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Diario


28 dicembre 2007

Nerozzi: "Caro Prodi non ci hai convinto proprio. Per gennaio aspettiamo proposte serie"

E ora la Cgil aspetta al varco il governo. Al segretario confederale Paolo Nerozzi non è piaciuto affatto il discorso di Prodi nel consueto incontro di fine anno con la stampa e in una conversazione col Riformista spiega: «Sembrano tanti capitoli di un libro non rilegato. Manca un filo che li tenga assieme. E l’unico filo possibile è una forte concertazione con le parti sociali». E avverte: «Aspettiamo Prodi alla prova dei fatti. L’8 gennaio ci sarà l’incontro tra governo e sindacati su fisco e contratti. In quella sede non solo attendiamo proposte ma anche che il governo si presenti alla trattativa con una posizione già condivisa al suo interno. E che non si comporti come sul Protocollo. Noi abbiamo già dato». Ma se le premesse sono quelle del discorso di ieri, a giudizio della Cgil, sono tutt’altro che incoraggianti.

Primo punto: Prodi ha detto che deve esserci un accordo tra governo e parti sociali su un aumento della produttività. Dice Nerozzi: «Cosa c’entri la produttività con il calo del potere d’acquisto dei salari è un tema filosofico ignoto ai più. Prodi ha messo insieme due problemi che andrebbero esaminati separatamente». Sul primo chiarisce: «La perdita del potere d’acquisto dei salari è dovuta al fisco, alla tassazione centrale e all’aumento delle imposte locali. E, aggiungo, all’aumento incontrollato dei prezzi determinato da cattive e inefficaci liberalizzazioni, basti pensare ai combustibili e alle assicurazioni. E anche a incapacità politica, basti pensare a come il governo ha gestito l’assurdo blocco dei tir che ha causato aumenti forsennati nel settore alimentare. Tutto questo con la produttività non c’entra nulla. C’entra, e molto, con l’assenza di politiche concertative. Ma queste Prodi non le ha nominate». E la produttività? «La produttività è determinata da più fattori come quelli che riguardano la capacità di innovazione delle imprese, o quelli che investono direttamente il governo: gli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, in ricerca, tutti settori su cui sarebbe dovuto fare di più».

Secondo punto. Prodi ieri ha parlato della sicurezza sul lavoro come di una «emergenza nazionale». Ma Nerozzi, anche su questo, critica il premier. «C’è qualcosa che non va se il governo ha pochi ispettori e quei pochi ispettori non hanno i soldi e devono raggiungere le periferie, dove sono i cantieri, con i mezzi pubblici. O se è stato smantellato per mancanza di soldi il sistema preventivo delle Asl. O se ci sono leggi che permettono di evitare questi controlli. E aggiungo: quando chiedemmo al governo di togliere dall’indulto i reati sul lavoro fummo ridicolizzati. Perché Prodi non legge sui giornali le risposte che ci furono date allora?». Per il segretario confederale della Cgil il tema della sicurezza andrebbe affrontato in altro modo: «La mancanza di sicurezza, oltre alle norme che non vengono rispettate, è legata a fattori d’ordine più generale: una cattiva organizzazione del lavoro, i salari bassi per cui i lavoratori per guadagnare qualcosa in più di più si sottopongono a orari massacranti. E più in generale è legata a una politica che ha smarrito il senso stesso della centralità del lavoro».

Terzo punto: Prodi ha rivendicato il tasso di disoccupazione più basso degli ultimi quindici anni. Dice Nerozzi: «Oltre ai numeri c’è un problema di qualità della disoccupazione. Abbiamo troppi ragazzi che svolgono lavori non adeguati ai loro titoli di studio. E poi c’è uno squilibrio evidente tra Nord e Sud».

Al tavolo dell’8 gennaio il confronto verterà su fisco e contratti. Sul primo punto Nerozzi afferma: «Vedremo le proposte del governo sul sistema fiscale. Non entro nel merito tecnico, ma una cosa è certa: bisogna iniziare un processo che restituisca potere d’acquisto ai salari. Non servono misure episodiche e una tantum». E sul secondo: «Il governo deve dare subito risposte a milioni di lavoratori del pubblico impiego. Poi vanno chiusi i contratti dei meccanici e del commercio. Vorrei dire che i contratti pubblici riguardano le persone che nella stragrande maggioranza lavorano, altro che fannulloni: la maestra che prende milleduecento euro e svolge un lavoro fondamentale per la nazione, gli infermieri e gli spazzini che lavorano anche quando è festa». Anche sul tema salari il discorso di ieri non ha convinto la Cgil: «Non capisco che cosa intenda Prodi per salari medio-bassi. Per me c’è buona parte del lavoro dipendente, come la maestra di cui sopra. Non vorrei che il governo facesse come con gli incapienti». In che senso? «Una parte lo è davvero, e un’altra sono quelli che non pagano le tasse. Di fronte alla finestra di casa mia ho un incapiente che ha il surf…».

Conclusione? «Noi abbiamo costruito una piattaforma unitaria. Ora la parola sta al governo. Ci aspettiamo dei risultati, in tempi rapidi. Altrimenti prenderemo le nostre iniziative di lotta».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 28 dicembre




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27 dicembre 2007

Baretta: "Prodi al capolinea se non cambia"

«Il miglior modo per non tirare a campare è che Prodi faccia propria la nostra agenda su fisco, salari e contratti». Il segretario generale aggiunto della Cisl Pier Paolo Baretta usa toni leggermente diversi rispetto a quelli di Guglielmo Epifani che nei giorni scorsi, in un’intervista a Repubblica, aveva mandato un ultimatum al presidente del Consiglio: «Ci aspettavamo di più. Per questo ora attendiamo il governo al varco. Se tira a campare sarà sciopero generale». Ma al di là dei toni («siamo moderati nel senso che est modus in rebus» dice Baretta), le posizioni dei due sindacati, nel merito, tanto lontane non sono, anzi. A partire dal governo, su cui Baretta afferma: «Se vuole andare avanti non solo deve continuare, ma intensificare la concertazione. Non vedo alternative».

A gennaio ci sarà una doppia verifica, quella all’interno delle forze di maggioranza e quella tra governo e parti sociali. Sulla prima Baretta dice: «Una crisi politica che mettesse in crisi il governo e la legislatura sarebbe un’ipotesi sciagurata, considerando anche che il paese è fermo e la congiuntura internazionale non è favorevole. Ma, se non c’è un cambio di marcia, maggioranza e governo sono al capolinea». E aggiunge: «Il programma dell’Unione è superato. Occorre ritararlo su punti espliciti. Ci aspettiamo che Prodi accolga le nostre priorità e le accompagni con una politica di grandi scelte di sviluppo». Sulla seconda verifica, che riguarda direttamente i sindacati, avverte: «Ha ragione Epifani. Prodi ci convochi su tutto il pacchetto. Anche perché, aggiungo, quando ha fatto accordi col sindacato è andata sempre bene, al suo come a tutti i governi. Lo sciopero generale dipende dalle risposte che il governo ci darà. Noi lavoriamo per non farlo».

Dopo la Cgil, anche la Cisl considera gennaio il momento della verità e manifesta una certa preoccupazione: «L’esperienza del Protocollo - dice Baretta - mostra che la politica, talvolta, complica il quadro. Certo che i partiti devono parlare anche di lavoro, fisco e contratti, ma quando è la politica che si mette a fare del pansindacalismo, si complica tutto».

«Si chiede al sindacato - prosegue Baretta - di stare nel suo ruolo, ma anche la politica dovrebbe stare nel suo, occupandosi, in Parlamento, delle grandi scelte e delle prospettive». Per il numero due della Cisl il confronto tra governo e sindacati deve avere un obiettivo ambizioso: «La nostra ipotesi di lavoro è più impegnativa del Protocollo e riguarda la revisione dell’accordo del ’93. Quell’accordo è stato fondamentale per le sorti del paese, ci ha consentito di aggredire il debito e di entrare in Europa. Ma ora non basta più, visto che è cambiato tutto. Va aggiornato con l’obiettivo di rimettere in moto un circuito virtuoso tra accumulazione e distribuzione». A tal fine, i sindacati chiedono, da subito, un tavolo col governo per scrivere insieme l’agenda del 2008. A Baretta non sono affatto piaciute le dichiarazioni del sottosegretario all’Economia Grandi, che ieri diceva: «Per intervenire sui salari bisognerà attendere la trimestrale di marzo»; e che definiva «ragionevole» un confronto tra governo e sindacati. Per il numero due della Cisl quel confronto è indispensabile: «Il problema non è marzo, è che sbaglia il governo se pensa di potercela fare senza un accordo con i sindacati. Dico a Grandi che chiediamo un confronto, non di essere consultati».

E il confronto, per Baretta, dovrà muoversi su tre direzioni. La prima è la riforma del modello contrattuale: «Quello in essere è troppo centralizzato e c’è poca contrattazione di secondo livello. Infatti si fa fatica a chiudere i contratti e, anche quando si chiudono, la cifra ottenuta è modesta, o meglio inadeguata rispetto al recupero del potere d’acquisto dei salari. A ciò aggiungo che quattrocento tipi di contratti sono troppi. Occorre una riforma che li semplifichi per grandi aree e diffonda il secondo livello di contrattazione». La seconda riguarda prezzi e tariffe: «Su questo tema c’è una responsabilità del governo e delle imprese. È ovvio che i prezzi non si controllano per decreto. Ma se i prezzi dipendono dal mercato, sulle tariffe bisogna fare di più. È un errore che il governo non convochi un tavolo sulle tariffe delle aziende pubbliche nazionali e locali con le parti sociali oltre che con i consumatori». Il terzo capitolo riguarda il fisco: «Tutti riconoscono che c’è una questione fiscale anche per il lavoro. L’anno scorso è stato varato il cuneo fiscale, quest’anno la priorità sono pensionati e lavoro dipendente». Quali saranno le misure specifiche, si vedrà. Baretta ha una sua ricetta. «La cosa migliore nel medio periodo è aumentare le detrazioni fiscali per il lavoro dipendente e per le pensioni. E dare dei bonus fiscali alle famiglie con figli fino a tre anni. Nel lungo periodo bisogna arrivare ad assegni familiari fino a diciotto anni e mettere seriamente mano alle aliquote. È il famoso punto di Pil da indirizzare verso il lavoro dipendente di cui si parla. Questa rappresenterebbe una risposta fiscale realistica ai problemi del salario». Al contrario Baretta considera «irrealistico» agire sul fiscal drag, come aveva chiesto Epifani: «Bisogna fare i conti con le risorse. Io preferisco altri provvedimenti». Ma avverte: «Tutte queste misure diventano efficaci se si coinvolgono gli enti locali. Negli scorsi anni i vantaggi che si sono ottenuti al centro si sono persi con l’aumento delle imposte locali. Ecco perché abbiamo chiesto di avviare un confronto non solo al governo ma anche a Comuni, Province e Regioni. Il tavolo deve produrre in tempi brevi un’intesa e poi passare anche al monitoraggio, per verificare se e quanto l’intesa viene rispettata». Un accordo col governo su questi temi, per Baretta, sarebbe un risultato storico: «Si potrebbe parlare di un nuovo 23 luglio». Ma il presupposto di ogni rapporto positivo col governo è che vengano chiusi i contratti non ancora rinnovati. Dice il segretario della Cisl: «Sul pubblico impiego, sui meccanici e sul commercio il governo è in ritardo. E siccome il governo é in ritardo pure dove è datore di lavoro, sul pubblico impiego appunto, non stupisce che sia ritardo su tutto. A Prodi dico: tira fuori dal cassetto il memorandum già firmato dalle parti sociali». E Confindustria? «Dovrebbe essere un’alleata in questa vicenda del rinnovo dei contratti , se è interessata alla ripresa economica. e dovrebbe capire pure che la riforma contrattuale va di pari passo con la riduzione delle tasse».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 27 dicembre




