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Diario


5 marzo 2008

Calearo: "Il Nord-Est come Den Xiao Ping"

Tutte queste differenze tra Montezemolo e Veltroni, o meglio tra i rispettivi programmi, il neocandidato del Pd Massimo Calearo non le vede proprio. Poco importa che il presidente degli industriali abbia elencato come priorità di Confindustria liberalizzazioni, privatizzazioni, meno tasse alle imprese, oltre alle riforme che rendano governabile il paese. E che Veltroni, almeno così dice, considera la lotta alla precarietà la mission del Pd. L’ex presidente di Federmeccanica continua a ripetere le parole d’ordine con cui proverà ad andare alla conquista del Nord-Est con le bandiere del partito di Veltroni. Anche se lui, Calearo, a quelle dell’impresa non rinuncia affatto. E non le considera incompatibili con quelle del Pd. In una conversazione col Riformista spiega: «Il decalogo di Confindustria e i 12 punti del programma del Pd hanno molti aspetti in comune. Anzi, il significato profondo di alcune ricette su lavoro, produttività, scuola e burocrazia è lo stesso: modernizzare il paese». Per Calearo la modernizzazione del paese sta tutta in una formula: «La cultura del fare», che è poi, a suo giudizio, il tratto distintivo del modello Nord-Est. Dice Calearo: «La cultura del Nord-Est è quella che privilegia il raggiungimento dei risultati rispetto all’ideologia. Detta con Den Xiao Ping: non è importante di che colore sia il gatto, è importante che prenda il topo. Questo è lo spirito di quelle regioni in cui l’88 per cento delle imprese è di prima generazione: si tratta di aziende nate dallo sforzo di tecnici, di ex operai, di persone che sono riuscite a trasformare la parte povera del paese nella locomotiva d’Italia». Una «cultura del fare» che, per Calearo, è tutt’uno con i valori cattolici: «Non è affatto un caso che in quelle zone sia la Cisl il sindacato più forte: i valori di riferimento sono: famiglia, lavoro e campanile. E io, di quei valori, sono una espressione». E la Cgil? «È più presente nelle grandi imprese».

Sul capitolo precarietà Calearo spiega: «La precarietà è un problema per tutti, ma innanzi tutto per l’impresa che, nel villaggio globale, per competere deve fare i salti mortali. Sono gli imprenditori i primi che soffrono la concorrenza, il mercato, i processi di internazionalizzazione». E i lavoratori? «Le cito un dato certo. Nel settore metalmeccanico il 90 per cento dei contratti a termine è diventato a tempo indeterminato. Aggiungo: la legge Biagi per me è una buona legge. Bisogna completarla con la riforma degli ammortizzatori sociali». E l’articolo 18? «Guardi, quando Confindustria voleva eliminarlo gestì male la partita. Ora, se il tema venisse affrontato in maniera diversa, l’articolo 18 si potrebbe togliere. E sarebbe un elemento di modernizzazione del paese. Ma l’importante, su questo tema, è non partire con una impostazione ideologica».

Anche sul capitolo pensioni l’ex presidente di Federmeccanica ha una sua proposta: «Ho una idea personale e la renderò esplicita al momento opportuno: bisogna trasferire il peso del lavoro da chi lavora a chi consuma. Ma non è questo il momento adatto per parlarne. Magari se sarò eletto proporrò una legge ispirata a questo criterio». Ma è sul tema dei contratti che Calearo insiste e le sue idee in rotta di collisione con una parte della sinistra ci vanno, eccome: «Va potenziata la contrattazione di secondo livello. Si tratta di una opportunità, non di un rischio. Mi spiego meglio: i soldi vanno dati dove si fanno. Certo, i contratti nazionali sono una condizione di salvaguardia pubblica, da Palermo a Bolzano, per intenderci. Ma un operaio di Palermo e uno di Bolzano non sono uguali, o meglio, non vivono nello stesso contesto. Basta vedere quanto costa un caffè a Palermo o a Bolzano. Quindi il contratto nazionale serve come punto di partenza per tutelare la parte debole del sistema. Ma i salari non possono essere uguali, e vanno legati alla produttività. E non è affatto vero che legarli ai risultati equivale a indebolire o ad attaccare il sindacato». Calearo conclude con la sua visione di partito post-ideologico: «Destra e sinistra sono idee superate: sono solo luoghi dove ci si siede in Parlamento. Un paese moderno non è né di destra né di sinistra. Basti vedere cosa accade in Europa: Tony Blair non era né di destra né di sinistra, è uno che ha modernizzato l’Inghilterra». E Zapatero? «Non lo condivido al cento per cento. Un mix tra le sue politiche e quelle di Aznar sarebbe la formula vincente».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 5 marzo




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 5/3/2008 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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