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Diario


12 gennaio 2008

Angius: "Ecco perché sevono i socialisti"

Legge elettorale, verifica di governo e anche ruolo dei socialisti. Per Gavino Angius è ora di cambiare passo su tutto: «Dobbiamo avere l’ambizione di rimettere in cammino un paese pieno di corporazioni, di rendite di posizione, in cui la crisi della politica si manifesta in modo drammatico». E aggiunge: «Se pensassimo che sia sufficiente la parola socialista per avere automaticamente una forza di attrazione commetteremmo un serio errore. Serve più coraggio». Il dirigente socialista si dice preoccupato di fronte allo stato del paese: «Se non partiamo dai caratteri che sta assumendo la crisi italiana rischiamo di non capire. Ebbene siamo di fronte a una vera e propria crisi democratica, prodotta dalla crisi delle istituzioni ma soprattutto della politica in sé. Sarebbe miope non vederla, ottuso non affrontarla, irresponsabile non risolverla». E ancora: «La nostra democrazia ha attraversato momenti difficili, segnati da aspri conflitti, penso alla guerra fredda e al terrorismo, ma oggi, a sessant’anni dalla sua nascita, si è esaurita una certa pratica della democrazia e siamo chiamati a ricostruire il rapporto tra politica e società che si è spezzato». Segnali in tal senso, per Angius, sono ovunque: «Da Napoli ai lavoratori arsi vivi della ThyssenKrupp si ha l’impressione che la politica abbia esaurito la sua funzione. Da qui parte la nostra missione di socialisti, dal fatto che la politica non ha esaurito il suo compito a patto che allarghi i suoi orizzonti e rinnovi i suoi contenuti». Angius la vede così: «Serve una sinistra normale: laica, riformista, europea». E prosegue: «I vuoti che come sinistra dobbiamo riempire sono molti. Insisto sul principale: la politica è debole e i partiti sono in crisi, e non da oggi. Bene, se non rinnoviamo noi stessi e se non nutriamo la politica di riferimenti e di valori rischiamo che la furia distruttrice della crisi della politica ci seppellisca tutti. Con il risultato che sopravviveranno solo i poteri economici, gli apparati finanziari, i poteri dell’informazione». In questo quadro, nient’affatto ottimistico, Angius lancia il suo appello: «Le ragioni di fondo del partito socialista che vogliamo far nascere partono dalla consapevolezza che senza il pensiero e la cultura socialista il paese non può migliorare».

E i valori? Per Angius sono quelli di sempre, almeno per una forza che si dica socialista, sulla cui vitalità, l’ex ds non ha dubbi. Primo: «Dobbiamo riappropriarci della parola libertà, il cui senso rischia di essere stravolto in un paese in cui tutti si dicono democratici, ma in molti negano la libertà». Secondo: «Dobbiamo batterci per l’uguaglianza delle opportunità, in una società come la nostra che presenta molte disuguaglianze, nel lavoro, nelle professioni, negli stili di vita». E la laicità? «Per me è sinonimo di libertà. Oggi il problema è drammatico perché la Chiesa interviene pesantemente nella sfera pubblica per piegarla ai suoi precetti spesso in contrasto con i dettami delle leggi vigenti. E il Pd direi che è molto permeabile alle sue pressioni». Anche il terreno su cui affermarli non è nuovo: «Sul lavoro è da almeno quindici anni che la politica ha abdicato al suo ruolo e ci pensano solo i sindacati. La classe dirigente si è invece arrotolata su se stessa rincorrendo le emergenze che si sono succedute: Mani Pulite, l’ingresso in Europa, la prima esperienza di governo dell’Ulivo, Berlusconi. Parallelamente i partiti hanno rinunciato al proprio rapporto con la società e, in particolare, con le trasformazioni del mondo del lavoro». Per Angius né il Pd né la Cosa rossa sono adeguati a dare le risposte che servono. Sul Pd taglia corto: «È un marchio, al cui interno ci sono stridenti contraddizioni. Dice di essere laico ed è prigioniero dei teodem, dice che governa Napoli e assolve i suoi dirigenti di fronte al disastro, dice che è nato per rafforzare il governo e ne mina l’esistenza, e così via». E la Cosa rossa? «Rappresenta solo una parte del mondo del lavoro. Ma, soprattutto, di fronte alla crisi del paese non serve una forza movimentista ma una forza di governo».

Fin qui i partiti. Ma per Angius una svolta serve soprattutto sul fronte del governo: «Governiamo da due anni, e abbiamo anche raggiunto dei risultati soprattutto sul fronte del risanamento. Ma questo non basta. Non solo il New York Times ma tutti gli indicatori dicono che non c’è campo in cui l’Italia non arretri rispetto agli altri paesi europei. Possiamo anche non chiamarlo declino ma dobbiamo fare una forte denuncia: il paese non avanza, penso alle infrastrutture ma anche alla formazione o all’innovazione o alla ricerca. E la politica ha smarrito il senso della sua missione più alta diventando, spesso, calcolo cinico e meschino. C’è un questione morale per la politica e una crisi di valori per la società». Di qui Angius propone un Prodi bis: «Serve una svolta, altrimenti rischiamo di perdere non solo le elezioni, ma soprattutto il rapporto col paese. Ecco perché occorre un nuovo programma e anche un nuovo assetto di governo: per rimotivarne l’esistenza». La verifica, per Angius, non può eludere il tema della legge elettorale: «Non si può trattare con Berlusconi senza elaborare una proposta comune nella maggioranza. Il governo lo ha capito, il Pd no. La maggioranza deve trovare un denominatore comune, a partire dalla bozza Bianco cui vanno apportate modifiche profonde come il recupero nazionale dei resti, il voto disgiunto e l’eliminazione del premio di maggioranza». E il partito socialista? «Anche in questo caso occorre un’accelerazione. Il nostro obiettivo deve essere quello di rinsaldare nel paese una forza socialista, che parli ai sindacati, al mondo del lavoro e dell’impresa e anche all’intellettualità. Insomma che traduca in italiano i programmi del partito socialista europeo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 12 gennaio




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 12/1/2008 alle 15:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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