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22 dicembre 2007

La lista unitaria su Roma è in forse e la Cosa rossa pure

Se vanno bene le provinciali di Roma, è fatta. Altrimenti il progetto rischia di saltare: questo, in sintesi, il ragionamento che veniva fatto non molto tempo fa da di più di un dirigente della Sinistra arcobaleno, almeno tra quelli favorevoli. Il prossimo test elettorale nella capitale viene infatti considerato il primo vero banco di prova dell’operazione Cosa rossa. Quello cioè che farà capire se i partiti della sinistra-sinistra sono approdati dalle dichiarazioni d’intenti alla costruzione di un partito vero e proprio, passando, appunto, per la lista unitaria (secondo il modello democrat, per intenderci). Ed è proprio in vista delle provinciali romane che in questi giorni si registra qualcosa di più di una tensione. Incontri ufficiali ancora non ce ne sono stati ma la sensazione è che la lista unitaria a Roma sia a rischio. E la Cosa rossa pure.

I Verdi sollevano le maggiori perplessità. All’interno del sole che ride ci sono due scuole di pensiero: quella “autonomista”, per ora maggioritaria, che sulla Cosa rossa non vuole investire politicamente, e sostiene che il cartello va fatto, a livello nazionale, solo per ragioni elettorali (tradotto: per superare lo sbarramento quando c’è). Il rischio che alcuni vedono profilarsi, a livello locale, è quello di una Rifondazione allargata, tanto più che il provincellum è un proporzionale con collegi uninominali, dove un partito come i Verdi ha bisogno della visibilità della propria lista. Spiega il capogruppo alla Camera Angelo Bonelli: «L’aspetto tecnico è determinante. Gasbarra ha tutto l’interesse che si costruisca una coalizione forte. Questo vuol dire che mentre con quattro liste abbiamo 180 candidati, con una ne abbiamo 45. Quindi ben 135 candidati non correrebbero. Si tratta di diverse migliaia di voti. Dal punto di vista politico poi abbiamo stabilito che il processo federativo riguarda il livello nazionale e non locale dove dobbiamo fare esperimenti caso per caso». Il sole che ride, alle scorse provinciali di Roma ha raccolto un 3,5 per cento di consensi, ed è quindi particolarmente prudente di fronte all’idea di abbandonare il simbolo. Dice Bonelli: «Ci vuole cautela. Qualcuno, a destra, potrebbe presentare qualche sole che ride taroccato e prendere una parte dei nostri voti. Non sarebbe un gran capolavoro. Rischiamo un flop». L’altra scuola di pensiero (targata Paolo Cento) ribalta il ragionamento che suona più o meno così: l’autonomia dei Verdi con la lista non c’entra, anzi proprio in vista di un cartello elettorale alle politiche bisogna dare all’elettorato l’idea di un processo in corso, con un suo appeal altrimenti l’operazione può essere percepita come opportunistica.

Ma quale è l’alternativa alla lista unitaria? Che ognuno corra da solo? Non è detto, dal momento che sul simbolo presentato vige la regola del “tre su quattro”. In che senso? È stato stabilito che se tre partiti su quattro della Cosa rossa lo vogliono usare possono farlo e l’altro può correre da solo. Il meccanismo, mutuato dall’Ulivo versione 1996, è un vincolo fortemente voluto da Rifondazione che sulle liste unitarie rischia forti dissensi interni e vuole tenere agganciati gli alleati.

Tecnicamente il “tre su quattro” funge da disincentivo ad andare soli: i Verdi, in tal caso, si presenterebbero con il sole che ride ma alla propria sinistra troverebbero il simbolo con l’arcobaleno, recentemente benedetto da Pecoraro Scanio agli stati generali della sinistra. Ma al di là del vincolo del “tre su quattro”, la posizione dei Verdi ha già aperto una falla politica all’interno della nascente Cosa rossa, dando spazio ai malpancisti del processo unitario sia all’interno dei comunisti italiani che all’interno di Rifondazione. Diverso è il caso di Sd, che per natura e radicamento territoriale vuole evitare di contarsi. E spinge per le liste comuni. Più articolato il ragionamento dalle parti di Rifondazione. Tre giorni fa si è svolto il comitato politico federale in cui il segretario della federazione romana, Massimiliano Smeriglio, vicinissimo a Franco Giordano, ha chiesto ai suoi mandato «per verificare la possibilità della lista unitaria». A Roma la maggioranza del partito è salda, ma, proprio per questo, non vuole rischiare. Dice Smeriglio: «Sono favorevole alla lista unitaria ovunque sia possibile alle prossime elezioni amministrative. Ma aggiungo che a Roma il dato è politico e proprio per questo non possiamo fare un esperimento isolato qui a prescindere dal contesto nazionale. Se non c’è il segnale nazionale rischiamo di affondare il progetto». Ad oggi, a Roma la Cosa rossa scricchiola.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 22 dicembre




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20 dicembre 2007

Occhetto: "Nella Cosa arcobaleno rivedo la mia svolta. Rifondazione è andata oltre falce e martello"

 A sentir parlare Achille Occhetto si ha quasi l’impressione di un salto indietro nel tempo: «Persone che erano divise sul finire del secolo scorso si sono ritrovate per iniziare un cammino nuovo. In Italia c’è una questione di vita o di morte: la presenza o meno della sinistra. Non si può non vedere che siamo oltre le divisioni del ’900, a nessuno è chiesta un’abiura, e tutti dovremmo muoverci verso una sinistra nuova, plurale e unitaria. Con al centro la questione di genere e ambientale che è diversa rispetto alla questione sociale del secolo scorso». Sembra l’ultimo congresso del Pci, e invece Akel sta parlando della Cosa rossa, che con la prima Cosa (quella occhettiana) sembrerebbe aver poco in comune. Ma non è così per Occhetto, che vede (o almeno ci spera) nella Cosa arcobaleno proprio lo spirito della svolta. E in una conversazione col Riformista spiega, partendo da lontano: «Con la svolta tentammo di uscire dalle macerie del comunismo autoritario, ma non per cancellare la sinistra. Tant’è che chiedemmo di aderire all’Internazionale socialista. Invece la svolta aveva dentro di sé due anime. Io proponevo una fuoriuscita da sinistra dal comunismo. Altri, il futuro gruppo dirigente del Pds, pensavano di lucrare sullo sdoganamento per entrare nel salotto buono con una prospettiva di governo fine a se stessa». Nella Cosa rossa, oggi, Occhetto avverte la possibilità di realizzare proprio quella fuoriuscita da sinistra: «Io partecipo con lo stesso spirito di allora. Sarà un’idea balzana ma penso a una sinistra con forze nuove e idee nuove, plurale e democratica nella quale anche i socialisti dovrebbero riorganizzarsi». Agli stati generali della sinistra, Occhetto si è ritrovato con chi nell’89 si oppose allo scioglimento del Pci. Ma Akel dice: «Non importano le diversità dei tragitti da cui ognuno viene, quello che conta è il sentiero nuovo su cui ci si incontra». Oltre alla svolta Occhetto richiama il primo Ulivo: «È stata la mia fissazione: ricostruire e unire dal basso ciò che il Novecento aveva diviso. Rappresentava la mia idea di carovana: tanti convogli in una coalizione unitaria. Anche l’Ulivo è stato rotto da chi non ci ha creduto. E nella nuova sinistra c’è bisogno anche dello spirito dell’Ulivo». E oggi? «Vedo due novità in campo moderato in Italia: il partito di Berlusconi e il Pd. Al crollo dell’idea storica di centrosinistra in questo paese bisogna contrapporre la vera novità: una sinistra che non è mai esistita, libertaria, femminista, ambientalista, che vada oltre l’esperienza storica del Pci e del Psi».

Come deve essere la Cosa rossa di Occhetto? «Una sinistra nuova che dica no al salotto buono della finanza, sì a innovazione e lavoro stabile; che non si limiti a criticare le armi di distruzione di massa, ma che riprenda la lotta per il disarmo generale; che ritenga assurdo che il governo di centrosinistra diminuisca le spese per la ricerca e aumenti quelle militari o che tolga la parola ai lavavetri e non combatta i racket mafiosi. E serve una sinistra che non si vergogni di criticare il capitalismo A partire dalla riforma morale e del modello di sviluppo al cui centro ci sia la vera guerra di questo millennio: la difesa del pianeta». E insiste: «Bisogna stare attenti a coltivare l’autonomia del proprio progetto: questo significa che non ci si può proporre di stare sempre all’opposizione o di stare al governo a tutti i costi. Però, proprio come Napoleone che diceva che nello zaino di ogni soldato c’era il bastone da maresciallo, nello zaino della nuova sinistra ci deve essere il bastone del governo: fermi nei principi, ma di governo, superando la distinzione tra riformisti e radicali».

