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alessandrodeangelis


Diario


30 gennaio 2008

La Cosa rossa si prepara a correre da sola

Nell’attesa che si pronunci il capo dello Stato sull’esito delle consultazioni, la Cosa rossa già si prepara alle elezioni anticipate. Modulo di gioco: a quattro gambe (Sd, Verdi, Prc, Pdci), almeno per ora. Simbolo: quello senza falce e martello che, dopo essere stato derubricato a «segno grafico» per mesi, è ora prossimo all’ufficialità (con più di una resistenza da parte del Pdci). E parte pure la ricerca del candidato premier.

I movimenti pre-elettorali ruotano tutti attorno alle implicazioni della corsa solitaria annunciata da Veltroni. La posizione di Rifondazione è speculare a quella del Pd, con cui si sta consumando, in queste ore, una separazione consensuale: nessun accordo né programmatico né di coalizione, ma solo qualche forma di intesa (se possibile) per limitare i danni. Dice il capogruppo al Senato Russo Spena: «Siamo pronti ad andare da soli con la sinistra unita anche se questa legge elettorale obbligherebbe a fare coalizioni. Ciò non toglie che, dopo le elezioni, si possano fare accordi su alcuni punti programmatici in Parlamento».

Il “balliamo da soli” di Rifondazione, dicono a via del Policlinico, ha comunque un carattere strategico. È il punto di arrivo del dialogo tra Bertinotti e Veltroni che mirava - seppur con una nuova legge elettorale - proprio a dividere i propri destini. Con l’obiettivo, per il Prc, di uscire dal bipolarismo coatto e riacquistare margini di manovra, anche (e soprattutto) in caso di opposizione. Ora però, tecnicamente, il quadro si complica. La separazione politica avviene infatti con in campo una legge pensata su misura per agevolare le coalizioni. In ogni caso, dicono a Rifondazione, bisogna fare di necessità virtù e tentare la corsa solitaria. A testimoniare come il Prc si stia attrezzando davvero, è partito anche il totopremier, ovvero la ricerca di colui che dovrebbe avere il difficile compito di fronteggiare Veltroni e Berlusconi. Il candidato naturale, Fausto Bertinotti (per ora) non si è pronunciato e i suoi (per ora) neanche ne parlano. Circola l’ipotesi, assai gradita ai Verdi e a una parte di Rifondazione, del costituzionalista Stefano Rodotà: una figura di alto profilo, e fuori dai partiti, che darebbe il senso della novità. Ma siamo ancora nel campo delle possibilità.

Sul fronte interno, il “partito dell’andiamo da soli” rimette assieme componenti che hanno vissuto negli ultimi tempi più di qualche tensione: i bertinottiani puri (con la subordinata: purché si faccia la Cosa rossa) e le aree più malpanciste, come quella di Ferrero (con la subordinata: è indifferente se si faccia o meno la Cosa rossa). Ed è proprio sul soggetto «unitario e plurale» che la partita elettorale porta ad una accelerazione, costringendo, di fatto, i partiti a presentare liste comuni, pur senza sciogliersi. Su questo punto i rapporti con Diliberto, che alla falce e martello proprio non vuole rinunciare, registrano i minimi storici.

Eppure, nelle pieghe dei dettagli tecnici, si annida qualche problema politico. In queste ore il dossier Porcellum, nella parte che riguarda il capitolo alleanze, è aperto su tutti i tavoli della Cosa rossa. Col Porcellum, infatti, non è possibile fare accordi in singole regioni, dicono a Rifondazione. E non è neppure possibile, se si corre da soli alla Camera, andare in coalizione al Senato. Tradotto: se si presenta un candidato premier alla Camera è obbligatorio presentarlo anche al Senato. Soluzione? L’unica forma di accordo possibile è la desistenza. Dice Russo Spena: «La desistenza non contribuisce alla chiarezza delle posizioni. Ma una formula per evitare lo sfondamento delle destre al Senato va trovata».

E gli alleati? I Verdi, nella direzione svoltasi lo scorso fine settimana, hanno rotto ogni indugio sulla Sinistra arcobaleno, ma hanno pure ribadito che il nuovo soggetto, per loro, dovrebbe essere alleato col Pd. Sostiene Paolo Cento: «Dobbiamo lavorare per una nuova alleanza che sia diversa dalla vecchia Unione. Penso a una coalizione che tenga assieme tre soggetti: il Pd, l’area laica e socialista e la sinistra arcobaleno». Anche per Sd un accordo col Pd è più che auspicabile, ma l’asse tra Mussi e Giordano, dicono gli ex ds, reggerà qualunque sia lo scenario. Afferma Carlo Leoni: «Un nuovo centrosinistra si può fare solo se c’è una convergenza programmatica tra Pd e Sinistra arcobaleno». Per ora ognuno corre da solo.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 30 gennaio




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25 gennaio 2008

Ora Bertinotti deve convincere i suoi

Da un lato il carisma, dall’altro i numeri. L’ultima battaglia di Fausto Bertinotti presenta una novità, e non da poco. Per la prima volta Fausto rischia di essere messo in discussione nel suo partito. Già, proprio così: nel suo partito. Lui, l’uomo delle svolte, il socialista lombardiano che ha rianimato i comunisti che non volevano ammainare la loro bandiera, lui che in nome della non violenza e del rapporto con i movimenti ha portato al governo Rifondazione archiviando, con lo stalinismo, una certa visione del comunismo, ora è all’ultimo miglio. Oggetto della contesa: un governo istituzionale per il dopo Prodi. Alla vigilia della direzione del Prc di sabato, gran parte del gruppo dirigente è contrario a questa ipotesi. E i riposizionamenti interni degli avversari della Cosa rossa sono continui. Forse questo pezzo di Prc ha i numeri dalla sua. E non è escluso che sabato ci sarà la conta. Fonti vicine al presidente della Camera parlano di un Bertinotti «amareggiato», «contrariato», i cui contatti col partito, in questi ultimi tempi, si sono diradati.

Ma forse non sono i numeri l’aspetto più significativo della vicenda. La politica non è solo matematica, è anche suggestione, elemento evocativo, che in un’assemblea può diventare riflesso condizionato. Lo sanno anche gli avversari di Bertinotti che in queste ore tutto ostentano fuorché sicurezza. La politica è anche carisma. E, a vederla da lontano, questa storia sembra davvero l’ultima sfida, forse la più importante, del cammino di un leader.

Lui, Bertinotti, ha un disegno, e in questi anni lo ha perseguito. Quello che Pansa bollò come il «Parolaio rosso» tra un talk show e l’altro qualcosa l’ha detta. Magari non solo qualcosa. E di segni nel corpo del suo partito ne ha lasciati. Forse neanche tanto superficiali. In tanti convegni, dichiarazioni, interviste, ragionamenti lunghi, e spesso lunghissimi, ha spostato l’asticella sempre più avanti. Non ha fatto una Bad Godesberg, e nemmeno una Bolognina, ma ha provato a trasformare la svolta in una lunga marcia, cercando di evitare rotture e, come si dice, volando alto. Forse anche troppo per il suo partito, oltretutto in tempi in cui nessuno sa neanche cosa sia quello che nel Pci si chiamava «lavoro culturale». Lui, infatti, le sue plebi in popolo non le ha trasformate. Qui il limite e la forza del suo carisma: resiste e seduce a dispetto dei tanti mutamenti di rotta (dalla contestazione, a Genova, dei potenti della terra agli apprezzamenti a Sergio Marchionne), ma senza riuscire a fare fino in fondo i conti con la realtà. A ben vedere i bertinottiani sono pochi perché lui o è il partito o non è. Si è sempre definito comunista, ma nel suo discorso la parola è diventata più concetto che storia («un processo aperto e indefinito» disse una volta a proposito dell’attualità del comunismo). E anche il suo partito è diventato sempre meno “comunista”. Tassazione delle rendite, redistribuzione del reddito, meno flessibilità, sono parole classiche delle sinistre socialdemocratiche. Ma guai a dirsi socialdemocratici, seppure di sinistra.

È anche vero,però, che di tabù Bertinotti ne ha infranti di pesanti come statue. Nell’ottantesimo anniversario della fondazione del partito comunista - era il 2001 - pronunciò un discorso violentemente antistalinista. Seguì l’autocritica sulle foibe («Sono state minimizzate»), e, infine, la scelta per la non violenza senza aggettivi, che nella sinistra estrema non era e non è un’ovvietà. In questi anni lui è stato Rifondazione. E l’ha ulteriormente decomunistizzata portandola al governo: la radicalità, in fondo, è diventata più uno stile di pensiero che un comportamento collettivo (basti pensare alle primarie dell’Unione). Ma alla prova del governo la sua svolta, forse, si è mostrata insufficiente. Alfonso Gianni, vicinissimo a Bertinotti, la vede così: «L’idea che il governo fosse un’articolazione complessa di più elementi, sociali, economici, internazionali nel partito non è passata. Per molti è la stanza dei bottoni come per Pietro Nenni negli anni Sessanta e il problema è se i poteri veri ti lasciano premere quelli giusti o no». E il governo istituzionale, e la riforma elettorale? Non si sa nemmeno se siano davvero all’ordine del giorno, e con chi, ma dentro Rifondazione questo è già il punto dolente della svolta (possibile). Dice Gianni: «È un tabù che viene da lontano e che suona più o meno così: in un governo che isola la politica dalla questione sociale, una forza di classe non può starci. Anche perché un governo neutro non esiste, e quindi (per dirla con Marx) un governo neutro è in realtà la cabina di comando dei poteri forti».

