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Diario


8 gennaio 2008

I socialisti dicono no al referendum e chiedono aiuto a Prodi

Un no al referendum. E una richiesta al governo di prendere in mano il dossier legge elettorale, nell’ambito della verifica di gennaio, al fine di trovare una posizione comune all’interno della maggioranza. Altrimenti - dice Gavino Angius parafrasando D’Alema - «salta tutto» (vai alla voce: governo). Conseguenza: i socialisti tornano a sperare in Romano di fronte alle varie ipotesi in campo bollate tutte come «truffe».

Capitolo referendum. I socialisti hanno presentato ieri mattina a dieci giorni circa dal pronunciamento della Corte sui quesiti, una memoria oppositiva. Ci hanno lavorato giuristi e costituzionalisti vicini al Ps come Felice Besostri, Augusto Cerri, Costantino Murgia, Mario Patrono. I punti tecnico-giuridici su cui si fonda il loro giudizio di inammissibilità - e di «incostituzionalità» - sono principalmente quattro, come hanno illustrato Angius, Boselli, Villetti e Piazza in una conferenza stampa al Senato. Innanzi tutto c’è «il difetto di chiarezza e di coerenza del quesito che non comprende l’abrogazione della norma che prevede la presentazione del programma e l’indicazione del premier insieme alla presentazione della lista»: questo, dicono i socialisti, potrebbe portare alla conseguenza paradossale che un programma comune a più liste, che risultasse nel complesso anche largamente maggioritario, sarebbe comunque perdente se una lista solitaria ottenesse un numero di voti maggiore della più votata tra le liste con lo stesso programma. La seconda ragione consiste nel fatto che «il referendum proposto non elimina e neppure corregge la normativa in vigore, ma ne stravolge il senso politico e giuridico». Con la conseguenza che ne risulterebbe stravolto l’istituto stesso del referendum. Un punto, questo, su cui i socialisti hanno molto insistito. Ha spiegato Murgia: «I quesiti hanno sostanzialmente manipolato la legge in vigore promuovendo, di fatto, una nuova legge elettorale. Ne risulta stravolto l’istituto del referendum che per la nostra Costituzione è abrogativo».

Terza motivazione: «Il quesito referendario restringe il libero esercizio del diritto dei partiti di associarsi presentando programmi comuni e lascia pregiudicate le possibilità di poter governare mantenendo immutata la differente attribuzione del premio di maggioranza tra Camera e Senato». Infine, «il quesito referendario restringe il diritto di libera associazione in partiti politici, senza che questa restrizione possa considerarsi una via necessaria per garantire la governabilità». Conclusioni: «La nostra non è una ribellione, ma una battaglia democratica», ha detto Murgia.

Ma i socialisti muovono soprattutto una critica politica alla legge che uscirebbe dal referendum sottolineando come, in via ipotetica, una sola lista possa ottenere il 55 per cento dei seggi anche con percentuali di voto al di sotto, ad esempio, del 20 per cento: «La legge che ne uscirebbe - ha osservato Villetti - ha un solo precedente, la legge Acerbo che però almeno prevedeva una soglia del 25 per cento. Ma, in questo caso, si può anche ipotizzare che possa avere il 55 per cento dei seggi anche una lista che ha ottenuto il 15 per cento dei voti».

Fin qui le obiezioni di merito. Ma è soprattutto sul piano politico più generale che i socialisti chiedono al premier Romano Prodi e al ministro delle riforme Chiti di cambiare rotta di fronte a una situazione arrivata a un bivio che a loro sembra proprio non piacere: o l’accordo tra Pd e Forza Italia o il referendum. In particolare per Gavino Angius la bozza Bianco, così com’è, non va, anche perché «lascia aperte questioni dirimenti come il voto disgiunto o la dimensione delle circoscrizioni». Tuttavia, spiega l’ex ds, è da lì che deve partire il confronto parlamentare. I socialisti non avanzano una loro proposta di legge elettorale - anche se ritengono che il dibattito debba allargarsi al tema delle riforme istituzionali - ma muovono al governo una richiesta ben precisa: quella di intervenire, da subito. Dice Angius: «Non si può modificare una legge elettorale sulla base dell’accordo preventivo tra Pd e Forza Italia. Nella verifica di governo va introdotto il tema della legge elettorale, per il semplice motivo che, se la maggioranza su questo si spacca, cade il governo». E aggiunge: «Ho chiesto a Bianco un’audizione sulla legge elettorale per ascoltare il ministro Chiti, che ha la delega del governo in materia e ha presentato una sua bozza dopo aver ascoltato le forze politiche. Serve una posizione della maggioranza. Altrimenti come ha detto un autorevole dirigente del Pd, salta tutto».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 8 gennaio




permalink | inviato da alessadrodeangelis il 8/1/2008 alle 12:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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