Federazione o partito della sinistra? Occhetto, come nell’89, è per la Costituente: «Un ennesimo cartello elettorale per superare una soglia di sbarramento non basta. Occorre un’idea forte capace di indicare una rotta agli sfiduciati e alle nuove generazioni senza partito. Quando dico sinistra plurale penso ad una ambizione maggioritaria: non serve una fusione a freddo di apparati, ma una vera e propria costituente delle idee». E sulla falce e martello - questione che preoccupa, e non poco, il popolo di Rifondazione - Akel, che quel simbolo lo tolse, seppure tra le lacrime, vent’anni fa, non drammatizza: «Va tolta perché divide. Lo dico senza disprezzo. Anche perché Rifondazione è andata già oltre quel simbolo. Il gruppo dirigente si sta muovendo su una linea che ha come obiettivo una nuova sinistra, non la conservazione delle vecchie identità. Basta vedere i principi: non violenza, contraddizioni di genere, ambientali. Ma anche le parole di Bertinotti su Lombardi e sul socialismo del XXI secolo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 20 dicembre




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19 dicembre 2007

Giordano rimpiange la (laica) Dc di De Gasperi

«Di referendum non ne voglio nemmeno parlare. Mi batterò con le unghie e con i denti in Parlamento per arrivare al modello tedesco». Risponde così il segretario di Rifondazione Franco Giordano a Walter Veltroni, che nell’intervista al Foglio di ieri aveva affermato: «Se in caso di referendum ognuno di noi dicesse che alle elezioni andrà da solo si introdurrebbe per virtù personale ciò che l’assetto non consente». Giordano non si mostra preoccupato sul capitolo legge elettorale. E, soprattutto, non considera inevitabile il referendum: «Non mi pare di essere un bersaglio dell’incursione di Veltroni. Il segretario del Pd ha voluto disilludere i piccoli partiti che, in caso di referendum, sperano di trovare posti in un listone. Io, ripeto, non prendo in considerazione né il referendum né il listone». E aggiunge: «Noi vogliamo una legge “tedesca” che consenta alleanze non coatte. Lo dico in altri termini: l’accordo di governo deve essere una libera scelta. Valuteremo se si farà col Pd o meno ma il punto di partenza è che la rappresentanza deve essere libera, ripeto: libera». La bozza Bianco, per Giordano, non è archiviata, anzi: «Quel testo - dice il segretario del Prc - non è né il modello spagnolo né il vassallum. E ci si può avvicinare al tedesco garantendo maggiore proporzionalità attraverso due modifiche: il voto disgiunto e il recupero nazionale dei resti. Sono le due condizioni che poniamo».

Ma l’intervista di Veltroni non è piaciuta affatto al segretario di Rifondazione su altri temi. Uno su tutti: la laicità. E qui Giordano la mette giù dura: «Le affermazioni di Veltroni sui cattolici esprimono un arretramento culturale. Con una concezione come la sua, dice bene Miriam Mafai su Repubblica, oggi non approveremmo la legge sul divorzio. Il punto è che per la prima volta nella storia del paese il punto di vista delle gerarchie ecclesiastiche non viene mediato da soggetti politici. La Dc di De Gasperi mediava e sapeva anche resistere alle pressioni del Vaticano, oggi col Pd le gerarchie intervengono direttamente nella produzione legislativa. È un cambiamento storico. In peggio: oggi la laicità è a rischio». Tra tutti, il fattore maggiore che la mette a rischio sembra essere, per Giordano, proprio il partito di Veltroni: «Il Pd non è come le socialdemocrazie europee. Mi limito a constatare che ogni volta che si deve esprimere sui temi della laicità, dal Comune di Roma al Parlamento, non è autonomo, non ce la fa». Le cause, per Giordano, non stanno solo nei rapporti di forza all’interno di quel partito ma in un motivo «più di fondo», culturale: «Mi lasciano perplesso le parole di Veltroni sui cattolici. Sono decenni che diciamo che la rappresentanza dei cattolici in politica è plurale. Ognuno di noi è tante cose, lavoratore, credente, non credente e altro ancora. Come dice Amartya Sen va superata la logica delle identità statiche. E, infatti, tanti cattolici militano a sinistra, nel volontariato ad esempio. La rappresentazione che Veltroni dà del mondo cattolico non è soltanto statica: è ideologica».

Il Pd, per Giordano, non è immune da responsabilità neppure sul piano del governo: «La nascita del Pd ha rotto l’Unione, e lo si vede quotidianamente nell’azione del governo. Noi abbiamo chiesto una verifica e sul suo esito consulteremo i nostri iscritti. È evidente che non posso stare al governo a dispetto dei santi, né posso fare la comparsa». Poi elenca i temi su cui Rifondazione darà battaglia (al governo e al Pd). Il primo: «La lotta alla precarietà, per cominciare: si riparte da dove ci siamo impantanati col Protocollo. La precarietà non è solo un fatto sociale, è una condizione esistenziale. E i salari. In questo paese sette milioni di lavoratori sono sotto i mille euro. Siamo gli ultimi in Europa seguiti dal Portogallo. E il Pd fa la stessa proposta di Confindustria, agganciare i salari alla produttività». Il problema, per Giordano, non è più rinviabile: «In quella maledetta acciaieria della Thyssen tutti i temi che abbiamo sollevato sono confluiti in una miscela esplosiva e drammatica: la sicurezza sul lavoro, gli straordinari, i salari, il lavoro usurante. Dobbiamo affrontare il problema alla radice. Visto che la globalizzazione travolge diritti e tutele e introietta il lavoro nel ciclo produttivo bisogna affrontarla con la lotta alla precarietà. Mi auguro che il sindacato sia d’accordo ma rivendico l’autonomia, come forza di sinistra, per occuparmene». Il secondo: «La legge Amato Ferrero sta ferma perché al fondo di questa maggioranza c’è l’idea sbagliata che sull’immigrazione l’aspetto sociale sia secondario rispetto a quello dell’ordine pubblico». Il terzo: «La lotta al disarmo. Vanno tagliate le spese militari e investiti i soldi che se ne ricavano in innovazione e ricerca». Il quarto: «Riguarda la laicità. Vanno riprese tutte le questioni accantonate, dalla legge 40 ai diritti delle coppie di fatto». Prodi è avvisato. Ma a quanto pare il Prc si prepara a verificare anche i rapporti con Veltroni.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 19 dicembre




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18 dicembre 2007

Fisco, salari, lotta alla precarietà. Il Prc prepara il suo inverno caldo

Per Rifondazione dovrà essere una verifica vera e propria. Per i Verdi dovrà servire a rilanciare il programma dell’Unione. Sd invece chiede una svolta, a patto che Prodi non venga messo in discussione. E il Pdci la parola «verifica» non vuole nemmeno sentirla nominare. Ma Rifondazione va avanti. Al comitato politico nazionale, Giordano ha chiesto ai suoi un mandato su un percorso in tre tempi. Il primo: una consultazione dei propri iscritti sui temi della verifica, con tanto di invito a partecipare rivolto agli alleati della Cosa arcobaleno. Il secondo: il confronto vero e proprio con Prodi. Il terzo: un referendum sull’esito della verifica, «decisivo», ha detto il segretario, per stabilire la permanenza o meno al governo. Anche in questo caso sono invitati ad esprimersi gli iscritti di tutta la Cosa rossa. Gli alleati, però, già declinano l’invito. Il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli dice: «Non funziona che uno prima decide poi informa gli alleati. Noi non pensiamo affatto che sia finita la stagione dell’Unione. Anzi dovremmo essere un po’ più grati a Prodi per le riforme varate in questo anno e mezzo». Anche la capogruppo di Sd Titti Di Salvo prende le distanze: «La consultazione è una scelta di Rifondazione. Per noi serve che il governo cambi passo ma Prodi non è in discussione».

Ma quali saranno i temi di confronto (o dello scontro) dell’inverno caldo di Rifondazione? Il primo, neanche a dirlo, riguarda la lotta alla precarietà: «Va modificata la legge 30 sui punti che, di fatto, agevolano la frammentazione delle imprese e la frammentazione del lavoro» dice il responsabile economico di Rifondazione Maurizio Zipponi. Il tema centrale sarà dunque il capitolo della legge Biagi che riguarda la cessione dei rami d’azienda. Il giuslavorista della Cosa rossa Piergiovanni Alleva spiega al Riformista: «Prima della Maroni, esisteva una norma di tutela dei lavoratori quando un’impresa veniva venduta: l’articolo 2112 del codice civile stabilisce che la vendita o l’affitto di una azienda o di un suo ramo comporta un trasferimento automatico dei contratti. Che cosa è successo con la Maroni? La Maroni dice, testualmente, che questa regola vale anche quando il ramo venduto è quello individuato al momento della cessione e non preesistente. Tradotto: decido io cosa cedo al momento e in tal modo aggiro l’ostacolo. La conseguenza è che l’imprenditore può esternalizzare quello che vuole. Quindi il lavoratore passa all’acquirente e trova le condizioni di lavoro della nuova azienda. Se si tratta di una piccola azienda, ad esempio, non vale l’articolo 18. Il trucco più usato è la vendita a se stessi: il datore fa una società, le cede un reparto, stipula un contratto d’appalto e i lavoratori si ritrovano in un’impresa più piccola e con meno diritti. Per il lavoratore sembra che non sia cambiato nulla, ma sue le condizioni si sono precarizzate. È questa la vera colpa della legge Biagi». Sempre all’interno del capitolo lotta alla precarietà Rifondazione proporrà una legge sull’orario di lavoro «per evitare - dice Zipponi - che si verifichi ancora quello che è accaduto alla Thyssen».

Il secondo punto della verifica riguarda la questione salariale. Obiettivo: trovare gli strumenti per aumentare il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti. Su tutti, Rifondazione chiede la detassazione degli aumenti contrattuali e la restituzione del fiscal drag. Il sottosegretario all’Economia Alfonso Gianni chiarisce: «Il fiscal drag è davvero un meccanismo perverso per cui aumentando l’inflazione aumenta il valore della tassazione. È un fatto aritmetico su cui bisogna intervenire politicamente perché produce impoverimento». E rilancia: «Sul lungo periodo poi occorre riequilibrare la tassazione: da un lato va aumentata quella sulle rendite, dall’altra va abbassata quella su lavoro e profitti in modo da utilizzare la leva fiscale con fini programmatori».

E la politica estera? Il Prc non chiederà il ritiro delle truppe dall’Afghanistan: «Non ci sono i numeri in Parlamento e ci spacchiamo noi», dicono in via del Policlinico. Ma si batterà per un obiettivo altamente simbolico per il suo popolo: un taglio alle spese militari. Su questo gli alleati sono già d’accordo. Silvana Pisa di Sd spiega: «Ora si spendono 5 miliardi l’anno in spese per gli armamenti. Ma nel bilancio della difesa ne figurano la metà perché l’altra metà grava sul bilancio del ministero dello Sviluppo economico con la giustificazione del dual use (civile e militare) dei mezzi. Qual è il punto? Il nostro paese è impegnato in missioni di terra (Libano, Afghanistan). Ma le maggiori voci di spesa non riguardano l’esercito, ma gli armamenti aereo-navali. Inoltre le spese militari sono lievitate nei primi due anni di governo Prodi del 20 per cento rispetto al governo Berlusconi. Si deve intervenire per colpire le lobby degli armamenti». La sensazione è che, ad oggi, sulle singole proposte tanti distinguo nella Cosa rossa non ci siano. Ma è sul braccio di ferro col governo che si aprirà la partita vera.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 18 dicembre




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15 dicembre 2007

Il gioco del cerino di Rifondazione per il dopo Prodi

 Sul governo: così non si può andare avanti, ma la via d’uscita, al momento, ancora non c’è. Sulla Cosa rossa: andare avanti in questo modo è difficile, ma bisogna tentare. È all’insegna di questo doppio gioco del cerino (chi stacca la spina al governo e chi rompe il gioco della Cosa rossa) che Rifondazione si prepara a gestire un gennaio caldo, anzi caldissimo. Il trait d’union dei due dossier è, neanche a dirlo, la legge elettorale.