Fausto invece è da un anno che già pensa al post Prodi: dopo il vertice di Caserta il «Prodinotti» si è rotto, ma il suo partito non l’ha seguito rimanendo nella logica dell’Unione. Lo schema bertinottiano era invece andare oltre l’Unione: sul piano istituzionale, superando un bipolarismo che considera coatto e, sul piano politico, lavorando per andare oltre Rifondazione, e costruire un contenitore adeguato per rappresentare quella sinistra diffusa che, almeno in potenza, la nascita del Pd ha messo in libertà. In queste ore il gioco di sponda con Massimo D’Alema per varare una legge di tipo tedesco prosegue. Ma neanche questa Cosa rossa, almeno per come si presenta, gli piace: lenta, macchinosa, politicista. Lo schema bertinottiano prevede una forzatura dal ponte di comando. Per farla, Fausto deve convincere i suoi.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 25 gennaio




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24 gennaio 2008

I socialisti si dividono sul dopo Prodi

E ora i socialisti si dividono sul post Prodi. Dopo il dibattito alla Camera che, di fatto, ha sancito la fine politica del governo, in casa socialista, ci si interroga sul da farsi. «Le incognite sono più delle equazioni», dice Villetti, ma la sensazione è che in queste ore, all’interno della Costituente socialista, lo schema portato avanti dallo Sdi per oltre un decennio sia sottoposto a più di qualche tensione. Quale schema? Quello per cui le alleanze possono pure cambiare (vai alla voce: Trifoglio, Girasole, Fed o Triciclo che dir si voglia) ma due punti fermi non si possono mettere in discussione: la tutela del gruppo storico dello Sdi e il rapporto privilegiato con Prodi.

Il modulo di gioco targato Sdi, seppur in versione più sfumata, ha retto finora anche nella Costituente, nella nuova versione: «i nanetti e il Prof». Ma ora non tutti i costituenti sono d’accordo con Boselli&Co e chiedono che si cambi logica. Un segnale, neanche tanto velato, sono le critiche ricevute ieri da Roberto Villetti che in aula ha recitato l’ultimo atto del prodismo. Il capogruppo dello Sdi infatti ha sparato ad alzo zero più su Veltroni che su Mastella e ha chiuso a ogni ipotesi di governo istituzionale, provando a dare l’estrema stampella a Prodi: «Il momento in cui questa crisi si è aperta non è stato quello delle dichiarazioni di Mastella alla Camera ma a Orvieto dove Veltroni ha sepolto la maggioranza che fino a oggi ha sostenuto il governo». E ha aggiunto, rivolgendosi a Prodi: «Tocca a lei ricercare una soluzione coerente che eviti la fine della legislatura». Tradotto: lo Sdi spera ancora in un Prodi bis. I malumori di molti compagni del Ps sono dovuti al fatto che non sarebbe stata questa la linea concordata all’interno della riunione del comitato promotore di due giorni fa, dove il ragionamento era stato, più o meno, questo: certo non possiamo sancire noi la fine del governo e quindi votiamo la fiducia, ma visto che da tempo abbiamo invocato «un nuovo programma e un nuovo governo» dobbiamo chiedere a Prodi, al momento della fiducia, che un minuto dopo si rechi da Napolitano per trovare una soluzione adatta alla crisi aperta. Villetti ha invece seguito lo schema prodiamo. E ora, in vista della prossima riunione dello stato maggiore socialista in calendario per domani, in molti esprimono più di un malumore. Afferma Lanfranco Turci: «Se c’è un modo per dare senso alla legislatura è un governo istituzionale con al centro la riforma elettorale secondo le indicazioni date implicitamente dal presidente Napolitano. Dovevamo esplicitare questa posizione. Voglio dire a Villetti che è stato giusto non avergli dato l’ultima pugnalata, ma l’universo del centrosinistra non ruota attorno a Prodi». Prosegue Turci: «Il destino dei socialisti non dipende né da Prodi né da Veltroni ma dalla loro capacità di iniziativa. In relazione alle voci che girano non credo che sarebbe politicamente saggio aderire al partito di Prodi nel caso in cui ne facesse uno in polemica col Pd. Piuttosto dovremmo concentrarci su di noi visto che siamo in ritardo su tutta la linea. Basti pensare alla Campania dove abbiamo ridato la fiducia a Bassolino pur non essendo coinvolti nelle lottizzazioni». Dice Gianni De Michelis: «Un minuto dopo che Prodi non c’è più il problema è se andare alle elezioni o fare un governo di transizione. Tutti hanno fatto finta di non capire ma io, lo dico apertamente, sono d’accordo con il presidente Napolitano sul governo istituzionale. Anche se questa legge per qualcuno potrebbe andare bene, occorre pensare soprattutto all’interesse del paese. Sono convinto, tra l’altro, che Berlusconi cambierà posizione». E ancora: «A differenza di Villetti penso che Prodi sia fuori gioco. Serve un governo di emergenza che affronti il tema della legge elettorale e anche la crisi economica. Noi socialisti non possiamo non esserci. Anche perché la fine di Prodi coincide con la fine di questo bipolarismo bastardo e l’inizio di una nuova fase. È ora di aprire una discussione tra di noi sui contenuti e fare un congresso vero». Anche per Spini la parola chiave è autonomia: «Il punto non è l’asse con Prodi ma un ruolo autonomo dei socialisti. Se un governo istituzionale maschera un accordo tra Veltroni e Berlusconi non va bene. Ma in linea teorica sarebbe opportuno». E l’ex ds Roberto Barbieri sostiene: «Serve un governo istituzionale nell’interesse di un paese a pezzi. Questo consentirebbe anche ai riformisti di riorganizzarsi con più distensione per il futuro. È chiaro che l’Unione va superata. Io penso a un centrosinistra costituito dal Pd, da noi e da qualcun altro sulla base di un programma omogeneo che non veda, ad esempio, il diavolo in un termovalorizzatore».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 24 gennaio




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23 gennaio 2008

Fausto sfata l'ultimo tabù, i suoi frenano

Da un lato c’è Fausto Bertinotti che (non da ieri) pensa al dopo Prodi. Dall’altro c’è una buona parte del suo partito che (non da ieri) dallo schema dell’Unione non vuole uscire. E Rifondazione, finché non ci sarà l’evidenza dei numeri, si mette in attesa degli eventi. Ma, a quanto pare, il suo gruppo dirigente ancora non considera politicamente chiusa questa esperienza di governo. O meglio, anche se lo pensa, non lo dice apertamente rinunciando a tracciare nuovi scenari. E, al contrario di Bertinotti, non nomina in relazione al governo la parola «crisi», che, nei fatti, si aperta con l’uscita di Mastella dalla maggioranza. L’ultimo tabù del Prc ha oggi un solo nome: governo istituzionale. Bertinotti lo ha superato, i suoi meno, anzi per niente.

Il quadro di ieri, e non solo di ieri, è quello del grande disordine sotto il cielo, ma di cose eccellenti, per Rifondazione e per Prodi, proprio non se ne vedono. Per non parlare della Cosa rossa (a proposito: che fine ha fatto?) che si percepisce solo quando si divide. In questo contesto, in un’intervista alla Stampa alla vigilia dell’intervento di Prodi alla Camera, Bertinotti ha messo i suoi paletti. E, parlando apertamente di «crisi di governo», ha sbattuto la notizia (e la politica) sul tavolo: per lui il governo istituzionale non sarebbe un’ipotesi da respingere, anzi. E questa ipotesi non tradirebbe, a suo giudizio, nemmeno l’impostazione classica del suo partito (il primato del sociale sul politico). Ecco sfatato l’ultimo tabù, il governo istituzionale appunto. Dice Bertinotti: «Il Parlamento soffre di una specie di separatezza col paese. La soluzione non può essere che l’avvio di una puntuale risposta, con grandi riforme che sblocchino il sistema politico-istituzionale». E ha aggiunto: «Vorrei sottolineare che la riforma della legge elettorale, le modifiche costituzionali e dei regolamenti parlamentari non sono una deviazione dai grandi temi sociali ma il modo per poter affrontare e risolvere quei problemi». Messaggio, più o meno esplicito: un governo per le riforme non significherebbe rinunciare alla propria missione. Rispetto all’impostazione del grosso del suo partito la differenza di impostazione è palpabile: «Di fronte ai messaggi inquietanti che vengono dai palazzi della politica è essenziale per noi disinvestire dal governo e tornare a investire nel progetto di una alternativa di società…» aveva detto il segretario del Prc a Liberazione in un’intervista dal taglio molto social. Opposta l’impostazione dei bertinottiani puri. Afferma Alfonso Gianni, vicinissimo al presidente della Camera: «È arrivato il momento di farsi carico delle proprie responsabilità di fronte al paese. Serve un governo di transizione che affronti il tema della legge elettorale».

La linea attorno a cui si è attestato Giordano al termine della segreteria di ieri sembra, per ora, diversa rispetto a quella del presidente della Camera: «Noi non chiediamo elezioni anticipate e nemmeno disegniamo altri scenari», ha detto al termine della riunione. Tradotto: per ora dobbiamo provare a tirare a campare con Prodi, finché dura. E fino a che Prodi dura, l’ipotesi di governo istituzionale non è all’ordine del giorno. Anche altri pezzi di Rifondazione si sono attestati su questa posizione. Ferrero su tutti, che prima della segreteria aveva tagliato corto: «Io non vedo le condizioni per un governo istituzionale. Non capisco chi lo sosterrebbe». E se Prodi non dura? Il pendolo del “né né” («né elezioni né governo istituzionale») sembra, per ora, pendere più dalla parte delle elezioni. Il ragionamento che si fa in via del Policlinico suona più o meno così: innanzi tutto bisogna vedere come va giovedì al Senato; e fino a giovedì ci attestiamo sulla linea delle elezioni per puntellare, dal nostro punto di vista, Prodi. Tra l’altro tutta la Cosa rossa è contraria al governo istituzionale, quindi meglio non produrre ulteriori fibrillazioni in un’alleanza che rischia di saltare da un momento all’altro. Ma soprattutto, dicono a Rifondazione, l’idea di un governo istituzionale per l’elettorato rosso è indigeribile, dal momento che il popolo della sinistra-sinistra in un governo con pezzi di centrodestra vedrebbe un tradimento vero e proprio. A ciò si aggiunga un’altra considerazione: ammesso che si riesca a fare un governo per la legge elettorale, questo stesso governo che colore avrebbe sul resto? Riuscirebbe a realizzare quei punti del programma dell’Unione che Rifondazione sta provando a difendere in ogni modo (dalla Amato-Ferrero alla questione dei salari)? Fin qui la pretattica in vista della prova del fuoco di giovedì. Ma al fondo del “né né” c’è anche un’altra considerazione. Il porcellum non è, vista dal Prc, una cattiva legge per prendere voti, nel senso che si tratta pur sempre di una legge proporzionale. Quello che non va - e non è un dettaglio - sono le alleanze coatte che costringe a fare. Prima di aprire al governo istituzionale, dicono, occorre dunque cautela. Ma, paradossalmente ma non troppo, è proprio sulla questione del bipolarismo coatto che molti danno ragione a Fausto. E giovedì sera potrebbe cambiare musica. Anche sull’ultimo tabù.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 23 gennaio




