocera (nel senso di Fausto) intenda, Mussi proverà a ottenere due risultati: far saltare il ticket e sostituirlo con una «squadra», e presentare la Cosa rossa come «una novità politica». Così nuova da impedire che, sotto l’arcobaleno, ci siano i simboletti. Su questo, dovrebbe essere tranquillo, visto che non li vuole neanche Bertinotti. E pure le resistenze dei comunisti doc non sembrano insormontabili: «Vediamo, stiamo discutendo di tutto» dice (possibilista) il capogruppo del Pdci Sgobio.

E Rifondazione? Per ora sta a guardare il prender forma di uno scenario a lungo voluto. Con Bertinotti in campo, lo schema è quello delle due sinistre: da un lato il Pd di Veltroni con qualche partito satellite, dall’altro Rifondazione con i suoi satelliti. L’unico che potrebbe farlo saltare, in teoria, è Veltroni, chiedendo un confronto programmatico. Ma la cosa appare assai difficile. E il Prc già scalda i motori per la campagna elettorale. Dice il capogruppo al Senato Russo Spena: «Veltroni continua a ribadire la sua volontà di andare da solo con un programma autonomo. Io non vedo margine alcuno per un confronto». E taglia corto sul resto: «Noi stiamo qui a parlare di ticket quando dovremmo già avere i manifesti in tipografia».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 5 febbraio




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 5/2/2008 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 febbraio 2008

Conversazione con Paolo Nerozzi (Cgil). "Ecco perché tifo Marini. E lascio Mussi"

Primo: la speranza che Marini riesca a dar vita a un governo istituzionale. Poi: l’impegno a lavorare per l’unità sindacale. E, in ultimo, l’addio alla Cosa rossa (e a Sd). Il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi, in una conversazione col Riformista, inizia lanciando un allarme: «Abbiamo di fronte una crisi sociale molto acuta e una situazione economica che può portare alla recessione: un quadro di fronte al quale non è azzardato parlare di emergenza. Se aggiungiamo il resto, dalla monnezza a Napoli alle dimissioni di Cuffaro, dalla Calabria allo spettacolo offerto al Senato, si vede chiaramente che la crisi è nello stesso tempo sociale, politica e istituzionale. E rischia di precipitare in una vera e propria crisi democratica». Quindi, forza Marini? «Marini dovrebbe essere sostenuto da chi ha a cuore l’interesse generale più degli interessi di parte. Segnalo che per la prima volta tutte le associazioni padronali e sindacali chiedono un governo per fronteggiare la crisi, mentre qualcuno, anche a sinistra, celebra il trionfo del suo presunto interesse particolare chiedendo le elezioni subito». Per Nerozzi il governo istituzionale dovrebbe avere due priorità: «Misure di redistribuzione a favore del lavoro dipendente e pensionati. E un quadro di regole condivise tra gli schieramenti, cioè una nuova legge elettorale. Per provare a risolvere l’emergenza ci vorrebbe un anno. Ma per pochi, improrogabili interventi, bastano tre mesi». Ma aggiunge: «Certo, un anno significherebbe fare la Finanziaria e rinnovare i contratti. Ho visto che Montezemolo ci invita al dialogo per il rinnovo del modello contrattuale. È un fatto positivo che in questo quadro le forze sociali dialoghino, dobbiamo continuare a dare segni di unità in un paese così diviso. Ma per parlare di contratti ci vuole un governo in carica».

Nerozzi insiste sul ruolo di Cgil, Cisl e Uil: «L’unità sindacale è importante non solo in questa fase di transizione, ma anche per il futuro. Noi dobbiamo rafforzare i legami unitari tra le confederazioni. Questo è il messaggio che ci è venuto dal referendum sul Protocollo. Non mi spingo a parlare di sindacato unico, ma unitario e plurale sì». Per Nerozzi questo vale a prescindere dai governi: «La storia del governo amico non esiste. Tant’è che avevamo promosso uno sciopero per il 15 febbraio. Ora, non essendoci un governo, lo sostituiremo con iniziative di massa perché la nostra piattaforma sul fisco rimane inalterata. Così come rimane inalterata la nostra ambizione di parlare al paese. E aggiungo: di rispondere alla rabbia e alla solitudine del lavoro, aggravate dal fatto che coloro che in questi anni hanno teorizzato che il problema per lo sviluppo era il costo del lavoro ora scoprono la questione salariale, siano essi partiti o Governatori». Poi un monito: «Voglio vedere che fine faranno nelle commissioni quei provvedimenti sulla sicurezza dei lavoratori, che possono essere approvati anche in questo momento».

Ma è alla sinistra e, soprattutto alla Cosa rossa, che Nerozzi vuole parlare: «Si è chiusa la fase politica iniziata col ’92 segnata da un bipolarismo coatto, leaderismo, politica debole dal lato delle decisioni ma invadente nelle Asl. Occorre una democrazia che possa decidere. Per questo è importante il tema della legge elettorale». E la sinistra? «Parlo per me: ho nutrito una speranza e ho subito una sconfitta. Ne prendo atto. La speranza, con la nascita di Sd, era di superare la teoria delle due sinistre e di unificare la componente radicale e quella riformista. Elenco i nostri punti di riferimento al congresso dei Ds: adesione al socialismo europeo, rappresentanza del mondo del lavoro e rapporto con i sindacati, costruzione di una sinistra di governo, riforma della politica». E ora? «Quei quattro punti, in Sd e nella Cosa rossa non ci sono più. Mussi ha scelto l’unità acritica con Rifondazione. Il punto di rottura è stata la vicenda del Protocollo. Quando i lavoratori lo hanno approvato, la sinistra in Parlamento lo ha messo a rischio tentando modifiche che, era chiaro, non avrebbero avuto una maggioranza. In definitiva, non ha riconosciuto le posizioni dei lavoratori. E Mussi dopo il 20 ottobre e agli Stati generali della sinistra ha scelto una strada diversa rispetto al progetto originario ». Nerozzi lascia Sd? «Con una battuta potrei dire che Sd lascia me, nel senso che abbandona gli obiettivi per cui è nata e nei quali tuttora credo. Ma, guardando come sta venendo fuori, io nella Cosa rossa non ci sarò». E chiosa: «Nella politica bisogna tener conto delle persone che si rappresentano. Se le persone che rappresenti sono da tutt’altra parte rispetto a te, è un bel problema».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 1 febbraio




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 1/2/2008 alle 11:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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