Di qui la strategia, all’insegna del Deutschland über alles, che Giordano chiarirà ai suoi nel Comitato politico di domani: alzare il tiro sul governo nella verifica di gennaio per trattare sulla legge elettorale tedesca. In che senso? Il ragionamento dei vertici di Rifondazione suona più o meno in questi termini: la Bozza Bianco, così com’è, non va. E nell’intervista di ieri al Corriere Giordano è stata più duro rispetto alla disponibilità iniziale. Voto disgiunto e recupero nazionale dei resti (e non circoscrizionale) sono le due condizioni giudicate irrinunciabili. Con l’obiettivo di ottenerne almeno una, ovvero la seconda, giudicata vitale. Ambienti vicini a Bertinotti fanno trapelare che ieri sono arrivati segnali di apertura dal Pd su questo capitolo. Se si concretizzassero Rifondazione voterebbe il testo anche solo con Veltroni e Berlusconi. Altrimenti voterà contro.

Il Prc non ha affatto gradito il gioco di sponda tra il premier e Pdci e Verdi, e si prepara al dopo-Prodi: far cadere il governo sulla legge elettorale è difficile, e non paga nemmeno. Ma sui contenuti è tutto un altro discorso. Domani Giordano insisterà molto sui temi della verifica di gennaio, puntando l’accento sulla consultazione degli iscritti che la ratificherà. «Faremo ciò che ci chiede il nostro popolo» è il campanello d’allarme per il premier (l’ennesimo). E le parole d’ordine: lotta alla precarietà, questione salariale, base di Vicenza, sblocco della Amato-Ferrero. Di qui due ipotesi: se Prodi cede, rischia di cadere al centro (vai alla voce Dini o Mastella). E per il Prc non sarebbe un dramma, anzi. E se non cede? Rischia a sinistra. Russo Spena dice: «Una cosa è certa: la verifica sarà vera e aperta a ogni sviluppo, quindi non predeterminata dal gruppo dirigente». Tradotto: se il governo non dovesse accogliere almeno alcune delle sue richieste più rilevanti, il Prc aprirebbe la crisi. O meglio: chiederebbe al suo popolo di aprirla.

Sul fronte interno (i malumori sono sopra la soglia di guardia) la consultazione serve a tenere insieme una maggioranza. Tutti l’accettano, ma con intenti diversi. Alfonso Gianni avrebbe preferito farla insieme agli alleati della Cosa rossa («Altrimenti, a che serve la federazione?»), Mantovani, bertinottiano critico, punta sul fatto che il popolo rosso vuole rompere con Prodi, e Giordano usa lo schema “di lotta e di governo”. Ma anche il rinvio del congresso, che sarà annunciato domani, serve a tenere insieme la maggioranza. Motivo ufficiale: con la consultazione in campo, come si fa a fare un congresso? Motivo vero, o almeno verosimile: la Cosa rossa è in alto mare, e il rapporto con l’esecutivo non è definito. Quindi come può un gruppo dirigente ad andare a congresso su queste basi? A ciò si aggiunga la questione della leadership che ha prodotto non poche fibrillazioni. Nome della discordia: Nichi Vendola, l’uomo che a furor di popolo (e di Fausto) sembra aver smontato l’asse Giordano-Ferrero. I segnali di nervosismo, dalle parti di Giordano, sono palpabili. Nell’intervista di ieri al Corriere il segretario ha detto: «Non sono d’accordo con Nichi Vendola: per me non è detto che il Pd debba essere il nostro interlocutore fondamentale». Ma è soprattutto Ferrero che subisce l’effetto Vendola. Ferrero, sostenitore di una Cosa rossa modello Flm (quindi non un partito, ma una federazione), non ha certo gradito l’intervento del leader della Fiom Rinaldini, che agli stati generali ha giudicato questa ipotesi insufficiente e ha rilanciato sul partito unico, in linea con Vendola. In questi giorni, in vista del Comitato politico di domani, ha rinsaldato il gruppo dei dirigenti a lui più vicini. E non è un caso che ieri Luigi Vinci, assai vicino al “ministro operaio”, abbia scritto un articolo critico nei confronti di Bertinotti sul sito di Grassi. Forse, anche sul capitolo contrasti interni, il modello tedesco sarebbe la quadratura del cerchio.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 15 dicembre




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13 dicembre 2007

Il Prc tratta, gli alleati vogliono far saltare il tavolo

Vista da Rifondazione, la bozza Bianco è un «accettabile» punto di partenza su cui trattare, almeno così viene definita a microfoni spenti. Vista dagli alleati della Cosa rossa è cattiva, anzi pessima. Così viene definita anche a microfoni accesi. Il testo presentato, più simile al modello tedesco che al vassallum, divide, e non poco, la sinistra-sinistra, a pochi giorni dal lancio in grande stile, sabato scorso, del soggetto unitario e plurale. La proposta, infatti è diventata la cartina di tornasole di uno scontro ben più ampio. Che riguarda due punti. Il primo, tutto interno alla sinistra dell’Unione, è se giocare, anche in futuro, all’interno di un quadro bipolare. Il secondo riguarda i rapporti con Prodi e Veltroni. Detto in altri termini investe - e non è un dettaglio - il futuro della Cosa rossa.

In via del Policlinico se ne sottolineano gli aspetti positivi. Su tutti: la base è un sistema proporzionale, che nonostante preveda (per ora) l’indicazione del premier («È un’indicazione politica, non implica modifiche costituzionali», dicono) permette di trattare nella direzione tedesca, l’unica che, per i dirigenti del Prc, consenta di superare il «bipolarismo coatto». E di scegliere se stare al governo o all’opposizione senza esserne costretti dalla legge elettorale. L’asse col segretario del Pd, in queste ore, tiene, ma il Prc rilancia su due technicalities, che secondarie non sono proprio: il voto doppio e il recupero nazionale e non circoscrizionale dei resti, altrimenti, per Rifondazione, diventa troppo alta la soglia di sbarramento.

La posizione di Verdi e Pdci è, invece, perfettamente opposta. Dice il capogruppo dei Verdi alla Camera Bonelli: «Il metodo che ha portato alla definizione della bozza di legge elettorale è inaccettabile ed ha prodotto un testo che riporta il paese alla Prima Repubblica, che affossa il bipolarismo, che riduce ulteriormente il potere dei cittadini perché non reintroduce le preferenze e che è costruito sulle esigenze del Pd e di Berlusconi. Ci opporremo in tutti i modi». E il capogruppo del Pdci Sgobio gli fa eco: «Per quel che riguarda la bozza Bianco, noi siamo contrari. Non può nemmeno essere presa come base di discussione. Stupisce che Rifondazione abbia accettato di discutere sul quel testo dopo aver detto che il punto di riferimento doveva essere il sistema tedesco. Ma quello non è il tedesco, è altra cosa». Per i piccoli la parola d’ordine è una sola: rallentare. Ma l’obiettivo vero è far saltare il tavolo e andare dritti al referendum. Il ragionamento che fanno (per rallentare) suona più o meno così: per trattare sulla legge elettorale bisogna avere innanzi tutto una posizione comune nella maggioranza. Anche perché, dicono, una posizione non comune della maggioranza indebolisce il governo (tesi respinta tout court da Rifondazione). In questo caso l’unico garante, anche in materia di legge elettorale, è Prodi, non Veltroni (tesi, anche in questo caso, ben lontana dalla linea di Rifondazione). Ieri, al termine di una riunione di maggioranza molto tesa, tutti i piccoli dell’Unione hanno ottenuto un vertice ad hoc sulla legge elettorale per 10 gennaio. Non solo. È stato anche chiesto al presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Enzo Bianco di posticipare al 20 gennaio il termine degli emendamenti. Se non è un affossamento della proposta ci manca davvero poco, visto che quella data farebbe cadere la discussione a ridosso del pronunciamento della Corte sul referendum.

La ricaduta sulla Cosa rossa? La stessa: un rallentamento del processo. Dice Bonelli: «Dobbiamo trovare una posizione comune sulla legge elettorale nella Cosa arcobaleno ma principalmente nella maggioranza». Visto che modello tedesco e Cosa rossa sono strettamente intrecciati la posizione dei Verdi e del Pdci equivale a tirare il freno. Ma la linea di Verdi e Pdci ha anche un altro obiettivo, tutto interno alla sinistra-sinistra, neanche tanto secondario: quello di attutire la verifica di governo chiesta da Rifondazione. Se infatti il vertice di gennaio avrà al centro la legge elettorale, questa discussione, di fatto, assorbirà quella sulla verifica di governo. Esattamente il contrario di quel che vuole il Prc. Russo Spena chiarisce: «La verifica sulla legge elettorale non può essere confusa con quella programmatica. Noi siamo convinti che un vertice per trovare una posizione comune nella maggioranza e per poi andare al confronto con l’opposizione significa far saltare il tavolo». E sulla Cosa rossa aggiunge: «Il progetto della sinistra ha tempi diversi rispetto alla legge elettorale. Anche se quella tedesca aiuta il processo di aggregazione. Ma non è una condizione discriminante».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 13 dicembre




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12 dicembre 2007

Donata Canta (Cgil Torino): "Coi morti in Thyssen il sindacato non c'entra"

Prima la tragedia della ThyssenKrupp. Poi i fischi, anche ai sindacati che hanno organizzato il corteo di lunedì a Torino. Da ultimo la risposta della politica: il Consiglio dei ministri di ieri ha puntato non su un decreto ma sull’accelerazione dell’entrata in vigore delle norme sulla sicurezza sul lavoro varate ad agosto. Ma in quella che fu, e forse continua ad essere, la città simbolo dell’industria e del lavoro, rabbia e dolore non si placano affatto. Neanche nella Cgil. Dice la segretaria della Camera del Lavoro di Torino Donata Canta : «Non si può governare con la logica dell’emergenza. Archiviata la notizia, la tragedia come i fischi ai sindacalisti, la centralità del lavoro non può tornare secondaria per la politica».