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19 gennaio 2008

Parte dalla Cgil la resa dei conti dentro Sd

Prima lo scontro sul Protocollo, poi la manifestazione del 20 ottobre e infine l’impostazione data agli Stati generali della sinistra. Ora, di fronte a una situazione del governo sempre più complicata e a una Cosa rossa che si divide su tutto, per qualcuno il vaso è colmo. E una parte di Sd chiede un cambio di rotta a sinistra: così non va, dice, poiché Sd in questi mesi è andata al traino di Rifondazione smarrendo le ragioni per cui, solo a marzo dell’anno scorso, uscì dai Ds. Quali? Il socialismo europeo, una visione generale, non parziale, del mondo del lavoro, l’idea di unire la sinistra sul terreno del governo e non dell’opposizione, per citare le più importanti. Quindi: occorre recuperare lo spirito delle origini a partire dai contenuti. E aprire un confronto con tutti, dai socialisti a Rifondazione. E occorre pure incalzare il Pd, che è pur sempre un alleato, sulle cose concrete. Questo in sintesi il messaggio contenuto nel documento (otto cartelle di impianto socialdemocratico purissimo) che una serie di dirigenti di peso di Sd ieri hanno messo nero su bianco e consegnato a Mussi. Che l’intento sia di arrivare a quello che una volta si chiamava un “confronto franco e schietto” lo si capisce leggendo le firme: i segretari confederali della Cgil Carla Cantone, Morena Piccinini e Paolo Nerozzi, il segretario generale della Scuola Carlo Panini e quello della Funzione pubblica Carlo Podda; il segretario generale della Cgil Lazio Walter Schiavella e il presidente dell’Inca nazionale Raffaele Minelli. Ma anche i deputati Massimo Cialente, sindaco dell’Aquila, e Angelo Lo Maglio, e il sottosegretario agli Esteri Famiano Crucianelli.

Scissione in vista? Non per ora ma così, almeno per una parte dei dirigenti di Sd, non si può andare avanti. E, a meno che Mussi non cambi linea (e non di poco) sulla Cosa rossa la separazione sembra inevitabile. Lo schema ricorda un vecchio classico: per ora si pone la questione in termini alti, che ovviamente riguarda la sinistra e il futuro del paese. Poi, come nelle migliori tradizioni, se non ci sarà una svolta, probabilmente, ognuno ne trarrà le conseguenze. Ma non è difficile intendere che, dentro Sd, sulla prospettiva politica, si sia arrivati alla resa dei conti. Basta leggere il documento.

Capitolo Cosa rossa: «Gli Stati generali hanno mancato l’obiettivo di delineare l’orizzonte politico della sinistra, di esplicitarne la sua fisionomia e il suo progetto. Si è arrivati a questo appuntamento in un deserto di partecipazione, sull’onda di una rottura strisciante con il governo Prodi e nel vivo di una contraddizione acuta con gran parte della Cgil». E sulla federazione della sinistra arcobaleno il documento prosegue: «La proposta della federazione si è rivelata essere, come era prevedibile, una soluzione tattica più che un impegno strategico. Anche il conflitto sulla legge elettorale, ma esteso ben oltre questa, testimonia quanto siano distanti sulla strategia politica i partiti della cosiddetta Cosa rossa». Capitolo socialismo europeo: «Noi abbiamo criticato il Pd e la sua ambiguità sulla collocazione politica in Europa, sul suo possibile abbandono di quel che è stato e fin qui resta l’unico referente politico europeo ed internazionale di sinistra. Ma tanto più incomprensibile è la rimozione di una questione tanto decisiva nel dibattito degli Stati generali della sinistra. Se questa bussola, al di là della retorica, dovesse smarrirsi nella stessa Sinistra democratica, sarebbe grave. Con essa si perderebbe infatti anche una delle ragioni alla base dell’ultima battaglia nel congresso dei Ds». Capitolo sindacato: «È stato un errore formulare nella manifestazione del 20 ottobre l’obiettivo improbabile di forzare in Parlamento il Protocollo sul welfare. Ne è seguita la sconfitta del voto di fiducia, una sconfitta tanto più amara, perché sull’altro versante c’era anche la Cgil e il voto di cinque milioni di lavoratori». E prosegue, parlando a Rifondazione perché Mussi intenda: «Assumere il lavoro, la sua dignità, la sua crescita, la sua funzione sociale come chiave di lettura per l’iniziativa politica è molto di più e di diverso che inseguire il sindacato con atteggiamenti parasindacali». E il governo? «Nei mesi che abbiamo alle spalle, per una parte importante della sinistra, la coalizione dell’Unione e il governo sono stati vissuti come una parentesi e una scelta tattica antiberlusconiana, più che come una strategia». Da ultimo il monito: «La scelta di unità, il rifiuto di costituirsi in partito da parte di Sd, non può significare precarietà, subalternità politica e culturale». Forse manca il capitolo finale, ma non è difficile prevederlo.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 19 gennaio




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18 gennaio 2008

Per Formica Mastella non è come Craxi

«Mastella e Craxi? Guardi le due situazioni non sono paragonabili. In comune c’è solo il tentativo di una parte della magistratura di indebolire la politica. Per il resto è tutto diverso». L’ex ministro Rino Formica, una vita in prima linea nel Psi, non vede, a differenza di altri, grandi analogie tra il caso Mastella e il caso Craxi, anzi. E in questa conversazione col Riformista spiega: «Il discorso di Craxi alla Camera, nel luglio del ’92, fu un intervento di grande nobiltà. Fu un’assunzione di responsabilità della politica su un elemento fondativo della costituzione materiale del paese attorno a cui si era strutturata la democrazia bloccata: l’uso generalizzato e politico del finanziamento illecito - ho detto: illecito, non illegale - ai partiti». E il discorso di Mastella? «È un segno della crisi di un’Italia che oggi, molto più di allora, sembra un paese organizzato per feudi. Mastella ha presentato una relazione sulla giustizia in Italia, e in aggiunta, il suo discorso che ha dato una torsione drammatizzante alla relazione. E ieri ha proseguito sulla stessa linea. Ora delle due l’una: o si tratta di uno sfogo dettato dall’amarezza oppure siamo all’emergenza democratica».

Ma Formica vuole prenderla in termini più generali: «Nel biennio 90-92 si apre una fase di transizione, mai maturata completamente, dalla democrazia bloccata alla democrazia dell’alternanza. Una parte della sinistra usò il giustizialismo per rompere il blocco del sistema politico. E si saldò con quelle forze economiche, dell’informazione, generazionali - penso ai sessantottini diventati classe dirigente - in nome della società civile. L’obiettivo: penetrare nella democrazia dell’alternanza seguendo una linea di sfondamento». E oggi? «Oggi il tutto è più miserabile. Lasciamo stare le carte, o il procuratore di Santa Maria Capua Vetere… Più o meno tutte le forze politiche sono entrate nel circuito delle responsabilità di governo compresi quelli che furono extraparlamentari di destra e di sinistra. E più o meno tutti si sono confrontati e contaminati col governo e col potere, ovvero con elementi che mettono a dura prova santi e beati. E più o meno tutti, nottetempo o all’alba, hanno compiuto trasgressioni che ne hanno compromesso l’innocenza. In fondo questa storia di Mastella ci parla di un malcostume diffuso, e non solo in Campania».

E il malcostume di quella che chiama «l’Italia dei feudi», per l’ex ministro, è dovuto a due cause: «La prima è il decentramento della gestione del potere che prima era centralizzato. Significa amministrazione di soldi, risorse, tributi in sede locale. Con la conseguenza che le bocche di contaminazione del potere si sono spostate dal centro alla periferia. Il risultato è che l’Italia è un insieme di feudi che gestiscono le risorse e il rapporto col centro è quello che aveva una volta il feudatario con l’imperatore. Si è chiesto perché i leader di tutti i partiti hanno applaudito coralmente Mastella? Non tanto perché il centro dell’impero non può offendere il feudatario Tizio, il feudatario Caio o, se vuole, il feudatario Mastella, quanto perché non può mettere in discussione l’istituto del feudo».

Prosegue Formica: «La crisi attuale è la crisi dello Stato unitario. Non è un caso che quello di Mastella sia un partito regional-familiare. Il titolo quinto della Costituzione è cambiato senza che cambiasse l’organizzazione costituzionale dello Stato. E, aggiungo, mentre continua a perdurare un’irrisolta questione meridionale e anche settentrionale. Conseguenza: mancano gli elementi unificanti dello Stato unitario. Prima c’erano un centro dominante e una periferia ossequiosa. Oggi si è rovesciato il rapporto: comanda il feudatario». La seconda causa della crisi di oggi - dice Formica - «sono le leggi elettorali che si sono succedute dal ’93, che hanno bloccato le coalizioni rendendole incomunicabili e hanno spaccato il paese, col risultato di rafforzare il potere marginale dei feudatari con rappresentanza nazionale. Faccio presente che Mastella nel suo feudo campano elegge quattro senatori».

Conclusione: «Nel ’92 il sistema politico non era affatto debole. Anche se era in ritardo nel cogliere i cambiamenti del biennio 90-92. Il Caf fu un elemento di arretratezza. Si disse che era una cupola. Non era vero, e in ogni caso fu meno cupola di quelle di oggi. Fu un errore, perché era il tentativo di governare le trasformazioni restando dentro la democrazia bloccata quando il problema era di aprire la strada alla democrazia dell’alternanza. La politica era ancora forte ma in via di indebolimento. Oggi è debole e in via di scomparsa. Lì non si colse l’elemento strutturale del cambiamento, adesso ci occupiamo di miserie. E, insisto, di feudi. Mastella lo ha ricordato ancora ieri: c’è una proliferazione di poteri esterni alla politica, cari feudatari state attenti».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 18 gennaio




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17 gennaio 2008

Alleva: "E' ora che il governo metta mano ai contratti"

«Siamo alle solite. Ha fatto bene, anzi benissimo, il sindacato a interrompere la trattativa di fronte alla proposta di Federmeccanica». Il giuslavorista Piergiovanni Alleva, vicinissimo alla Cosa rossa, non si stupisce dello stallo sul contratto dei meccanici e in una conversazione col Riformista spiega: «L’aumento unilaterale minacciato da Federmeccanica è una mossa profondamente antisindacale. Anzi è un modo per piegare il sindacato, e per sfiduciarlo agli occhi della sua stessa base. Mi spiego: se unilateralmente gli industriali decidono un aumento di cento euro invece di centoventi, a quel punto cosa fa il sindacato? Continua la lotta per venti euro?». Alleva dietro la mossa di Federmeccanica vede un vero e proprio strappo: «L’atteggiamento di Confindustria mostra come nessun datore di lavoro accetti fino in fondo l’esistenza di un sindacato. Con gli aumenti unilaterali vuole far vedere che non riconosce il sindacato come interlocutore. In sostanza mira a minare il sistema delle relazioni industriali alla sua base. Si tratta una rottura della costituzione materiale come l’abbiamo conosciuta finora». E questa rottura ha, per Alleva, un obiettivo, neanche tanto mascherato: «Il datore di lavoro vuole spostare l’attenzione sulla contrattazione aziendale, là dove c’è, e scambiare retribuzione con più flessibilità, o aumenti degli orari di lavoro. E, al contempo, ridurre la contrattazione nazionale a qualcosa di sempre più ininfluente».

