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Diario


17 gennaio 2008

Alleva: "E' ora che il governo metta mano ai contratti"

«Siamo alle solite. Ha fatto bene, anzi benissimo, il sindacato a interrompere la trattativa di fronte alla proposta di Federmeccanica». Il giuslavorista Piergiovanni Alleva, vicinissimo alla Cosa rossa, non si stupisce dello stallo sul contratto dei meccanici e in una conversazione col Riformista spiega: «L’aumento unilaterale minacciato da Federmeccanica è una mossa profondamente antisindacale. Anzi è un modo per piegare il sindacato, e per sfiduciarlo agli occhi della sua stessa base. Mi spiego: se unilateralmente gli industriali decidono un aumento di cento euro invece di centoventi, a quel punto cosa fa il sindacato? Continua la lotta per venti euro?». Alleva dietro la mossa di Federmeccanica vede un vero e proprio strappo: «L’atteggiamento di Confindustria mostra come nessun datore di lavoro accetti fino in fondo l’esistenza di un sindacato. Con gli aumenti unilaterali vuole far vedere che non riconosce il sindacato come interlocutore. In sostanza mira a minare il sistema delle relazioni industriali alla sua base. Si tratta una rottura della costituzione materiale come l’abbiamo conosciuta finora». E questa rottura ha, per Alleva, un obiettivo, neanche tanto mascherato: «Il datore di lavoro vuole spostare l’attenzione sulla contrattazione aziendale, là dove c’è, e scambiare retribuzione con più flessibilità, o aumenti degli orari di lavoro. E, al contempo, ridurre la contrattazione nazionale a qualcosa di sempre più ininfluente».

Anche il salario legato alla produttività, che tanto piace a Montezemolo, per Alleva segue questa logica: «Significa questo: io imprenditore ti do i soldi e tu lavoratore stai alle condizioni che ti impongo nella mia fabbrica. E il contratto nazionale deve garantire poco». E il “patto di produttività” gradito a Prodi e alla Cisl? «Innanzi tutto bisogna intendersi sul termine produttività. La produttività è un fatto generale, di sistema e deve essere distribuita dal contratto nazionale. Aggiungo che la contrattazione aziendale non riguarda la maggioranza dei lavoratori, anzi. Domando: nel settore del commercio quali contratti aziendali ci sono? Forse in qualche ipermercato, ma non nei piccoli esercizi e nelle botteghe. Non solo, ma in una economia sempre più terziarizzata rimandare rutto alla contratti aziendali configurerebbe una vera e propria ingiustizia sociale. Cito un dato: il 52 per cento dei lavoratori italiani lavora in imprese con meno di quindici dipendenti, dove non ci sono le Rsa ed è quindi impossibile un contratto aziendale».

Prosegue Alleva: «Diciamoci la verità, in fondo anche la Cisl vuole lo smig, il salario minimo intercategoriale, per quei poveracci che, come in America, lavorano per sette dollari l’ora. Mentre nelle aree di lavoro privilegiato, dove ci si iscrive al sindacato, la Cisl fiorisce». E chiosa: «La verità è che in questo paese la produttività non viene distribuita. Se guardiamo il reddito nazionale, la ricchezza va più ai profitti che ai salari. Questo è il dato».

Alleva fa anche una previsione sull’esito della trattativa sui meccanici: «Alla fine un accordo si troverà. Ricordo un negoziato in cui le parti non si parlavano e l’allora ministro Scotti andava da un lato all’altro del corridoio per trovare una mediazione tra rappresentanti degli industriali e sindacati. Ma anche se si raggiungerà un’intesa il problema rimane aperto se non si mette mano al sistema contrattuale». Per il giuslavorista, infatti, il punto è più di fondo: «La crisi dei salari in questo paese è iniziata con l’accordo del ’93, col superamento definitivo della scala mobile. E il nuovo sistema introdotto, a doppio livello di contrattazione, non ha funzionato del tutto». Chiarisce Alleva: «La contrattazione nazionale più o meno ha tenuto perché ha una grande tradizione. Quella di secondo livello no perché non ci sono norme che garantiscono la contrattazione territoriale o aziendale. Quindi, da allora, i contratti nazionali non sono riusciti a distribuire aumenti di ricchezza perché, essendo finalizzati al recupero dell’inflazione questa è stata identificata con quella programmata più bassa di quella reale». Conseguenza? «La contrattazione nazionale non ha garantito l’adeguamento salariale e quella aziendale ha riguardato un numero assai ristretto di lavoratori. Col risultato che complessivamente, nel reddito nazionale, la ricchezza si è spostata più dalla parte del profitto e delle rendite che sui salari».

E il governo? «Dovrebbe fare una cosa davvero importante: una legge di sostegno alla contrattazione aziendale di secondo livello con la finalità di giungere a un sistema realmente funzionante, basato sulla contrattazione nazionale che distribuisce la redditività generale e quella aziendale che distribuisce quella ulteriore. Il rinnovo del modello contrattuale non può essere rimandato all’infinito. Abbiamo bisogno di una legge che ci dica come si regolamentano le condizioni di una effettiva dialettica collettiva, che ad oggi, non è più garantita. L’illusione di Giugni del ’93 che non considerò obbligatoria la contrattazione di secondo livello è stata smentita dai fatti. Si può dire, a distanza di quindici anni, che quell’accordo ha sì salvato l’Italia ma lo hanno pagato i lavoratori, i cui salari, in termini reali, sono oggi tra gli ultimi in Europa».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 17 gennaio




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 17/1/2008 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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