Ma partiamo dalla ThyssenKrupp. La segretaria della Cgil di Torino vuole chiarezza: «Non si può dire che le colpe siano allo stesso modo dell’azienda e dei sindacati. La responsabilità è dell’impresa che, secondo la legge, ha l’obbligo di garantire la sicurezza. Dopo quello che è successo, lascia di stucco ciò che ha detto l’azienda, ovvero che gli estintori dovevano caricarli gli operai». Sul ruolo dei sindacati, invece, chiarisce: «È ovvio che il sindacato ha l’impegno di far rispettare le norme. Lì infatti i delegati non hanno mai smesso di discutere con l’azienda. Ma se la sicurezza è considerata dalla parte più forte un costo da tagliare, per la parte più debole è difficile persino sedersi al tavolo. Anche per questo le responsabilità non sono pari. E la nostra non è solo una richiesta continua, ma una vera e propria rivendicazione di sicurezza. Chi la avanza è scomodo».

E ora? «I nostri compagni sono scossi, la magistratura, per la quale nutriamo massima fiducia, sta indagando. Se dovessero essere provate le cose che dicono le persone che lavorano lì, risulterebbe evidente che le responsabilità sono dell’azienda che non ha garantito i livelli di sicurezza». Ovvero? «Chi c’era parla di estintori vuoti, di condizioni di allarme non attivabile, cioè non c’era il telefono. L’azienda ha risposto che ce l’aveva addosso l’operaio bruciato. Ma lasciamo stare... Non siamo in presenza di una fatalità o di morti bianche, quando dei lavoratori bruciano come torce umane. C’è una situazione allarmante che riguarda anche le grandi aziende dove qualcuno considerava il problema sicurezza risolto». Vuol dire che l’Italia sta diventando un Paese arretrato? «Rispetto all’Europa abbiamo il più alto tasso dei livelli di infortuni: 1308 morti lo scorso anno a cui si aggiungono gli infortuni invalidanti».

Tutto questo, per Donata Canta, chiama direttamente in causa la politica: «Il lavoro in questi anni ha perso centralità. E non è un caso che parallelamente si siano tagliati i costi sulla sicurezza. Le imprese hanno appaltato tutto ciò che non era il loro core business e hanno ridotto i costi con due conseguenze. La prima: sono calati, e non poco, i livelli di sicurezza. La seconda: sono diminuiti i diritti dei lavoratori nelle aziende che prendono l’appalto». Il nesso tra sicurezza e precarietà, per la dirigente sindacale, è assai stretto: «C’è una condizione di ricatto occupazionale. Se uno ha il posto di lavoro in discussione accetta, anzi subisce, richieste che possono anche esporlo a rischi, come l’allungamento dell’orario di lavoro». Di qui le responsabilità della politica. «Precarietà, appalti, sub-appalti sono il frutto di una politica che ha messo da parte la centralità del lavoro e che solo di fronte alle emergenze riscopre il problema».

E il sindacato? «Ci si dice che il sindacato deve contrattare. Certo che deve farlo, e infatti lo fa. Ma le condizioni in cui esercitiamo un ruolo contrattuale sono più difficili a causa della precarietà della condizione lavorativa. Quando il lavoro aveva una centralità per il Paese anche il sindacato aveva più forza. Oggi chiediamo che la centralità del lavoro venga assunta come normalità, non come emergenza». Vale anche per il governo e per Confindustria: «In questi giorni abbiamo sentito parlare del pubblico come del paradiso dei fannulloni, mentre per il pubblico calano le risorse. E invece c’è bisogno di un ruolo pubblico nella prevenzione più alto».

Infine. Molti hanno scritto, a proposito del corteo di lunedì, che la città è rimasta estranea alla tragedia. La segretaria della Camera del Lavoro torinese non è proprio d’accordo: «Lunedì c’era una città intera. Bastava vedere quanta gente c’era a lato del corteo. Tanta, come il primo maggio. Torino è una realtà che in questi anni ha vissuto grandi trasformazioni, ma che apprezza le sue radici e il suo futuro industriale, una città che è scesa in piazza per rivendicare la dignità del lavoro».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 12 dicembre




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11 dicembre 2007

Laicità. Angius: "Cara Emma, perché non parli?"

Il vaso, per Gavino Angius, ormai è colmo. Prima il voto contrario della senatrice Binetti, poi il dibattito di questi giorni che preannuncia, alla Camera, un futuro incerto alla norma contro la discriminazione degli omosessuali inserita nel pacchetto sicurezza sono le gocce che lo hanno fatto traboccare. Per il dirigente del Ps è arrivato il momento, in primo luogo per i socialisti, di dare battaglia. Di più e meglio. La situazione, a suo giudizio è «drammatica» e «intollerabile». Su tutti i fronti. Compreso quel che resta della Rosa nel pugno e dei rapporti con i radicali. Compreso il ruolo dei socialisti nel governo e nella maggioranza.

Ma andiamo con ordine. Prima c’è l’emendamento su cui si è aperto una sorta di giallo: la formulazione infatti rinvia non all’articolo 2 del trattato di Amsterdam ma al 13, che con le norme antidiscriminatorie non c’entra nulla. Angius taglia corto: «Se è sbagliato il riferimento normativo l’errore è della maggioranza e del governo». E alla Binetti che al Giornale ieri diceva «sono certa che l’emendamento decadrà per motivi procedurali», replica: «Se la norma viene tolta, il testo deve tornare al Senato. Qualcuno, per esempio il sottoscritto, la può ripresentare. E si ricomincia».

Ma la questione per Angius non è solo né soprattutto l’emendamento. E al Riformista spiega: «La questione non è la norma in sé o come deve essere scritto nel testo il riferimento ad essa. Il punto, dopo il caso Binetti, è un altro. Siamo in presenza di una palese violazione dei principi di laicità. Non si tratta di un dibattito filosofico ma di una grave invadenza nella sfera pubblica e nelle istituzioni della Chiesa di Roma. È l’ennesima, dopo le nostre iniziative sull’otto per mille e per il pagamento dell’Ici sugli immobili commerciali della Chiesa, e dopo la vicenda della fecondazione assistita». Per non parlare dei Cus, di cui già prevede la prossima sconfitta: «Ho visto che la Binetti temeva che dall’emendamento sulla sicurezza derivasse, come passo successivo, una legge sui matrimoni gay. Io non mi scandalizzo ma per sapere se passeranno i Cus, che matrimoni non sono, bisognerebbe chiederlo, appunto, alla Binetti». Di qui lancia l’allarme: «È sconcertante come questo tema che si presenta in modo drammatico - e sottolineo drammatico - nella vita politica italiana venga eluso dai grandi mezzi di comunicazione. Non stiamo parlando di uno dei tanti argomenti dello scontro politico. La laicità è uno di quei principi che investe i caratteri di un ordinamento democratico. È uno di quelli che riguarda scelte di fondo: in nome dei principi di laicità cadono o meno i governi, si decide di stare in un partito o meno».

Il vicepresidente del Senato non fa sconti a nessuno. Tanto meno al Pd: «Le contraddizioni del Pd sono evidenti e la legge elettorale, vorrei dire alla Finocchiaro, non c’entra nulla. C’entrano molto le basi teorico-progettuali su cui è nato quel partito». Ma Angius sollecita anche i suoi compagni di partito: «Noi dobbiamo riproporre questi temi con maggiore forza non solo perché sono connaturati all’esistenza di un partito di sinistra. Ma, soprattutto, perché la laicità è il primo punto su cui si definisce una moderna garanzia dei diritti, in un paese, come il nostro, in cui le libertà individuali sono messe in discussione». E ancora: «Avverto un momento di stallo, una eccessiva timidezza nel portare avanti il nostro progetto. Di fronte a un Pd nato male e a una Cosa rossa che non è nata dico ai miei compagni: non ci devono essere paure».

Sui radicali non usa perifrasi: «Il silenzio del ministro Bonino e degli amici radicali è stato davvero troppo rumoroso. E lo è stato proprio su un tema, la laicità, appunto, che li ha caratterizzati da sempre. Aggiungo che quella norma antidiscriminatoria è sancita dalla normativa europea. Non recepirla significa che le direttive europee non diventano norme della legislazione italiana». Poi Angius, di fatto, chiede lo scioglimento del gruppo della Rosa nel pugno alla Camera: «Ci sono problemi nel rapporto con i radicali che possono essere risolti consensualmente».

E il governo? Su Prodi l’insofferenza è palpabile: «La nostra pazienza ha un limite. Con gli emendamenti sul welfare prima e adesso con l’emendamento antidiscriminatorio lo abbiamo quasi superato. È ora di mettere i piedi nel piatto. Il governo ha le sue responsabilità. Da ora in poi ci deve convincere». Tradotto: l’appoggio dei socialisti a Prodi non è affatto scontato: «Stiamo arrivando a una strettoia decisiva. Passato il 31 dicembre e approvata la Finanziaria andrà fatto un punto sul programma e un cambiamento della struttura di governo». L’obiettivo principale? «La legge elettorale su cui va ricercata un’intesa in Parlamento anche con l’opposizione. Ma dico al compagno Veltroni che così come con una legge non si può far nascere una forza del 40 per cento, con la stessa legge non si possono cancellare altri partiti. Altro che veti che poniamo noi: questa non è democrazia».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 11 dicembre




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10 dicembre 2007

La base sta con Nichi, i partiti frenano

L’evento, dal punto di vista mediatico e - perché no - anche dal punto di vista emotivo c’è stato, eccome. L’entusiasmo pure, e nemmeno poco. Ma la Cosa rossa (o arcobaleno) non è nata, almeno per ora. Gli stati generali hanno mostrato, più della Cosa che verrà, le quattro cose che ci sono: Rifondazione, i Verdi, il Pdci, Sd. Che parlano un linguaggio simile («unità» è stata la parola più usata) ma che su questioni dirimenti tanto d’accordo non sembrano proprio: dal rapporto col governo e con i sindacati alla forma organizzativa che dovrà assumere il «soggetto unitario e plurale». E così è stata proprio la politica, quella con “P” maiuscola, la parte debole di una due giorni in cui, però, due evidenze si sono manifestate in modo quasi dirompente: la passione dei militanti e l’appeal di Nichi Vendola, un leader poco amato dalle burocrazie di partito, ma notoriamente caro a Fausto Bertinotti e già carissimo al popolo della sinistra-sinistra.