Anche il salario legato alla produttività, che tanto piace a Montezemolo, per Alleva segue questa logica: «Significa questo: io imprenditore ti do i soldi e tu lavoratore stai alle condizioni che ti impongo nella mia fabbrica. E il contratto nazionale deve garantire poco». E il “patto di produttività” gradito a Prodi e alla Cisl? «Innanzi tutto bisogna intendersi sul termine produttività. La produttività è un fatto generale, di sistema e deve essere distribuita dal contratto nazionale. Aggiungo che la contrattazione aziendale non riguarda la maggioranza dei lavoratori, anzi. Domando: nel settore del commercio quali contratti aziendali ci sono? Forse in qualche ipermercato, ma non nei piccoli esercizi e nelle botteghe. Non solo, ma in una economia sempre più terziarizzata rimandare rutto alla contratti aziendali configurerebbe una vera e propria ingiustizia sociale. Cito un dato: il 52 per cento dei lavoratori italiani lavora in imprese con meno di quindici dipendenti, dove non ci sono le Rsa ed è quindi impossibile un contratto aziendale».

Prosegue Alleva: «Diciamoci la verità, in fondo anche la Cisl vuole lo smig, il salario minimo intercategoriale, per quei poveracci che, come in America, lavorano per sette dollari l’ora. Mentre nelle aree di lavoro privilegiato, dove ci si iscrive al sindacato, la Cisl fiorisce». E chiosa: «La verità è che in questo paese la produttività non viene distribuita. Se guardiamo il reddito nazionale, la ricchezza va più ai profitti che ai salari. Questo è il dato».

Alleva fa anche una previsione sull’esito della trattativa sui meccanici: «Alla fine un accordo si troverà. Ricordo un negoziato in cui le parti non si parlavano e l’allora ministro Scotti andava da un lato all’altro del corridoio per trovare una mediazione tra rappresentanti degli industriali e sindacati. Ma anche se si raggiungerà un’intesa il problema rimane aperto se non si mette mano al sistema contrattuale». Per il giuslavorista, infatti, il punto è più di fondo: «La crisi dei salari in questo paese è iniziata con l’accordo del ’93, col superamento definitivo della scala mobile. E il nuovo sistema introdotto, a doppio livello di contrattazione, non ha funzionato del tutto». Chiarisce Alleva: «La contrattazione nazionale più o meno ha tenuto perché ha una grande tradizione. Quella di secondo livello no perché non ci sono norme che garantiscono la contrattazione territoriale o aziendale. Quindi, da allora, i contratti nazionali non sono riusciti a distribuire aumenti di ricchezza perché, essendo finalizzati al recupero dell’inflazione questa è stata identificata con quella programmata più bassa di quella reale». Conseguenza? «La contrattazione nazionale non ha garantito l’adeguamento salariale e quella aziendale ha riguardato un numero assai ristretto di lavoratori. Col risultato che complessivamente, nel reddito nazionale, la ricchezza si è spostata più dalla parte del profitto e delle rendite che sui salari».

E il governo? «Dovrebbe fare una cosa davvero importante: una legge di sostegno alla contrattazione aziendale di secondo livello con la finalità di giungere a un sistema realmente funzionante, basato sulla contrattazione nazionale che distribuisce la redditività generale e quella aziendale che distribuisce quella ulteriore. Il rinnovo del modello contrattuale non può essere rimandato all’infinito. Abbiamo bisogno di una legge che ci dica come si regolamentano le condizioni di una effettiva dialettica collettiva, che ad oggi, non è più garantita. L’illusione di Giugni del ’93 che non considerò obbligatoria la contrattazione di secondo livello è stata smentita dai fatti. Si può dire, a distanza di quindici anni, che quell’accordo ha sì salvato l’Italia ma lo hanno pagato i lavoratori, i cui salari, in termini reali, sono oggi tra gli ultimi in Europa».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 17 gennaio




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16 gennaio 2008

Nerozzi: "Confindustria cambi metodo"

Il cessate il fuoco tra le parti ancora non c’è. Ed è anche difficile che la trattativa riprenda sul suo binario naturale: il negoziato sui metalmeccanici sembra legato all’opera esplorativa del ministro del Lavoro Damiano. Il quale, in una serie di incontri separati con Federmeccanica e sindacati, ha provato ieri a capire i punti di una possibile mediazione. Per ora, gli imprenditori hanno sospeso la decisione sugli aumenti contrattuali unilaterali ma le posizioni restano assai distanti. E domani si svolgerà il prossimo round. Il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi non cela il suo disappunto: «La responsabilità è solo di Federmeccanica. Spero che Confindustria mostri un atteggiamento più responsabile. Dal momento che un cattivo esito sul contratto dei meccanici peserebbe su tutti i tavoli in cui siamo impegnati anche con l’associazione degli imprenditori». E, in una conversazione col Riformista, spiega: «È opportuno ripercorrere quello che è successo, perché è molto grave sia dal punto di vista del metodo che del merito. Nel metodo: lunedì mattina alle nove sarebbe dovuta iniziare la trattativa sul rinnovo del contratto. Federmeccanica non solo si è seduta al tavolo alle quattro del pomeriggio, ma ha pure presentato un documento finale ultimativo a conferenza stampa già convocata. In sostanza ha detto ai sindacati: prendere o lasciare. Un episodio così, almeno a memoria mia, non era mai accaduto nella storia delle relazioni sindacali, almeno con Federmeccanica». Sul merito prosegue Nerozzi: «Nel documento presentato sono stati modificati punti già concordati tra le parti. Anche questo aspetto è grave sotto il profilo dell’affidabilità». E su Damiano: «Il governo ha fatto bene ad intervenire ma Confindustria deve trattare. E aggiungo: serve un accordo soddisfacente, a partire dall’aumento salariale mensile». I sindacati chiedono 117 euro lordi al mese, gli industriali ne hanno proposti 120 a decorrere da gennaio 2008 fino a dicembre 2009, risolvendo con 250 euro di «una tantum» i sei mesi in cui il contratto è scaduto (da giugno 2007). Dice Nerozzi: «Se è vero che le condizioni di lavoro sono faticose se non drammatiche, come hanno dimostrato anche le tragedie recenti, mi sarei aspettato da Confindustria e Federmeccanica più sobrietà, attenzione e rispetto per i lavoratori».

Il segretario della Cgil, sull’ultima proposta di Federmeccanica, che gli industriali ancora ieri consideravano praticamente quasi definitiva, non usa mezzi termini: «Si tratta di una risposta umiliante per il mondo del lavoro. E la protesta operaia, in queste ore molto forte in tutto il paese, è del tutto comprensibile. Noi ci sentiamo a fianco dei lavoratori e vorremmo che tutti quelli che in questi mesi hanno mostrato sensibilità sui temi del lavoro si adoperassero affinché la trattativa abbia un esito positivo. Non può essere che in questi momenti gli operai, per molti, diventano invisibili». Il presidente degli industriali Montezemolo ha parlato di «una parte dei sindacati che non vuole rinnovare i contratti». Per Nerozzi, ma più in generale per la Cgil che ieri ha riunito il suo direttivo, le responsabilità vanno esattamente rovesciate: «Montezemolo ha confuso la Fiom con Federmeccanica. Constato che tutti dicono che la questione salariale è centrale per il futuro del paese. Dopo di che questo negoziato è emblematico delle differenze di comportamento tra noi e Confindustria». Poi avverte: «Un risultato negativo sui meccanici rimetterebbe in discussione le trattative che si stanno aprendo e, mi rivolgo a Confindustria, peserebbe come un macigno sulla discussione sul modello contrattuale. Nei prossimi giorni convocheremo i direttivi unitari e valuteremo le iniziative da prendere».

Quanto poi all’ipotesi, avanzata dagli industriali, di dare aumenti unilaterali Nerozzi la mette giù dura: «Se la giunta di Federmeccanica deliberasse autonomamente sulla questione del salario metterebbe in discussione il contratto nazionale. Sarebbe grave e inaccettabile. Qualora intraprendesse questa via, mostrerebbe la volontà di non voler chiudere gli accordi». Ma dietro la mossa di Federmeccanica il segretario confederale della Cgil vede anche un altro intento: «Non vorrei che aver fatto saltare il tavolo fosse una manfrina per chiedere al governo ulteriori sgravi fiscali. Se così fosse mi permetto di ricordare che di poveri, ovvero di quelli che hanno bisogno di aiuti fiscali, ce ne sono tanti prima di Federmeccanica. E mettere in mezzo i lavoratori non è corretto dal punto di vista etico per una associazione, mi riferisco a Confindustria, che come i sindacati confederale dovrebbe sempre avere una visione generale degli interessi del paese».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 16 gennaio




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15 gennaio 2008

La Cosa rossa aspetta Prodi e si divide su Cipputi

A voler fotografare l’incontro di oggi tra i segretari della Cosa rossa e il premier si potrebbe dire: un documento, quattro tattiche. A voler prevedere il futuro si potrebbe dire soltanto: quattro tattiche. Punto. Pure a proposito della questione operaia, sulla quale la sinistra-sinistra dovrebbe avere delle importanti parole comuni da spendere. Specie in tempi in cui, per ruolo o per convinzione, ne (ri)parlano quasi tutti, almeno da quando la tragedia della Thyssen sembra aver fatto riscoprire (a molti) l’esistenza di una figura che sembrava scomparsa dal lessico politico: l’operaio, appunto. «Dobbiamo tornare in prima linea. Dobbiamo tornare con fatica a sporcarci le mani con le condizioni del lavoro» ammoniva (la sinistra e anche il sindacato) sabato su Repubblica Guglielmo Epifani. Gli faceva eco Fausto Bertinotti il giorno successivo, sempre dalle colonne di Repubblica: «Dal referendum sulla scala mobile in poi i lavoratori sono diventati come invisibili, la classe operaia come scomparsa dalla scena del paese. Bene, è ora di riaprire una grande e certo complessa e impegnativa discussione sul ruolo e sul destino dei lavoratori, e di portata più ampia rispetto al nodo irrinunciabile degli aumenti salariali».

