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Diario


15 febbraio 2008

Caro Ichino, nel contratto unico c'è l'inganno

«Sulla flessibilità vorrei dire delle cose a Ichino e a Treu». Che cosa? «Il lavoro parasubordinato continua a essere la vera anomalia italiana rispetto all’Europa». E ancora: «La sinistra deve affrontare le problematiche che il Protocollo sul welfare non ha affatto risolto in maniera soddisfacente». Per Piergiovanni Alleva, docente di Diritto del Lavoro nonché estensore di una proposta di legge firmata dai parlamentari della Cosa rossa, che aveva l’ambizione di riordinare l’intera normativa in materia di mercato del lavoro, il bilancio del governo Prodi in materia è negativo, e non poco. Capitolo lavoro interinale: «È stato fatto poco e niente con la conseguenza che anch’esso è diventato veicolo di sfruttamento. Un esempio? Quando con la scorsa Finanziaria i Comuni dovevano stabilizzare i precari hanno aggirato l’ostacolo usando il lavoro interinale. E i precari non si sa che fine abbiano fatto». Capitolo contratto a termine: «Anche qui è stato fatto poco tranne l’inserimento del limite di 36 mesi e l’introduzione del diritto di precedenza solo nel caso di assunzioni a tempo indeterminato, o per il lavoro stagionale in senso proprio. È poco perché i contratti a termine costituiscono il cuore del problema del precariato. Ed è qui che andava condotta la battaglia più grossa. Il contratto a termine, diversamente da quello a progetto, dà diritti (ferie, malattia, tfr) ma dà anche precarietà lavorativa ed esistenziale: per il lavoratore si realizza una condizione di inferiorità sociale, per il datore di lavoro una condizione di potere. Ciò premesso, dove si doveva aprire la battaglia? Su una norma che facesse venire meno questa inferiorità ovvero sul diritto di precedenza, che non costa niente ma ha un grande valore: garantire a chi ha già avuto il contratto di essere preferito nel nuovo significa toglierlo proprio da uno stato di soggezione psicologica. È una di quelle cose che dovrebbero distinguere la sinistra dalla destra». Capitolo esternalizzazioni dei rami d’azienda: «Su questo non si è fatto davvero nulla. Prima della Maroni, esisteva una norma di tutela dei lavoratori quando un’impresa veniva venduta: l’articolo 2112 del codice civile stabilisce che la vendita o l’affitto di una azienda o di un suo ramo comporta un trasferimento automatico dei contratti. Che cosa è successo con la Maroni? La Maroni dice, testualmente, che questa regola vale anche quando il ramo venduto è quello individuato al momento della cessione e non preesistente. Tradotto: decido io cosa cedo al momento e in tal modo aggiro l’ostacolo. La conseguenza è che l’imprenditore può esternalizzare quello che vuole. Quindi il lavoratore passa all’acquirente e trova le condizioni di lavoro della nuova azienda. Se si tratta di una piccola azienda, ad esempio, non vale l’articolo 18. Il trucco più usato è la vendita a se stessi: il datore fa una società, le cede un reparto, stipula un contratto d’appalto e i lavoratori si ritrovano in un’impresa più piccola e con meno diritti. Per il lavoratore sembra che non sia cambiato nulla, ma sue le condizioni si sono precarizzate. È questa la vera colpa della legge Biagi e del centrosinistra che non vi ha messo mano».

Per Alleva, quindi, la legislatura si è chiusa male. E, su tutte, è rimasta inalterata quella che a suo giudizio è la vera anomalia di questo paese: il lavoro parasubordinato. Spiega Alleva: «Alcune fratture partono da Treu con il lavoro interinale. Ma è la legge Maroni che ha sistematizzato la precarietà e l’ha resa senso comune. Il 70 per cento dei contratti a progetto sono illegittimi. Vengono addirittura applicati ai commessi dei negozi o ai lavoratori dei call center…». In questo quadro, per Alleva, finora si è seguita una direzione sbagliata: «Il centrosinistra non ha toccato la legge Maroni. La filosofia di Treu è stata quella della lunga marcia, ovvero aumentare i costi del lavoro parasubordinato fino a renderlo non conveniente introducendo un po’ più di contributi, un po’ più di previdenza, un po’ di garanzie miniaturizzate. Ma resta il fatto che questo lavoro, rimanendo precario, è senza garanzie. Sarebbe servita almeno più trasparenza nei dati sulla forza lavoro occupata: quanti sono i lavoratori precari e quelli subordinati della azienda del signor Rossi? Se il rapporto è 15 a 10 è un’azienda che produce precariato. E sarebbe servita anche più efficacia nei procedimenti giudiziari a favore dei parasubordinati. Una causa, ad esempio, non può durare due anni».

Ora, per il giuslavorista rosso, la situazione rischia di peggiorare: «Vedo che Ichino sta diventando il maitre a penser di Veltroni. Mentre Treu seguiva la filosofia dei piccoli passi con Ichino si cambia paradigma. Dove è l’insidia nella proposta di contratto unico? Apparentemente si dice che si vuole superare la parasubordinazione e si reintroduce il concetto di stabilità. Ma l’inganno sta nel fatto che questa stabilità è “progressiva”: pare che solo dopo tre anni si acquisisce l’articolo 18 e si diventa stabili davvero, e neanche in tutte le imprese». Alleva avanza una controproposta: «Azzardo a dire a Ichino: se diamo a tutti l’articolo 18 subito possiamo arrivare a portare a otto mesi il periodo di prova, che oggi è di sei mesi. Tre anni creano infatti un circolo vizioso assunzione-licenziameto. Mentre otto mesi bastano a provare un lavoratore anche di altissima qualifica. Cioè dico a Ichino: accetto il tuo terreno, ma i limiti del periodo di prova devono essere tali da non rendere conveniente alle aziende di utilizzare il lavoratore fino alla soglia della stabilità e poi liberarsene». Alleva insiste su quello che a suo giudizio diventerà un tema di scontro col Pd: «Quello di Ichino e del Pd è un attacco insidioso perché usa la parola subordinazione e non parasubordinazione. Ma il “tardi” della stabilità che ha in mente Ichino rischia di diventare “mai”».

Per Alleva le insidie per i diritti dei lavoratori vengono anche da come si sta sviluppando il confronto sulla riforma dei contratti: «Il punto è che bisogna difendere il contratto nazionale. Vedo che si sta cedendo sulla contrattazione aziendale che riguarda davvero una minoranza del mondo del lavoro. Cito un dato: il 52 per cento dei lavoratori lavorano in aziende con meno di 15 dipendenti dove non ci sono le Rsa ed è quindi impossibile un contratto aziendale. Ecco perché possono esistere sistemi di sostegno alla contrattazione aziendale solo dove esistono leggi sulla rappresentanza». Ad Alleva non piace nemmeno la proposta di Veltroni di un salario minimo: «Lo smig, ovvero il salario minimo intercategoriale, insidia la contrattazione nazionale e, quindi, anche il ruolo del sindacato. Basta vedere il caso francese o il caso americano. Il combinato disposto contrattazione aziendale e salario minimo rischia di diventare la campana a morto per il sindacato».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 15 febbraio




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 15/2/2008 alle 12:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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