Il popolo. Migliaia di militanti (più di cinquemila) hanno partecipato con passione a una due giorni di politica-politica, nei workshop tematici prima (su lavoro, welfare, diritti, laicità pace, ambiente) e nell’assemblea generale poi, in un clima da seminario autogestito il primo giorno, quasi da campagna elettorale ieri. E hanno espresso nei dibattiti di sabato, anche in quelli più iniziatici e vecchio stile, e nelle standing ovation di ieri un unico bisogno: quello di un soggetto unitario. Ma anche di un leader che li guidi.

Il leader. Venti applausi e un’ovazione finale hanno incoronato Vendola, costretto a parlare alle 11 di mattina (un orario sciagurato), dopo un’estenuante trattativa all’interno delle segreterie dei partiti del giorno prima (il Pdci non lo voleva, Mussi sì). Vendola ha osato con un discorso “diverso”. E c’è riuscito. Lui, che sulle sue diversità ha costruito, non solo in Puglia, consenso e simpatia, ha usato un linguaggio forse più poetico che politico per lanciare un messaggio chiaro: la federazione non basta, bisogna andare oltre. E, buttando alle ortiche il politichese, ha chiuso così il suo intervento: «Serve una costituente, non l’equilibrio precario dei corpi costituiti, non un bignami di ciò che fummo. Dobbiamo avere il coraggio di uscire da noi stessi. Non è facile. Diceva Pasolini: “Piange chi muta anche per farsi migliore”». Difficile fermare uno così relegandolo in quota «amministratori locali» come nella scaletta di ieri e come dissero i leader del Prc il 20 ottobre. L’investitura di Vendola - se la scena fosse stata costruita a tavolino non sarebbe riuscita così bene - è stata suggellata, quasi simbolicamente, dall’ingresso in sala, a braccetto di Sandro Curzi, di Pietro Ingrao, sciarpa rossa e bastone in mano, che ne ha interrotto il discorso (causa acclamazione): una visita inaspettata, visto che la Stampa sabato ne aveva annunciato la defezione (causa dissenso). Ma nel suo intervento, salutato con commozione dalla platea, il grande vecchio della sinistra italiana ha spinto nella stessa direzione di Vendola: «La mia raccomandazione è una sola: fate presto. Lo impone la condizione tragica del lavoro in Italia».

Fin qui i leader antichi e (chissà) nuovi, e il popolo, che hanno chiesto un’accelerazione. In mezzo, i segretari di ciò che c’è hanno stabilito un percorso che pare uno slalom (o una corsa a ostacoli). A gennaio si svolgerà un seminario su come dovrà essere il soggetto che verrà: federazione o confederazione, se ci si “iscrive” o si “aderisce”. A febbraio sarà invece promossa una consultazione. Su cosa? Su quello che si è deciso al seminario, ma anche sul simbolo e sulla carta d’intenti presentata ieri. Nel frattempo Rifondazione - ma non gli alleati - svolgerà un’altra consultazione, sui temi della verifica di governo.

Ed è proprio sul governo che si registrano accenti diversi. Giordano ha insistito sul confronto con Prodi: «A gennaio serve una verifica vera su salari, precarietà, prezzi, diritti». Gli altri la parola verifica non l’hanno nemmeno nominata. Pecoraro Scanio ha chiesto «rispetto per il programma dell’Unione siglato con gli elettori». Mussi ha invece usato una formula di mediazione: «Caro Romano, così non si va avanti, dobbiamo sederci al tavolo, stabilire poche priorità, un programma di cose chiare che parli alla nostra gente». Diliberto ha evitato l’argomento.

E i sindacati? Sull’assenza della Cgil la linea è stata: facciamo finta di non vedere. Ma le polemiche sul Protocollo sono riemerse, ad esempio, nell’intervento di Rinaldini che ha detto tra gli applausi: «La concertazione non può prefigurare un assetto istituzionale neocorporativo». E candidandosi al ruolo di motore sociale della Cosa rossa, non ha mostrato poi troppo dispiacere per la rottura con il grosso della Cgil. Anzi, ha tenuto a precisare polemicamente: «Il sindacato non può essere una lobby nei confronti delle forze politiche». La Cgil no, ma la Fiom, a quanto pare, sì.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di lunedì 10 dicembre




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8 dicembre 2007

Cosa rossa. Ancora non nasce, ed è già verifica

Che la Cosa rossa (“la Sinistra-l’Arcobaleno”) nasca oggi, tecnicamente, ancora non si può dire. Ma che almeno provi a mettersi in cammino, questo sì. Gli stati generali della sinistra che si svolgono questo fine settimana a Roma saranno, innanzi tutto, un tentativo di partire uniti e, perché no, di rianimare le truppe dopo un periodo certo non facile per la sinistra dell’Unione: «Va che è una meraviglia. Ci sarà una marea di gente da tutta Italia. Questo è il fatto politico» afferma il deputato di Sd Carlo Leoni. Eppure, per essere un battesimo vero e proprio, c’è ancora qualcosa di più di un’incertezza: su tutte, non si sa ancora se il simbolo che verrà presentato (quello con l’arcobaleno) sarà usato alle prossime amministrative. Per ora viene definito un «segno grafico», non politico. Non solo. Non si sa neppure se quello elettorale, una volta ufficializzato, sarà presentato ovunque o, come sembra, valutando caso per caso. E poi, ad oggi, la Carta dei valori non scioglie né il nodo della collocazione internazionale dei soggetti costitutivi (il Prc rimarrà nella Sinistra europea, Sd nel Pse, i Verdi con il gruppo ambientalista, il Pdci nella Sinistra unitaria europea) né la forma organizzativa, visto che i vari partiti dovranno svolgere, su questi temi, i propri congressi. Fin qui nome e carta d’identità.

Se queste sono le premesse, oggi Prc, Pdci, Verdi e Sd cercheranno soprattutto una spinta a intraprendere un cammino, il più unitario possibile. Per andare dove? Questo è difficile da prevedere, ma una cosa sembra assai probabile: l’annunciata verifica di governo rappresenterà - paradossalmente ma non troppo - una sorta di verifica anche della nascente Cosa rossa. In che senso? Rifondazione vuole una verifica «vera», il cui esito è tutt’altro che scontato, dal momento che l’incrocio tra legge elettorale e confronto con Prodi rappresenta un passaggio assai stretto. E gli alleati? Sd balbetta, il Pdci valuterà i singoli provvedimenti ma non vuole rompere e i Verdi fanno quadrato attorno al Prof anche a costo di uscire dalla Cosa rossa. Ma Rifondazione, sul punto, non cede. Spiega Alfonso Gianni: «Così non si può andare avanti ed è evidente che bisogna decidere cosa fare per la parte restante della legislatura. Le priorità della verifica devono essere i temi della precarietà e la questione salariale. Sul primo punto bisogna ad esempio modificare la norma della legge 30 sulla cessione dei rami d’azienda. Sul secondo vanno prese misure, si chiamino fiscal drag o abbassamento delle aliquote, che portino più soldi nelle tasche dei lavoratori. D’altronde sono anche le proposte dei sindacati. Il governo deve battere un colpo». Tradotto: rispetto all’intervista di Bertinotti il giudizio su Prodi, dalle parti di Rifondazione, non è mutato.

Nella consapevolezza che i numeri sono incerti (vai alla voce: Senato) il Prc proverà ad alzare l’asticella per ottenere qualcosa che considera più realistico: farà battaglia sul disegno di legge Alleva contro la precarietà per ottenere ritocchi alla legge 30. E ancora, chiederà una diversa strategia per l’Afghanistan per ottenere un taglio alle spese militari. E proverà a far approvare la Amato-Ferrero. La permanenza al governo, dicono in via del Policlinico, è subordinata a questi obiettivi. Ma il problema principale è la legge elettorale. Afferma Gianni: «Il problema è sul tappeto nonostante i nervosismi di Prodi e Pecoraro Scanio. Noi insistiamo sul modello tedesco. Se dura Prodi bene altrimenti serve un governo istituzionale per le riforme».

Di tutt’altro parere i Verdi, che all’asse col Prof proprio non rinunciano e che, nonostante abbiano incassato l’arcobaleno nel nome e nel simbolo, qualcosa di più di un retropensiero sulla Cosa rossa lo mantengono. Il capogruppo alla Camera Angelo Bonelli dice: «La verifica? Per noi questo governo va sostenuto, certo va anche rilanciato ma se dovesse cadere non appoggeremo governi istituzionali. L’alternativa sono le elezioni anticipate. E aggiungo che ovviamente non parteciperemo alla consultazione che promuoverà Rifondazione per decidere se rimanere o meno al governo». Poi chiarisce la proposta dei Verdi: «Il bipolarismo va mantenuto e il modello di legge elettorale cui facciamo riferimento è quello delle regionali, sia pur riveduto e corretto. Il che significa dichiarazione delle alleanze prima del voto e premio di maggioranza».

E Sd? La capogruppo alla Camera Titti Di Salvo sulla verifica mette i paletti: «Non si può negare la crisi politica in atto. E per questo dobbiamo, come maggioranza, chiarirci le idee e ristabilire le priorità programmatiche a partire dal lavoro e dalla lotta alla precarietà. L’ottica però è rafforzare il nostro rapporto col paese. Non vogliamo decretare la morte di Prodi e nemmeno andare verso un esecutivo istituzionale». Oggi comincia la verifica nella Cosa rossa. A gennaio quella col governo.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 8 dicembre




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7 dicembre 2007

Una falce e un martello per la ri-Rifondazione

Prima una guerra di posizione, ognuno nella propria trincea, si chiami Prc o Pdci. Poi, quando le condizioni lo consentiranno «oggettivamente», si aprirà il fuoco sul quartier generale. L’obiettivo: evitare che il simbolo «falce e martello», e con esso l’idea di un partito dichiaratamente comunista, «venga liquidato dall’operazione Cosa rossa». Anche perché, dicono i comunisti-comunisti, elettoralmente la falce e il martello non si possono abbandonare come se fosse un simbolo qualunque. Fin qui i dirigenti. Ma come in ogni storia che si rispetti, c’è anche un popolo che, fuori dal quartier generale, sventolerà il suo glorioso vessillo. Un po’ come accadde quando Occhetto annunciò la svolta del Pci, e gruppi di militanti accorsero a protestare con la bandiera rossa sotto Botteghe Oscure. Oggi i militanti delle minoranze di Rifondazione saranno fuori del quartier generale di via del Policlinico e lo stesso faranno domenica alla Nuova Fiera di Roma dove si terrà a battesimo la Cosa arcobaleno. Anche lì sventolando la bandiera rossa.