Cosa c’entra la verifica con la questione operaia? C’entra, eccome. Perché, al di là dei documenti, (importanti s’intende) e al di là della tattica (sacrosanta, ci mancherebbe), quelli che dal palco della Nuova Fiera di Roma si proclamavano rappresentanti politici delle tute blu che furono, o del Cipputi post-moderno che sarà, un punto di vista comune - sul lavoro - non ce l’hanno. Emblematico il fatto che non riescono a mettersi d’accordo sulla conferenza operaia che Rifondazione sta organizzando per il 9 febbraio a Torino. In che senso? Il partito di Bertinotti va avanti come un treno - certo col suo punto di vista - anche a dispetto della collegialità nella Cosa rossa. E gli altri? Si lamentano della mancanza di collegialità e tirano il freno. E la Cosa arcobaleno pare il Titanic in attesa del prossimo iceberg. All’iniziativa di Torino seguiranno altre assemblee di lavoratori, sempre organizzate da Rifondazione, a Milano (sul lavoro in Europa), a Roma (sul pubblico impiego), a Napoli (sulla nuova economia del Mezzogiorno), a Palermo (sul lavoro nel regno dell’illegalità). Dice il responsabile economico Maurizio Zipponi: «Vogliamo parlare di cosa significa essere operai oggi. Per noi quella parola va declinata in relazione alle grandi trasformazioni del lavoro. Gli operai di oggi sono i lavoratori dei call center o degli ipermercati, o anche una parte del popolo delle partite Iva. Il nostro obiettivo, nelle assemblee che promuoveremo, è parlare delle condizioni materiali del lavoro in Italia ed elaborare proposte politiche: a partire da un libro bianco sul mercato del lavoro». E gli alleati? Dice il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli: «Non so cosa sia la conferenza operaia. Noi non siamo stati nemmeno invitati. Tra l’altro il mondo del lavoro per noi è più articolato. Ci sono gli operai certo, ma anche gli autonomi, il terziario. Serve più attenzione su tutto». Pure il Pdci dice di non saperne niente. E Sd avrebbe preferito prima la condivisione di una piattaforma comune sul lavoro.

Già, un punto di vista comune: anche a volerlo cercare è difficile trovarlo. Non resta che la tattica. Anzi le quattro tattiche: quelle di oggi sul programma di governo e quelle di domani (sulla bozza Bianco) quando ogni partito si troverà a decidere del proprio primum vivere. Oggi i segretari della Cosa rossa presenteranno al premier le loro richieste sulla verifica. Ma ognuno gioca una sua partita. Il documento: cinque cartelle per chiedere un’inversione di rotta su salari, lotta alla precarietà, ambiente, welfare, diritti. Le partite: Rifondazione si gioca la carta di lotta e di governo ed è pronta a votare sì alla bozza Bianco modificata, Verdi e Pdci sono pronti a votare no (e non prendono neanche in considerazione l’uscita dal governo), Sd media.

Che non tiri aria di rottura (con Prodi), almeno per ora, lo si capisce dal fatto che alcune richieste il premier le ha già fatte proprie nel primo incontro tra le forze di maggioranza. Su tutte, la centralità della questione salariale e l’armonizzazione al 20 per cento delle rendite finanziarie. Certo, c’è il capitolo precarietà su cui Rifondazione non cede di un millimetro (vai al capitolo: legge Biagi) o quello sulla riduzione delle spese militari, per non parlare della richiesta di una moratoria sulla base di Vicenza: tutte richieste cui, realisticamente, il governo non potrà andare incontro. E c’è il referendum di Rifondazione: il Prc si riserverà di valutare la permanenza al governo chiamando a raccolta gli iscritti sull’esito della verifica. Ma, almeno finché sul tavolo c’è la legge elettorale, Giordano non ha alcuna intenzione di rompere. La via d’uscita (dal governo) è comunque pronta: il referendum tra gli iscritti appunto. Per ora si aspetta. E ci si divide pure su Cipputi.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 15 gennaio




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12 gennaio 2008

Angius: "Ecco perché sevono i socialisti"

Legge elettorale, verifica di governo e anche ruolo dei socialisti. Per Gavino Angius è ora di cambiare passo su tutto: «Dobbiamo avere l’ambizione di rimettere in cammino un paese pieno di corporazioni, di rendite di posizione, in cui la crisi della politica si manifesta in modo drammatico». E aggiunge: «Se pensassimo che sia sufficiente la parola socialista per avere automaticamente una forza di attrazione commetteremmo un serio errore. Serve più coraggio». Il dirigente socialista si dice preoccupato di fronte allo stato del paese: «Se non partiamo dai caratteri che sta assumendo la crisi italiana rischiamo di non capire. Ebbene siamo di fronte a una vera e propria crisi democratica, prodotta dalla crisi delle istituzioni ma soprattutto della politica in sé. Sarebbe miope non vederla, ottuso non affrontarla, irresponsabile non risolverla». E ancora: «La nostra democrazia ha attraversato momenti difficili, segnati da aspri conflitti, penso alla guerra fredda e al terrorismo, ma oggi, a sessant’anni dalla sua nascita, si è esaurita una certa pratica della democrazia e siamo chiamati a ricostruire il rapporto tra politica e società che si è spezzato». Segnali in tal senso, per Angius, sono ovunque: «Da Napoli ai lavoratori arsi vivi della ThyssenKrupp si ha l’impressione che la politica abbia esaurito la sua funzione. Da qui parte la nostra missione di socialisti, dal fatto che la politica non ha esaurito il suo compito a patto che allarghi i suoi orizzonti e rinnovi i suoi contenuti». Angius la vede così: «Serve una sinistra normale: laica, riformista, europea». E prosegue: «I vuoti che come sinistra dobbiamo riempire sono molti. Insisto sul principale: la politica è debole e i partiti sono in crisi, e non da oggi. Bene, se non rinnoviamo noi stessi e se non nutriamo la politica di riferimenti e di valori rischiamo che la furia distruttrice della crisi della politica ci seppellisca tutti. Con il risultato che sopravviveranno solo i poteri economici, gli apparati finanziari, i poteri dell’informazione». In questo quadro, nient’affatto ottimistico, Angius lancia il suo appello: «Le ragioni di fondo del partito socialista che vogliamo far nascere partono dalla consapevolezza che senza il pensiero e la cultura socialista il paese non può migliorare».

E i valori? Per Angius sono quelli di sempre, almeno per una forza che si dica socialista, sulla cui vitalità, l’ex ds non ha dubbi. Primo: «Dobbiamo riappropriarci della parola libertà, il cui senso rischia di essere stravolto in un paese in cui tutti si dicono democratici, ma in molti negano la libertà». Secondo: «Dobbiamo batterci per l’uguaglianza delle opportunità, in una società come la nostra che presenta molte disuguaglianze, nel lavoro, nelle professioni, negli stili di vita». E la laicità? «Per me è sinonimo di libertà. Oggi il problema è drammatico perché la Chiesa interviene pesantemente nella sfera pubblica per piegarla ai suoi precetti spesso in contrasto con i dettami delle leggi vigenti. E il Pd direi che è molto permeabile alle sue pressioni». Anche il terreno su cui affermarli non è nuovo: «Sul lavoro è da almeno quindici anni che la politica ha abdicato al suo ruolo e ci pensano solo i sindacati. La classe dirigente si è invece arrotolata su se stessa rincorrendo le emergenze che si sono succedute: Mani Pulite, l’ingresso in Europa, la prima esperienza di governo dell’Ulivo, Berlusconi. Parallelamente i partiti hanno rinunciato al proprio rapporto con la società e, in particolare, con le trasformazioni del mondo del lavoro». Per Angius né il Pd né la Cosa rossa sono adeguati a dare le risposte che servono. Sul Pd taglia corto: «È un marchio, al cui interno ci sono stridenti contraddizioni. Dice di essere laico ed è prigioniero dei teodem, dice che governa Napoli e assolve i suoi dirigenti di fronte al disastro, dice che è nato per rafforzare il governo e ne mina l’esistenza, e così via». E la Cosa rossa? «Rappresenta solo una parte del mondo del lavoro. Ma, soprattutto, di fronte alla crisi del paese non serve una forza movimentista ma una forza di governo».

Fin qui i partiti. Ma per Angius una svolta serve soprattutto sul fronte del governo: «Governiamo da due anni, e abbiamo anche raggiunto dei risultati soprattutto sul fronte del risanamento. Ma questo non basta. Non solo il New York Times ma tutti gli indicatori dicono che non c’è campo in cui l’Italia non arretri rispetto agli altri paesi europei. Possiamo anche non chiamarlo declino ma dobbiamo fare una forte denuncia: il paese non avanza, penso alle infrastrutture ma anche alla formazione o all’innovazione o alla ricerca. E la politica ha smarrito il senso della sua missione più alta diventando, spesso, calcolo cinico e meschino. C’è un questione morale per la politica e una crisi di valori per la società». Di qui Angius propone un Prodi bis: «Serve una svolta, altrimenti rischiamo di perdere non solo le elezioni, ma soprattutto il rapporto col paese. Ecco perché occorre un nuovo programma e anche un nuovo assetto di governo: per rimotivarne l’esistenza». La verifica, per Angius, non può eludere il tema della legge elettorale: «Non si può trattare con Berlusconi senza elaborare una proposta comune nella maggioranza. Il governo lo ha capito, il Pd no. La maggioranza deve trovare un denominatore comune, a partire dalla bozza Bianco cui vanno apportate modifiche profonde come il recupero nazionale dei resti, il voto disgiunto e l’eliminazione del premio di maggioranza». E il partito socialista? «Anche in questo caso occorre un’accelerazione. Il nostro obiettivo deve essere quello di rinsaldare nel paese una forza socialista, che parli ai sindacati, al mondo del lavoro e dell’impresa e anche all’intellettualità. Insomma che traduca in italiano i programmi del partito socialista europeo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 12 gennaio




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11 gennaio 2008

La legge elettorale divide la Cosa arcobaleno

Uno spettro si è aggirato per il vertice di maggioranza di ieri: quello della legge elettorale. E con esso anche quello della Cosa rossa. Certo, la sinistra dell’Unione ha incassato da Prodi due impegni che ricalcano ciò che non da oggi sostiene Rifondazione: «Tutto ciò che sarà recuperato dall’evasione fiscale o da altre forme di extragettito dovrà essere indirizzato alla riduzione del carico fiscale dei lavoratori e delle famiglie». E ancora: «È difficile continuare con un sistema in cui lavoro e impresa sono tassati più delle rendite finanziarie», ha detto ieri il premier che ha proposto di uniformare le aliquote sulle rendite finanziare al 20 per cento». Praticamente musica per le orecchie della sinistra-sinistra. Fin qui tutto bene. È chiaro che ora si dovrà passare dal “che cosa” al “come” e che il cammino presenterà qualche ostacolo, ma, per la Cosa rossa, non è su questo fronte che si annidano i problemi. I quali hanno principalmente un nome: legge elettorale. Che il dossier stia diventando tra i più difficili da gestire lo mostra una palpabile tensione tra i quattro partiti che martedì incontreranno Prodi per consegnargli - formalmente - un documento in cui sono indicate le priorità di governo a partire dalle questioni economiche. Ma quella sarà l’occasione anche per un confronto sulla legge elettorale.

Il punto è che ad oggi non c’è nessuna possibile intesa sulla legge elettorale tra i partiti della sinistra arcobaleno, proprio nessuna. Rifondazione è pronta all’accordo col Pd di Veltroni a partire dalla bozza Bianco (vai alla voce: «premietto» di maggioranza in cambio del recupero nazionale resti). Verdi e Pdci non ci stanno: il Prc vuole fare un’alleanza con una legge che ci costringe a scioglierci, dicono, ormai neanche tanto a microfoni spenti. E chiedono asilo politico a Prodi. Conseguenza: la Cosa rossa è a rischio. Di qui, appunto una serie di tensioni che, ad oggi, paralizzano anche la discussione su una road map comune. Argomento gruppi parlamentari: l’accordo raggiunto prevede che nei momenti più significativi parli uno a nome di tutti, ma la discussione sui gruppi unici è ferma a causa dei veti incrociati. Non solo: il nome di Cesare Salvi, indicato anche da Rifondazione come capogruppo del futuro soggetto unitario, sarebbe stato bloccato dal veto di Verdi e Pdci. Argomento amministrative: la presentazione di un simbolo comune sta registrando più di una resistenza. Su tutte si profila il caso Roma dove, per ora, non c’è accordo sulla lista, e i Verdi sono sempre più intenzionati ad andare da soli. Per non parlare del simbolo, su cui la discussione è rimasta ferma al momento in cui fu definito un «segno grafico» e non un simbolo politico. Argomento leadership: le tensioni interne a Rifondazione complicano assai le cose in vista del prossimo congresso, che infatti è stato rimandato. Ferrero spinge per la federazione della sinistra perché vorrebbe fare il segretario di Rifondazione, Giordano è al bivio: se accelera sulla linea Bertinotti di fatto rinuncia alla leadership, ma se frena salta tutto. E Vendola? Un sondaggio del Sole-24Ore di qualche giorno fa che lo dava in calo di popolarità come presidente della sua Regione è diventato, dentro Rifondazione, una delle armi brandite da chi lavora contro l’ipotesi della sua leadership.

In questo quadro, è proprio la legge elettorale lo spartiacque della Cosa rossa. E non è un caso che ieri lo spettro che si aggirava nel vertice lo abbia materializzato, dall’America Latina, Fausto Bertinotti, che ha sbattuto il tema (e la politica) sul tavolo. Il presidente della Camera, parlando di quello che succederebbe in caso di referendum e di vittoria del sì l’ha messa giù dura: «Ne uscirebbe una legge che è il contrario di tutto ciò che le forze politiche impegnate nel dibattito sulla riforma elettorale hanno finora detto. Si potrebbero produrre una, due, tre, mille organizzazioni politiche in cui la frammentazione diventerebbe la regola e sarebbero incentivate rendite di posizione». E ha aggiunto: «Quell’esito sarebbe nocivo per la democrazia del paese quanto il sistema elettorale oggi in vigore. Il rischio è quello di una crisi comparabile con quella della Quarta Repubblica francese». Ma soprattutto ha affermato: «Le regole devono essere condivise, è uno smacco se non lo sono. Poi, siccome ci devono essere, qualche volta possono essere decise anche con maggioranze non esaltanti. Ma devono essere condivise in modo tale che la competizione avvenga senza che nessuno pensi che l’altro ha la volpe sotto l’ascella». Chiosano i suoi: per Bertinotti, ottenuti i correttivi minimi alla bozza Bianco, il testo si può votare anche col Pd e Forza Italia. E la Cosa rossa? Con chi ci sta.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 11 gennaio




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10 gennaio 2008

La Cisl lancia il "modello Ferrari". E non vuole aspettare la trimestrale

Un sì al patto di produttività proposto dal governo. Una richiesta di intervento su prezzi e tariffe: «Bersani ci convochi subito». E un monito a Montezemolo: «Prima discutiamo della nostra agenda, poi del resto». Il segretario aggiunto della Cisl Pier Paolo Baretta, all’indomani dell’incontro tra governo e parti sociali, fissa i paletti di una trattativa che si preannuncia lunga e nient’affatto semplice. E in una conversazione col Riformista spiega: «L’idea di un patto finalizzato al rilancio del paese che consenta di migliorare le condizioni dei lavoratori è positiva. Quello del 1993 era un accordo importante ma ora, esaurita la sua spinta, va siglato un nuovo patto per lo sviluppo». Uno degli elementi dell’accordo (che verrà?) deve essere, per Baretta, proprio la produttività aziendale, di cui ha parlato ieri anche Montezemolo sul Sole24ore: «Bisogna prima intendersi sul termine produttività. È sbagliato contrapporre quella aziendale a quella di sistema di cui ha parlato Bersani. C’è infatti una produttività legata alla competitività delle nostre imprese. E poi c’è quella territoriale, si pensi ai distretti che sono stati il motore del nostro sistema. Le due dimensioni, dico a Montezemolo, non vanno contrapposte, esattamente come accade col modello Ferrari, dove la produttività aziendale resta integrata nel sistema Italia». E sul patto di produttività spiega: «Non pensiamo di abolire i contratti nazionali, che danno le garanzie di base, ma ad essi vanno accompagnati, a livello locale, contratti legati alla produttività aziendale». In che senso? «La produttività non si esaurisce solo nel rapporto tra costo e orario di lavoro, ma è legata all’innovazione e al miglioramento complessivo della capacità competitiva dell’azienda. È con la qualità che le nostre imprese diventano competitive. L’idea di coniugare contratti nazionali e aziendali è una proposta storica della Cisl. Ora è il momento giusto per coglierla».

E il governo? Cgil, Cisl e Uil, che ieri hanno riunito le segreterie unitarie, si attendono un segnale che, dopo il vertice di maggioranza in programma oggi, potrebbe concretizzarsi nell’apertura di un confronto sulle detrazioni fiscali per salari e contratti integrativi. Dice Baretta: «Per ora è stato dato il via solo alla calendarizzazione della trattativa. La nostra piattaforma non è stata respinta e il governo ha espresso cautela sulle cifre legandole alla verifica della trimestrale di cassa. Ma il negoziato è complesso». In attesa delle proposte, i sindacati hanno deciso di rimandare gli esecutivi unitari, inizialmente previsti per il 15, a dopo il primo incontro di merito col governo.

E lo sciopero generale? «È meno vicino» dice Baretta che però rilancia le priorità della Cisl. La prima è su prezzi e tariffe: «Occorre una moral suasion per stabilire che la speculazione sui prezzi va condannata, mutuando il metodo adottato nella lotta all’evasione fiscale: chi evade viene colpito. A questo si deve aggiungere un’azione di monitoraggio ripristinando, ad esempio, le commissioni di controllo periferico. E, da ultimo, va avviata una discussione più seria sul paniere. Con queste tre misure si dovrebbe ottenere qualche risultato». Sulle tariffe aggiunge: «Dal momento che sono di emanazione pubblica va distinto il mercato dal servizio universale. Ad esempio, i trasporti nelle aree urbane rientrano nella categoria “mercato”. Quelli nelle aree periferiche nella categoria “servizio universale”. Applicando questa distinzione si possono calmierare i prezzi». La seconda riguarda i salari: «Si può aspettare la trimestrale di cassa per verificare le risorse, ma non c’è bisogno di attendere per stabilire gli obiettivi: le detrazioni per il lavoro dipendente e per i pensionati; il bonus fiscale per le famiglie; la detassazione degli aumenti contrattuali di secondo livello collegati alla produttività. Mentre le aliquote sono materia per il prossimo anno». Sulle risorse Baretta incalza Tps: «Per questi obiettivi le risorse già ci sono. Senza voler essere giudicati moderati, siamo all’interno di una cifra inferiore agli otto miliardi di euro di cui si è parlato in questi giorni. E aggiungo: questi provvedimenti possono essere decisi prima della trimestrale di cassa». Il terzo capitolo riguarda i contratti, su cui il segretario della Cisl non usa perifrasi: «In queste ore vanno chiusi quelli non rinnovati. Il governo, sul pubblico impiego, qualche impegno l’ha preso. Ma ci sono anche i meccanici e il commercio. Prima di aprire ogni confronto sul modello contrattuale dico: si chiudano i contratti in essere».