Oggi la minoranza dell’Ernesto si radunerà per dire no “senza se e senza ma” sia al governo che all’arcobaleno. Fosco Giannini la mette giù dura: «Il vaso è ormai colmo su tutti i fronti, dalla politica estera al welfare. Bisogna uscire dal governo e riavvicinarsi ai lavoratori e al popolo della pace». Lui, orgogliosamente leninista, nella Cosa rossa proprio non vuole andare: «È un soggetto governista, nasce complementare al Pd e rinuncia alle lotte sociali». E soprattutto: «Falce e martello sono simboli irrinunciabili. Il martello rappresenta il movimento operaio. La falce quello contadino. Ma non solo. Hanno pure un valore filosofico: la falce, come diceva Lenin, è il simbolo che taglia un mondo vecchio e ne apre uno nuovo. Una cosa ben diversa dai simboli vegetali o dai non simboli». E aggiunge: «Anche dal punto di vista elettorale il nostro è un consenso comunista e così si perde». Poi annuncia battaglia in vista del congresso: «Questo gruppo dirigente ha fallito, per non ammettere le proprie responsabilità si è inventato questa storia della consultazione e ha pure rinviato il congresso».

Altro partito, stessi toni, sempre in nome di falce e martello. L’europarlamentare del Pdci Marco Rizzo sostiene: «L’elettorato che dovrebbe comporre questa formazione arcobaleno è, grosso modo, per l’80 per cento comunista. Bastava andare alla manifestazione del 20 ottobre per rendersene conto. È una tesi originale che per tenere quell’elettorato e quel popolo il primo passo sia togliergli il simbolo. Se la scelta è definitiva io non sono d’accordo». E aggiunge: «Vedremo alle amministrative chi avrà ragione, ma spero che Diliberto si renda conto che bisogna costruire una sinistra anticapitalista e antiliberista con al centro un partito comunista. Anche perché che cos’è questa Cosa rossa? Manca un progetto, un’anima, un cuore».

Una ri-Rifondazione comunista? Ai tempi della svolta del Pci ex filosovietici, movimentisti, ingraiani si unirono attorno a un simbolo, a una parola e a una storia da tenere in vita e rifondare. Oggi, la ri-Rifondazione comunista presenta qualche elemento di somiglianza: su tutti, il meticciato politico dei protagonisti: leninisti, trotzkisti, comunisti d’antan, no global. Dice Rizzo: «Certo che ci incontriamo, ci sentiamo con molti compagni comunisti, ci conosciamo da una vita». Ma, per ora, in pochi pronunciano la parola scissione. Chi invece romperà subito è Salvatore Cannavò dell’area Sinistra critica, che sabato presenterà il suo movimento con Casarini, Bernocchi e Cremaschi. Spiega: «A sinistra della Cosa arcobaleno deve esserci una sinistra incentrata sui movimenti». Ma soprattutto giura: «La falce e martello non scomparirà». Chi invece ha rotto da tempo col Prc e si prepara a fondare il Partito comunista dei lavoratori è Marco Ferrando che terrà il suo congresso a inizio gennaio e che, alle scorse amministrative, presentando un simbolo con una falce e martello con un mondo come sfondo ha preso l’uno per cento a Reggio Calabria, Ancona, Genova, Rieti. E afferma: «Per noi è un simbolo irrinunciabile, rappresenta le ragioni dei lavoratori e una prospettiva anticapitalista. La necessità di toglierlo è di chi sta al governo e ha votato finanziarie di sacrifici e missioni militari».

E la ri-Rifondazione comunista? La convergenza tra l’area dell’Ernesto e l’area Rizzo del Pdci c’è (molti di loro, tra l’altro, erano con Cossutta ai tempi dello scioglimento del Pci), ma, per adesso, è ancora guerra è di posizione. Per adesso.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 7 dicembre




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6 dicembre 2007

Nerozzi: "Ritorna in campo l'unità dei sindacati"

La richiesta non è solo che il governo batta un colpo, ma anche che si presenti al tavolo, su fisco e contratti, con una posizione avanzata e unitaria. Il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi, in una conversazione col Riformista dopo l’ultimatum dato dai sindacati sulla “vertenza salari” difende l’azione comune di Cgil, Cisl e Uil e lancia un monito al governo: chiuda i contratti. Sui sindacati spiega: «Con la piattaforma su fisco e contratti riemerge l’azione unitaria dei sindacati confederali. Si tratta di un decisivo elemento di coesione sociale del paese. Il fatto importante è che negli ultimi anni questo tratto non è episodico ma si rafforza nel tempo. L’unità non significa “cislizzazione” come dice qualche detrattore alla Cremaschi. Le condizioni di vita dei lavoratori sono gravi e questa parte importante del paese non può essere delusa. E tutti e tre i sindacati confederali si stanno apprestando a fare una iniziativa di lotta».

Poi il monito al governo che entro gennaio deve affrontare il nodo dei contratti e della pressione fiscale sulle buste paga: «C’è un’emergenza salariale e attendiamo prime risposte nella Finanziaria sul fondo per il lavoro dipendente. Noi che rappresentiamo il mondo del lavoro, come ha dimostrato la vicenda del Protocollo, così come le recenti elezioni delle Rsu, abbiamo una piattaforma coerente e la portiamo avanti. L’intervista di Bertinotti non c’entra nulla. La cosa che mi stupisce è che di questione salariale parlano tutti e poi, anche se stanno al governo, non agiscono. Ma bisognerà iniziare. Ha ragione Bombassei che ha dichiarato: “Cominciate dai contratti pubblici”. Ma io dico a Bombassei e al governo: ci sono anche i meccanici e il commercio». Poi Nerozzi fa un bilancio dell’azione del governo: «In questo anno e mezzo le iniziative soddisfacenti riguardano il Protocollo, le misure contro il lavoro nero e quelle a tutela della sicurezza dei luoghi di lavoro». E ancora: «Mi stupisco che i risultati che il governo ha ottenuto, come sul welfare, siano presentati quasi come sconfitte, mentre sono risultati positivi». Ma sul resto non usa mezzi termini: «Le risposte sul fisco e sulle questioni relative ai contratti sono del tutto insufficienti». Di qui un avvertimento alle forze politiche: «I partiti della maggioranza devono fare il loro mestiere incidendo nell’azione di governo. Evitando possibilmente ciò che accadde su pensioni e welfare quando il governo si presentò con una linea assai incerta e non condivisa da tutti. Questa volta il governo deve agire preventivamente. Se non arriveranno risposte andremo allo sciopero generale».

Ma anche a Confindustria il segretario confederale della Cgil manda un avviso neanche troppo velato: «Montezemolo si impegni a chiudere i contratti invece di dare dati inesatti come quelli sull’assenteismo nel pubblico impiego. Anche perché nei prossimi giorni, quando usciranno i dati veri, si vedrà che quelli di Confindustria sono taroccati. Voglio dire che noi siamo per una intesa, ma se le premesse sono numeri taroccati e contratti non rinnovati non è un buon inizio».

Per Nerozzi la fase di lotta, comunque, è già iniziata: «Così non va. Sono aperti ancora i contratti che riguardano le categorie più grandi e rappresentative del mondo del lavoro: i metalmeccanici, il pubblico impiego e il commercio. Stiamo parlando delle condizioni di milioni di lavoratori. Il sindacato sta promuovendo assemblee, attivi, mobilitazioni. E, ripeto, se qualcun altro non farà il suo mestiere sarà sciopero generale». Senza la firma dei nuovi contratti è anche difficile che i sindacati possano avviare il confronto sulla riforma del modello contrattuale come chiede Confindustria. Sostiene Nerozzi: «Certo che la riforma dei contratti è importante per tutelare i più deboli. Il mondo del lavoro è cambiato rispetto al ’93, quando l’inflazione era alta. Ma prima vanno rinnovati i contratti scaduti».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 6 dicembre




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6 dicembre 2007

Dentro Sd qualche mugugno per Fausto. Ma non c'è nessuno strappo all'orizzonte

E ora si accelera. A due giorni dagli stati generali della Cosa rossa, i nodi politici più intricati (vai alla voce: intervista di Bertinotti) non sono stati sciolti, ma i leader dei quattro partiti della sinistra-sinistra hanno stabilito nome e simbolo del soggetto che verrà. Il nome: «La sinistra e l’arcobaleno». Il simbolo: via la falce e martello, dentro, nel logo, appunto l’arcobaleno con cui la Cosa rossa si presenterà alle prossime elezioni amministrative. Parola d’ordine: unità (quasi a prescindere). Bastava ascoltare le dichiarazioni all’uscita della riunione di ieri mattina dei quattro leader per capire il clima. Mussi, che sull’intervista di Bertinotti era «incazzato come una biscia», ieri ha detto di aver parlato a lungo con il presidente della Camera e di «condividere con lui il fatto che la sinistra debba essere autonoma». E ha aggiunto: «La vocazione di una forza grande è sempre di essere forza di governo ma le forze grandi sanno stare anche all’opposizione. Vocazione di governo non significa che dobbiamo starci per forza». Più unitario di così proprio non si può.

Ma che succede dentro Sd dopo lo strappo dei sindacalisti della Cgil e l’accelerata bertinottiana? Anche in periferia la parola d’ordine sembra essere una sola: unità. Tino Magni, coordinatore di Sd della Lombardia, afferma: «Il processo è giusto, anzi è strategicamente irreversibile. Bisogna andare speditamente nella direzione dell’unità delle sinistre. Non basta sommare le sigle». E il sindacato? «Sabato - prosegue Magni - non è vero che la Cgil non ci sarà. Non condivido la scelta di Nerozzi di non venire. Dovrebbe esserci e dare battaglia». Ottimista anche il coordinatore di Sd dell’Emilia Romagna Massimo Mezzetti: «Ovunque vado incontro sindacalisti che partecipano. Il punto è che il popolo della sinistra è in cammino mentre alcuni suoi leader si sono fermati a tutelare il proprio 1 o 2 per cento». E racconta: «Ho partecipato a una assemblea dove il segretario di Rifondazione ha detto che la federazione non basta e che bisogna fare un partito. La sala era piena. Abbiamo inaugurato in Val di Non una casa della sinistra. Anche lì tutto pieno. Ovunque c’è voglia di un soggetto politico unitario». E il governo? Il coordinatore di Sd dell’Abruzzo Gianni Melilla la vede così: «Bertinotti soffre della sindrome del ’98 e fa un errore clamoroso. Noi però non possiamo scoppiare ingoiando rospi. Prodi deve capire che a gennaio serve una marcia diversa». E la Cgil? «Le posizioni dei segretari confederali sono una forzatura. Ero d’accordo con la Cgil sul welfare ma un partito deve essere autonomo rispetto al sindacato».

La Cosa rossa non dovrà essere una Rifondazione allargata: su questo molti dirigenti di Sd sono disposti a mettere la mano sul fuoco (o quasi). Il coordinatore del Lazio Angelo Fredda però qualche preoccupazione ce l’ha: «Se fosse un Prc allargato, senza nulla togliere a Rifondazione, non servirebbe all’Italia. Personalmente non ho condiviso l’uscita di Bertinotti e sono preoccupato. Ciò detto, dalla base ci viene una richiesta di unità e di cambio di passo». Giorgio Panettoni, coordinatore di Sd del Piemonte, taglia corto: «Non andiamo in una Rifondazione allargata. Mettere assieme culture diverse significa costruire una sinistra nuova. Mi chiede della Cgil? Era sbagliato non andare in piazza il 20 ottobre, ed è sbagliato non partecipare l’8». A questo punto non resta che vedere quante truppe cigielline seguiranno Mussi sabato.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 6 dicembre




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5 dicembre 2007

Col mal di pancia, ma tutti dietro Fausto

Riassumendo. La carta dei valori ancora non c’è, o almeno ancora non se ne discute. La forma organizzativa nemmeno, o meglio è avvolta nelle nubi del politicismo: c’è chi vuole una federazione dell’esistente, chi una confederazione (più blanda della federazione), chi un cartello elettorale (e poi si vedrà). Per non parlare della discussione sul simbolo, derubricato quasi a oggetto ornamentale, visto che non è chiaro se quello scelto sarà usato alle elezioni o no. A tre giorni dagli stati generali, la Cosa rossa, intesa come progetto politico, non sta tanto bene. Alcuni protagonisti fanno melina (i Verdi non sono convinti, il Pdci gioca in proprio), altri si lacerano (il Prc) e i sondaggi non sono rassicuranti.

In questo quadro non è un caso che la notizia (e la politica) - al di là delle discussioni su carta dei valori, forma organizzativa e simbolo che si trascinano da mesi - l’abbia sbattuta sul tavolo Fausto Bertinotti. Il quale nell’intervista di ieri a Repubblica ha indicato la “nuova stagione” di Rifondazione (e della Cosa rossa): «Il sistema proporzionale è coerente con l’evoluzione del quadro politico: il Pd, il Partito del Popolo del Cavaliere, la Cosa rossa, lo spazio al centro. Siamo in una fase costituente di nuove soggettività politiche e la legge che scegli non è più la levatrice del cambiamento ma una sua conseguenza». Se questo è il quadro, ne derivano, per Bertinotti, due implicazioni. La prima riguarda il passato, ovvero il governo Prodi: «Il progetto del governo è fallito. Siamo già oltre l’Unione». La seconda riguarda le priorità per l’agenda del prossimo anno: «La questione salariale è intollerabile». Tradotto: per Bertinotti (e per il Prc) l’interlocutore per le riforme istituzionali è Veltroni mentre la Cosa rossa deve trovare ossigeno sul piano sociale a partire da una ripresa della conflittualità (mai nominati i sindacati confederali). E la parola d’ordine è: «autonomia» nell’azione politica.

Una presa di posizione dura (anzi durissima) che mette in conto una rottura con chi non è d’accordo. Ma a chi è in disaccordo, e però non rompe, non resta che allinearsi nonostante i mal di pancia. Come in una partita di poker, per Bertinotti, è arrivato il momento di alzare la posta e dire: vedo. E che cosa ha visto Bertinotti? Qui c’è la seconda notizia: la rottura non c’è stata. E le reazioni degli alleati hanno dato ragione - paradossalmente ma non troppo - al subcomandante Fausto: Sd si allinea con qualche malumore, i Verdi mantengono le perplessità così come i comunisti italiani che vedono nell’intervista di Bertinotti la volontà di tornare all’opposizione. Rifondazione invece preme sull’acceleratore e guida il processo. E sabato saranno tutti sul palco a parlare di soggetto «unitario e plurale».

Certo, di distinguo ce ne sono stati eccome, ma nulla che abbia fatto intravedere un percorso che non andasse a rimorchio di Rifondazione. Il leader di Sd Fabio Mussi ha criticato a Bertinotti sulla linea del “mi potevi almeno avvisare”: «Dal punto di vista del metodo, se si vuole una sinistra nuova e unita, bisogna fin da ora confrontare per tempo posizioni e decisioni politiche, e possibilmente condividerle». E ha provato a mettere qualche distinguo: «Può capitare che una grande forza politica debba stare all’opposizione, per forza di numeri o per libera scelta. Ma non esiste, voglio dirlo a Fausto Bertinotti, grande forza politica che non parta sempre da un’ambizione di governo». Anche tra i verdi, che all’interno della Cosa rossa hanno sempre mantenuto un profilo autonomo, non sono mancati mal di pancia. Il capogruppo alla Camera Angelo Bonelli afferma: «Non sono d’accordo con Bertinotti. Questo governo non solo va sostenuto ma va rilanciato. Noi, tra l’altro, non siamo favorevoli a un governo istituzionale e nemmeno ad andare alle elezioni». E aggiunge: «Sul piano più generale poi noi abbiamo in mente una sinistra di governo e una legge elettorale più o meno sul modello usato per le regioni». Ma nemmeno in questo caso si è registrata una rottura.

Ma Rifondazione non è disposta a rallentare. Spiega Alfonso Gianni: «Il punto è che si è chiusa una fase politica e se ne deve aprire un’altra. A partire dal governo. È inutile continuare a fare i bambini e dire che bisogna applicare il programma dell’Unione. Bisogna fissare pochi e realizzabili obiettivi. Tra cui c’è la legge elettorale. Se riusciamo a farla con questo governo bene, altrimenti amen». Ad oggi, la Cosa rossa si farà, ma, almeno per il Prc, con un nuovo schema: con chi ci sta. Parola di Fausto.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 5 dicembre




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1 dicembre 2007

I generali della Cgil lasciano Mussi solo nella Cosa rossa

La separazione è nei fatti, e non sembra nemmeno troppo consensuale, tra i cigiellini che militano in Sd e la Cosa rossa. Ma non è ancora il momento del divorzio ufficiale anche se già circolano i primi veleni. E soprattutto l’8 dicembre, all’assemblea della Cosa rossa, la Cgil non ci sarà e alle truppe di Mussi mancheranno i generali più rappresentativi. Il segretario confederale Paolo Nerozzi smentisce le notizie riportate da alcuni quotidiani di ieri secondo cui starebbe preparando un documento contro Mussi come prima tappa di una exit strategy verso il Pd. E al Riformista spiega: «Vedo un vecchio modo di affrontare il dissenso fatto di veleni, accuse, demonizzazioni. Non sto andando verso il Pd e nemmeno contro Mussi. L’8 non parteciperò agli stati generali perché vedo irrisolto a sinistra il tema del rapporto tra rappresentanza sociale e politica. Dopo l’8 ne discuteremo dentro Sd dove farò la mia battaglia». Ma le polemiche che hanno accompagnato la vicenda del welfare sono destinate a lasciare qualcosa di più di uno strascico. Prosegue Nerozzi: «Cremaschi parla di cislizzazione della Cgil e Zipponi dice che andiamo verso destra. Ora, al di là del fatto che non capisco l’avversione verso la Cisl, vedo attorno al Prc una ricomposizione politica del fronte del no al referendum. E sulla Cosa rossa dico che una forza di sinistra, se vuole governare, deve avere una relazione con l’insieme del movimento sindacale, e non solo con una parte. Sd, in particolare, ha mancato questa sfida».

Nel parlare a nuora (Bertinotti) perché suocera (Mussi) intenda, Nerozzi insiste sul punto: «Abbiamo fatto un referendum con gli altri sindacati confederali, compresa la Cisl. Un percorso così democratico e unitario era impensabile solo qualche mese fa. Così come abbiamo detto in questi giorni che se non si rinnovano i contratti andremo allo sciopero generale. In altri tempi ci sarebbero voluti mesi. Ora mi chiedo: perché demonizzare tutto questo?». Poi l’accusa principale che Nerozzi muove a Rifondazione: «Il punto politico irrisolto della Cosa rossa è il rapporto col sindacato. Rifondazione ripropone lo schema del ’98, quando con le 35 ore tentò di scavalcarlo a sinistra. Ma poi, allora come oggi, non ha i numeri». E nel rivendicare l’autonomia della Cgil respinge le critiche di «corporativismo» rivolte ai sindacati dopo la fiducia sul welfare: «Se non si tiene conto dei rapporti di forza si fa solo propaganda. La sinistra radicale ha sbagliato mira. Certo che il Parlamento è sovrano ma perché attaccare noi? Nel merito ha sbagliato drammaticamente il governo che, dopo le modifiche della Commissione lavoro, doveva riconvocarci».

La Cosa rossa, su queste basi, dicono a Corso Italia, ha una trazione troppo radicale e manca di cultura di governo. Di qui le prese di distanza. Il segretario generale della Funzione pubblica della Cgil Carlo Podda non usa mezzi termini: «Oltre al welfare il problema è come è gestito l’intero processo. Ha più o meno le stesse caratteristiche di fusione fredda che abbiamo rimproverato a suo tempo al Pd. Ed è ovvio che se si unisce solo l’esistente è inevitabile un’egemonia di Rifondazione». «All’inizio - prosegue Podda - immaginavo che si sperimentassero forme nuove di partecipazione, ora invece ci si limita a unificare gli stati maggiori». E ancora: «Vedo nella Cosa rossa una visione minoritaria del mondo del lavoro, e nel settore di cui mi occupo un forte ritardo di elaborazione. Mi spiego: sul lavoro pubblico non c’è stata tutta questa differenza tra le posizioni di Padoa Schioppa e i ministri della sinistra dell’Unione in questo anno e mezzo di governo. Basti pensare al rinnovo dei contratti a termine e alla lotta alla precarietà nella pubblica amministrazione». Poi Podda trae un bilancio: «Se sul piano politico generale sono perplesso, nel mio ambito specifico le critiche aumentano esponenzialmente. Ecco perché non andrò all’assemblea dell’8».

Carla Cantone, segretaria confederale della Cgil, quell’appuntamento lo vede come fumo negli occhi. E la mette giù dura «Ho comunicato alla presidenza di Sd le ragioni per cui non andrò. Quali sono? Mi pare che al centro dei pensieri di Rifondazione non ci siano stati gli interessi dei lavoratori e dei pensionati. Che invece sono stati al centro dei pensieri dei sindacati. E aggiungo: con la vicenda del welfare si è scavato un solco talmente profondo da indurmi a non andare». Conclusione: la rottura, ad oggi, ancora non c’è. Ma poi, come si diceva una volta, di fronte a un quadro «oggettivamente» mutato, ognuno ne trarrà le conseguenze. Per ora tutti usano la formula: «Nella Cgil si sta benissimo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 1 dicembre




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