Fin qui il governo. Poi c’è Montezemolo, che ieri ha chiesto un taglio di altri cinque punti di cuneo. Taglia corto Baretta: «Certo che siamo favorevoli alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, visto che nel nostro paese un lavoratore prende poco e costa troppo. Ma adesso sul tavolo c’è la nostra piattaforma e le risorse vanno messe su fisco, salari e contratti».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 10 gennaio




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8 gennaio 2008

I socialisti dicono no al referendum e chiedono aiuto a Prodi

Un no al referendum. E una richiesta al governo di prendere in mano il dossier legge elettorale, nell’ambito della verifica di gennaio, al fine di trovare una posizione comune all’interno della maggioranza. Altrimenti - dice Gavino Angius parafrasando D’Alema - «salta tutto» (vai alla voce: governo). Conseguenza: i socialisti tornano a sperare in Romano di fronte alle varie ipotesi in campo bollate tutte come «truffe».

Capitolo referendum. I socialisti hanno presentato ieri mattina a dieci giorni circa dal pronunciamento della Corte sui quesiti, una memoria oppositiva. Ci hanno lavorato giuristi e costituzionalisti vicini al Ps come Felice Besostri, Augusto Cerri, Costantino Murgia, Mario Patrono. I punti tecnico-giuridici su cui si fonda il loro giudizio di inammissibilità - e di «incostituzionalità» - sono principalmente quattro, come hanno illustrato Angius, Boselli, Villetti e Piazza in una conferenza stampa al Senato. Innanzi tutto c’è «il difetto di chiarezza e di coerenza del quesito che non comprende l’abrogazione della norma che prevede la presentazione del programma e l’indicazione del premier insieme alla presentazione della lista»: questo, dicono i socialisti, potrebbe portare alla conseguenza paradossale che un programma comune a più liste, che risultasse nel complesso anche largamente maggioritario, sarebbe comunque perdente se una lista solitaria ottenesse un numero di voti maggiore della più votata tra le liste con lo stesso programma. La seconda ragione consiste nel fatto che «il referendum proposto non elimina e neppure corregge la normativa in vigore, ma ne stravolge il senso politico e giuridico». Con la conseguenza che ne risulterebbe stravolto l’istituto stesso del referendum. Un punto, questo, su cui i socialisti hanno molto insistito. Ha spiegato Murgia: «I quesiti hanno sostanzialmente manipolato la legge in vigore promuovendo, di fatto, una nuova legge elettorale. Ne risulta stravolto l’istituto del referendum che per la nostra Costituzione è abrogativo».

Terza motivazione: «Il quesito referendario restringe il libero esercizio del diritto dei partiti di associarsi presentando programmi comuni e lascia pregiudicate le possibilità di poter governare mantenendo immutata la differente attribuzione del premio di maggioranza tra Camera e Senato». Infine, «il quesito referendario restringe il diritto di libera associazione in partiti politici, senza che questa restrizione possa considerarsi una via necessaria per garantire la governabilità». Conclusioni: «La nostra non è una ribellione, ma una battaglia democratica», ha detto Murgia.

Ma i socialisti muovono soprattutto una critica politica alla legge che uscirebbe dal referendum sottolineando come, in via ipotetica, una sola lista possa ottenere il 55 per cento dei seggi anche con percentuali di voto al di sotto, ad esempio, del 20 per cento: «La legge che ne uscirebbe - ha osservato Villetti - ha un solo precedente, la legge Acerbo che però almeno prevedeva una soglia del 25 per cento. Ma, in questo caso, si può anche ipotizzare che possa avere il 55 per cento dei seggi anche una lista che ha ottenuto il 15 per cento dei voti».

Fin qui le obiezioni di merito. Ma è soprattutto sul piano politico più generale che i socialisti chiedono al premier Romano Prodi e al ministro delle riforme Chiti di cambiare rotta di fronte a una situazione arrivata a un bivio che a loro sembra proprio non piacere: o l’accordo tra Pd e Forza Italia o il referendum. In particolare per Gavino Angius la bozza Bianco, così com’è, non va, anche perché «lascia aperte questioni dirimenti come il voto disgiunto o la dimensione delle circoscrizioni». Tuttavia, spiega l’ex ds, è da lì che deve partire il confronto parlamentare. I socialisti non avanzano una loro proposta di legge elettorale - anche se ritengono che il dibattito debba allargarsi al tema delle riforme istituzionali - ma muovono al governo una richiesta ben precisa: quella di intervenire, da subito. Dice Angius: «Non si può modificare una legge elettorale sulla base dell’accordo preventivo tra Pd e Forza Italia. Nella verifica di governo va introdotto il tema della legge elettorale, per il semplice motivo che, se la maggioranza su questo si spacca, cade il governo». E aggiunge: «Ho chiesto a Bianco un’audizione sulla legge elettorale per ascoltare il ministro Chiti, che ha la delega del governo in materia e ha presentato una sua bozza dopo aver ascoltato le forze politiche. Serve una posizione della maggioranza. Altrimenti come ha detto un autorevole dirigente del Pd, salta tutto».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 8 gennaio




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8 gennaio 2008

La verifica di Rifondazione

Da oggi si fa sul serio. E in via del Policlinico si respira un (cauto) ottimismo, almeno per ora. Con il confronto tra governo e parti sociali su fisco, salari contratti si apre, di fatto, il primo round della verifica. E anche per Rifondazione inizia una fase decisiva. Il partito di Giordano, in una segreteria svoltasi ieri in due tappe (la prima, in mattinata, sul caso Napoli, la seconda, nel pomeriggio, sui temi di politica generale) ha provato a fissare i paletti in vista del secondo round, quello all’interno della maggioranza. Data prevista: il 10 per i temi economici - ha comunicato ieri palazzo Chigi - e, solo dopo il pronunciamento della Corte sul referendum, si parlerà di quelli istituzionali. E l’agenda di Rifondazione? Certo ci saranno la Amato Ferrero da sbloccare (ma soprattutto da approvare, dicono a Rifondazione), nonché la battaglia sulla laicità e sulla sicurezza, ma i temi più caldi sono, appunto, legge elettorale e salari. Dopo di che si aprirà il capitolo precarietà.

Sul primo punto la parola d’ordine di Giordano&Co è «parlamentarizzare la questione», ovvero portare il testo Bianco in aula sottraendolo al cortocircuito mediatico degli ultimi giorni. E se ancora ieri in un’intervista a Repubblica Giordano ribadiva le due modifiche irrinunciabili per Rifondazione (il recupero nazionale dei resti e il voto disgiunto tra liste e collegio) a porte chiuse si sono tracciate le coordinate di uno scambio possibile col Pd. Il ragionamento che si fa dalle parti di Rifondazione suona più o meno così: l’asse con Veltroni tiene nonostante le turbolenze legate alle dinamiche interne al Pd. Soprattutto perché, a giudizio di Rifondazione,Veltroni, pur mettendolo nel novero delle possibilità, vuole evitare il referendum. Non solo, ma le pressioni dalemiane in favore del modello tedesco aiutano, e non poco. E lo scambio possibile? Il Prc potrebbe accettare di aggiungere alla bozza Bianco il premio di maggioranza gradito al segretario del Pd («un premietto» dicono dalle parti del Prc) se in cambio il Pd cedesse sul recupero nazionale dei resti. Su questo le parole di Latorre su Liberazione di sabato sembrano certificare la possibilità dell’intesa: «Condivido la necessità di riconsiderare il recupero dei resti su base nazionale. Ho delle perplessità sul voto disgiunto. Ma il consenso del Prc sulla legge elettorale è un elemento essenziale». Fin qui i patti (possibili) col Pd. Ma il compromesso all’orizzonte presenterebbe anche un altro vantaggio per Rifondazione tutt’altro che irrilevante, ovvero evitare di sacrificare la Cosa rossa sull’altare della legge elettorale. Dati per persi Verdi e Pdci, che in materia hanno scelto di ballare da soli, col «premietto» di maggioranza Giordano incasserebbe il sì convinto di Mussi, che il tedesco purissimo non lo vuole. Un sì particolarmente rilevante, dicono dalle parti di Rifondazione, almeno dal punto di vista simbolico, dal momento che consentirebbe di andare avanti sulla Cosa rossa, senza aver rotto con tre su quattro degli alleati. E, da ultimo, un sistema elettorale siffatto la Cosa rossa la agevolerebbe e non poco.

E i salari? Se le premesse sono quelle di ieri, la verifica rischia di tramutarsi subito in scontro. «È ora di smetterla di giocare a guardia e ladri», aveva detto ieri Franco Giordano a Repubblica, con Padoa-Schioppa «a difesa del debito pubblico, e Damiano che sulla precarietà ascolta troppo Confindustria, e noi, i ladri, a favore degli operai». Rifondazione considera irrinunciabile un’azione di redistribuzione, da attuare senza la logica dell’una tantum e senza aspettare trimestrali di cassa. Spiega il responsabile economico Maurizio Zipponi: «Tre punti sono per noi decisivi: la riduzione della tassazione sugli aumenti contrattuali nazionali, la restituzione del fiscal drag, la riduzione in automatico delle aliquote fiscali in relazione alla lotta all’evasione». E le risorse? Il Prc rispolvera un vecchio cavallo di battaglia: l’armonizzazione al 20 per cento della tassazione sulle rendite finanziarie. Quello che invece Rifondazione vede come fumo negli occhi è l’ipotesi di detassare gli aumenti contrattuali aziendali: «È un’idea neocorporativa - dice Zipponi - perché riguarda il 20 per cento delle aziende e il 25 per cento dei lavoratori». Al centro dello scontro sulla produttività che ha visto ieri un botta e risposta duro tra Damiano e Ferrero c’è un punto, che Rifondazione, al pari della Cgil, considera centrale: il ruolo del contratto nazionale come asse portante delle relazioni industriali. E in materia i timori emersi in via del Policlinico hanno due volti: quello della Cisl, ma soprattutto quello di governo, che, ad oggi, sembrerebbe avere una linea «doppia», da un alto Prodi e Visco, dall’altro Damiano e Tps. «Ha fatto bene Prodi a mettere al centro la questione salariale. Ora speriamo di rompere le resistenze di Padoa Schioppa» incrocia le dita il sottosegretario all’Economia Alfonso Gianni. Da oggi si parte.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 8 gennaio




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4 gennaio 2008

Boselli sta in trincea aspettando il Pd Zelig

Prima un attacco a Veltroni. Poi la richiesta di un Prodi bis. In ultimo quella che il confronto sulla legge elettorale si allarghi al tema delle riforme istituzionali. Il leader dei socialisti Enrico Boselli, in una conversazione col Riformista, fissa le sue coordinate alla vigilia della verifica di governo. Sul Pd afferma: «Sulla laicità è ambiguo e lontano anni luce dai partiti socialisti europei. Quando incontriamo i nostri compagni portoghesi, francesi, spagnoli ci rendiamo conto che l’Italia è un paese a sovranità limitata». A Prodi dice: «È evidente che dalla verifica dovrà uscire un nuovo governo. In cui il Pd faccia una cura dimagrante di ministri, visto che nemmeno la Dc ai tempi del centrismo ne aveva 18 su 24. E che abbia al centro il tema delle riforme costituzionali, perché la legge elettorale da sola non basta». Da ultimo indica il modello istituzionale preferito dai socialisti: «Da trent’anni siamo favorevoli al semipresidenzialismo alla francese. Non ho capito il perché e il come della proposta di Franceschini ma a noi il modello francese va bene».

Ma prima di tutto c’è - neanche a dirlo - il tema della laicità, su cui Boselli è un fiume in piena: «Sono tre anni che è in atto un’offensiva fondamentalista da parte della Chiesa: la fecondazione assistita, la legge sulle unioni di fatto, il voto sconcertante nel Comune di Roma contro un registro per le famiglie che vivono fuori dal matrimonio. Da ultimo l’attacco alla legge 194. È una situazione preoccupante». E spiega: «Nel merito della legge il dibattito è viziato dalla malafede. Ruini non vuole migliorarla, vuole cancellarla, e prima di tutto ridurne l’ambito di applicazione. Ogni anno in Parlamento c’è una relazione sugli effetti della 194 che, ricordo, non è la legge che ha introdotto l’aborto nel nostro paese ma quella che ha sconfitto l’aborto clandestino. Bene, secondo l’ultima relazione parlamentare dal 1982 ad oggi gli aborti sono diminuiti del 45% e quello clandestino è stato cancellato». Poi il segretario dello Sdi aggiunge: «Le gerarchie sui diritti civili hanno un approccio classista. Con l’aborto terapeutico le donne sono un po’ più uguali le une alle altre. Lo stesso vale per gli altri temi eticamente sensibili. Altrimenti chi ha i soldi va nelle cliniche private e chi no dalle mammane. O chi ha i soldi fa la fecondazione in un altro paese europeo. E chi non li ha no. A questo serve la legge, a dare garanzie a tutti e non solo alla classe privilegiata». E ancora: «Ci dicono che siamo laicisti e ottocenteschi. Rispondo che la laicità non combatte le religioni ma il fondamentalismo. Certo, non siamo in uno Stato teocratico dove il peccato è reato, ma da noi le gerarchie intervengono troppo pesantemente nell’azione legislativa per tutelare i valori religiosi. In un paese moderno, non ottocentesco, le leggi devono garantire i diritti di tutti. Peraltro, se guardiamo il paese, i comandamenti della Chiesa cattolica sono disattesi dalla maggior parte dei cittadini, altrimenti non si spiega l’alto numero dei divorzi o delle unioni di fatto per dei cattolici più famosi che siedono in Parlamento e che di famiglie ne hanno due o tre». E al governo dice: «La verità è che c’è un’ipocrisia di fondo: da un lato si blocca la legge sulle unioni di fatto e dall’altro il nostro paese investe, per la famiglia appunto, anche per quella tradizionale, la metà dei soldi rispetto agli altri paesi europei». Ma è sul Pd che Boselli la mette giù dura: «Sembra Zelig: mentre c’è un guerra santa sulla laicità Reichlin presiede una commissione sui valori come fossimo nel secolo scorso». E Veltroni? «Su Roma mi ha deluso. E più in generale il suo silenzio sulla laicità è assordante. Inutile prendersela con la Binetti se uno ci fa un partito».

Su questi temi i socialisti continueranno a dare battaglia nella verifica. Ma al centro del confronto con Prodi ci sarà anche la legge elettorale. Dice Boselli: «Un chiarimento è necessario. La crisi della politica non si risolve solo cambiando la terza legge elettorale in tredici anni. Bisogna avere il coraggio di dire che va cambiata la Costituzione che è ispirata a principi parlamentari e proporzionali, mentre i principali partiti sono ispirati a principi maggioritari e presidenziali. E, rispetto ai modelli in campo, noi preferiamo il sistema francese, ovvero l’elezione diretta del presidente della Repubblica. È quello che garantisce meglio la governabilità». E la legge elettorale? «Dico no alle leggi truffa come la bozza Bianco e dico no al referendum su cui presenteremo una memoria oppositiva perché a nostro giudizio è incostituzionale. Speriamo che la Corte lo confermi. Nemmeno la legge Acerbo consentiva a chi ha il 25 per cento dei voti di prendere il 51 per cento dei seggi. La legge che uscirebbe dal referendum è antidemocratica». Conclusione? «Dalla verifica deve venir fuori un Prodi bis che si impegni anche per le riforme».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 4 gennaio




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3 gennaio 2008

Angeletti: "Prodi faccia sua la nostra agenda"

«Bene Damiano. Anzi: era ora. Adesso però il governo si deve assumere l’impegno, in vista dell’incontro dell’8 gennaio, di rispondere alle nostre richieste. Se invece verrà al tavolo facendo solo promesse sarà inevitabile lo sciopero generale». Il segretario della Uil Luigi Angeletti ha apprezzato la proposta di detassare gli aumenti salariali fatta ieri su Repubblica dal ministro del Lavoro Damiano. Ma, a suo giudizio, questo non basta a dare credibilità a un governo che, a sentire il segretario della Uil, tanto affidabile non sembra proprio.

La prossima settimana si svolgerà una doppia verifica, quella tra le forze di maggioranza e quella tra governo e parti sociali. Sulla prima Angeletti dice: «Il tema vero della cosiddetta verifica di governo sarà la legge elettorale. Non altro. Sono certo che nemmeno Rifondazione aprirà la crisi su fisco e salari se troverà un accordo sulla legge elettorale». E spiega: «Il governo ha bisogno di un tagliando. Prodi dovrebbe far propria la nostra agenda. Soprattutto dovrebbe iniziare a fare una vera politica economica, altrimenti è destinato a finire. Finora ha mirato ad avere da un lato l’approvazione di Bruxelles e dall’altro quella di Confindustria e dei suoi giornali. Ma, nei fatti, non ha perseguito il vero obiettivo che dà senso ad una politica economica: la crescita. Ecco perché serve una svolta su crescita, liberalizzazioni, modernizzazione del paese e redistribuzione del reddito; ovvero a partire dalla nostra piattaforma». Sulla seconda verifica, che riguarda direttamente i sindacati, afferma: «È ovvio che il governo l’8 gennaio non potrà dire di no alle nostre proposte, e questo già lo sappiamo. Ma quello che ci preoccupa è che dica sì in linea di principio e poi al momento delle decisioni non trovi i soldi. Questo è il pericolo».

Dopo il monito di Epifani e quello di Bonanni anche Angeletti mostra una certa preoccupazione sul confronto di gennaio. E non è affatto convinto dall’idea del patto di produttività lanciata da Prodi: «In linea di principio è utile, ma per farlo, come tutti i patti, serve uno scambio: l’aumento dei salari in cambio dell’aumento della produttività. Ma non tutte le imprese e non tutta Confindustria saranno favorevoli. Anche perché non tutte le imprese stanno aumentando la loro produttività». E aggiunge: «Un anno fa sul pubblico impiego facemmo un accordo di questo tipo. Poi non solo il governo non ha fatto proposte per realizzare quel patto ma non ha nemmeno rinnovato i contratti». Anche sulla nuova concertazione, di cui ha parlato il premier, Angeletti qualche dubbio ce l’ha, eccome: «Non ne capisco il senso. La cosa nuova sarebbe una concertazione per far crescere il paese. In tutti i campi, anche sulle liberalizzazioni, dove il governo si è trovato isolato di fronte alle resistenze di alcune categorie. Eppure le liberalizzazioni servono. Penso ai servizi pubblici, alle imprese, alle assicurazioni. Voglio dire a Bersani che se ci invita a un tavolo si possono individuare insieme gli obiettivi».

Ma per i prossimi mesi la priorità, per i tre sindacati confederali, è una sola: come aumentare il potere d’acquisto dei salari. Dice Angeletti: «La riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni è dovuta a due fattori: l’aumento di prezzi e tariffe e l’aumento del carico fiscale sul lavoro dipendente. Conseguenza: l’economia è cresciuta poco perché, anche se sono andate bene le esportazioni, non è cresciuta la domanda interna. E il nostro Pil è più basso rispetto agli altri paesi europei». E per riattivare la domanda interna Angeletti indica tre direzioni. La prima riguarda prezzi e tariffe: «Occorre l’intervento della politica. Certo che i prezzi li fa il mercato ma il mercato perfetto non sta nemmeno nei manuali scolastici e con la mano invisibile moriremmo tutti nel medio periodo. Questo non significa che i prezzi vadano stabiliti sulla base di un modello parasovietico. Il governo però deve fare monitoraggio e moral suasion come accade negli altri paesi europei. E, soprattutto, deve usare la leva fiscale, dalle accise sulla benzina agli incentivi sugli affitti». La seconda riguarda, appunto, il fisco: «Affinché l’operazione sui salari non sia una presa in giro le tasse vanno ridotte per un ammontare di un punto di Pil circa, qualcosa come 15 miliardi di euro l’anno. Noi pensiamo a due misure complementari. La prima consiste nel detassare gli aumenti contrattuali senza toccare le aliquote, altrimenti si rischia di favorire i potenziali evasori che risultano nelle fasce di reddito basse. Questo per due o tre anni. Finito questo lasso di tempo vanno fatte detrazioni sul lavoro dipendente». La terza riguarda i contratti: «Siamo in ritardo. Ricordo che sul pubblico impiego abbiamo già fatto uno sciopero dal momento che il governo non aveva stanziato i soldi in Finanziaria. Poi vanno chiusi i contratti dei meccanici e del commercio». E il rinnovo dei modelli contrattuali? «Se ne parlerà in seguito. Aprire oggi questo capitolo significa passare altri mesi parlando a vuoto».

Alessandro De Angelis

da il Riformista di giovedì 3 gennaio




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