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Diario


7 marzo 2008

Anche i socialisti, nel loro piccolo, si incazzano

Lui, ex guru della comunicazione del Cavaliere, Luigi Crespi minimizza il suo ruolo: «Cerco solo di dare una mano ai socialisti per migliorare le loro performance. La struttura della comunicazione già esiste e lavora bene. Io contribuisco a renderla più visibile». Eppure il nuovo stile aggressive del mite Boselli è targato proprio Luigi Crespi. A lui è stato dato l’incarico di gestire quella che per i socialisti assomiglia sempre di più alla battaglia della vita: superare lo sbarramento del quattro per cento. A questa mission impossible sarebbe legato anche da un contratto - pure se tutti smentiscono, a partire dall’interessato - che prevede un cospicuo compenso in caso di raggiungimento del risultato. E lui, l’uomo che inventò il più celebre contratto con gli italiani, quasi fosse in una seduta psicoanalitica, ha dato ai socialisti un ordine ben preciso: cacciate tutta la vostra rabbia, siate incazzati. Dice Crespi: «La rabbia è un sentimento diffuso, non è un trucco mediatico. Sono incazzati tutti, da Bobo Craxi a Villetti, da Angius a De Michelis. E, dal loro punto di vista, hanno ragione». E per mettere a punto la strategia del «siamo socialisti e siamo incazzati» (come è scritto sui primi manifesti della campagna elettorale), a San Lorenzo in Lucina ogni mattina si svolge una riunione fiume presieduta proprio da Crespi: tre, quattro ore di brainstorming serrato, dalla lettura dei giornali all’analisi dei messaggi mediatici, alla gestione dell’agenda elettorale. Obiettivo: costruire un’immagine aggressiva, diretta. Via il bon ton e la diplomazia di Palazzo: l’imperativo è scagliarsi contro l’avversario. Quale? Veltroni, of course. Dice Villetti, anch’egli un mite diventato aggressive: «Veltroni sta provando a cancellarci e per fare questo ha inglobato i radicali, perché considera la laicità il tallone d’Achille del Pd. Ma questo esalta il nostro ruolo. Diremo che Veltroni ha deposto le armi di fronte a Berlusconi prima di combattere».

È quasi uno schema da avanguardia quello che interpreteranno Boselli&Co nel prossimo mese: “contro” il tentativo di cancellare una storia gloriosa, “contro” la linea di Veltroni (che porterebbe a una sconfitta «epocale» il centrosinistra, dicono), “contro” l’inciucio con Berlusconi. E “contro” il sistema dell’informazione. Ieri Boselli ha messo in atto la prima iniziativa eclatante lasciando lo studio televisivo durante la registrazione di Porta a Porta: «Questa è la prima trasmissione politica alla quale sono stato invitato negli ultimi due mesi: ci sono regole truccate perché gli elettori non conoscono i nostri programmi, i nostri volti e non sanno che io sono candidato premier per il Partito socialista» ha affermato il leader del Ps.

All’uscita, presente tutto il gruppo dirigente e alcuni militanti che hanno esposto i cartelli «Anche i socialisti pagano il canone» e «Rai tv censura di tutto di più», Boselli ha pure improvvisato un comizio davanti alla sede Rai di via Teulada per protestare contro «l’oscuramento della tv pubblica sui socialisti». E ha annunciato altre iniziative di protesta sotto Mediaset e sotto le sedi dei quotidiani. Ma, se non si riesce a sfondare a Roma, tanto vale partire dalla provincia. Il piano B di Crespi, dicono a San Lorenzo in Lucina, prevede un massiccio investimento in spot sulle tv locali e su internet, ovviamente sempre all’insegna della rabbia.

Anche l’apertura della campagna elettorale, che si terrà domani pomeriggio all’auditorium del Massimo, sarà segnata da questo stile. La scenografia messa a punto dalle registe Katia e Titti Simmi prevede due filmati più di lotta che di governo. Il primo con immagini di lavoratori, di ieri e di oggi, sulle note della canzone Eppure soffia di Pierangelo Bertoli, anch’essa un po’ incazzata. Il secondo celebra il centenario dell’8 marzo sulle note di Respect di Aretha Franklin. Dietro il palco, a testimoniare che il socialismo non sarebbe un reperto archeologico, la scritta su uno sfondo rosso fuoco: «Socialismo adesso, socialismo ahora», con una chiara allusione a Zapatero. Dice Katia Simmi: «Certo che siamo incazzati e che chiediamo rispetto. Non si può cancellare una storia di cento anni».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 7 marzo




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7 marzo 2008

Chiusa la parentesi Calearo, Ichino ne apre un'altra

Che le candidature di Calearo e Ichino avessero prodotto all’interno del Pd una certa fibrillazione lo si era capito da subito. E si era capito pure (vai alla voce: caso Calearo) che non bastava evocare il programma del Pd per riassorbire le contrapposizioni con i sindacati, in particolare con la Cgil. Infatti pare che lo stesso Veltroni sia intervenuto direttamente sull’ex presidente di Federmeccamica per chiedere un maggiore spirito di squadra. Eppure (per la serie: ogni giorno ha le sue pene) ieri è stato l’altro candidato “scomodo”, il professor Ichino, a riaprire il fronte con i sindacati. Il giuslavorista, in un’intervista sulla Stampa, ha affrontato, senza troppe perifrasi, due temi che vanno dritti dritti in rotta di collisione con Cgil, Cisl e Uil, e non solo, come l’abolizione dell’articolo 18 e la libertà di licenziamento. Riproponendo la sua idea di contratto unico, Ichino ha affermato: «Dopo un periodo di prova di sei mesi l’articolo 18 si applica per i licenziamenti disciplinari e contro quelli per motivo illecito, di discriminazione e di rappresaglia. Ma il controllo giudiziale deve essere limitato a questo. Se invece il motivo del licenziamento è economico o organizzativo la protezione del lavoro è costituita da un congruo indennizzo commisurato all’anzianità». E ancora: «È il costo del licenziamento a costituire il filtro delle scelte imprenditoriali. Un filtro molto migliore di quanto possono essere i procedimenti giudiziari». Vista dalla parte dei sindacati, le affermazioni suonano più o meno così: se non devono essere valutate dal giudice le cause di un licenziamento, il punto diventa solo economico; ma se si toglie questo aspetto di «vertenzialità» sulla «giusta causa» si tolgono anche i diritti. E in Corso Italia ricordano come per ragioni tecnico-produttive (in caso di ristrutturazioni aziendali, ad esempio) c’è già una legge che prevede una libertà di licenziamento. Quindi, dicono, Ichino mira a togliere i diritti.

Il segretario confederale della Cgil, e candidato del Pd in Veneto, Paolo Nerozzi non usa mezzi termini: «Ci si dovrebbe attenere al programma del Pd che non parla di abolizione dell’articolo 18. Aggiungo che per noi il dibattito in materia si è chiuso con la manifestazione del 2002 al Circo Massimo. Certo, è legittimo che Ichino manifesti le sue opinioni, ma credo che il problema sia estendere i diritti a chi è escluso o pensare a quei nuovi diritti che lo Statuto dei lavoratori non poteva prevedere. E trovo strano che per estendere i diritti si debba iniziare col tagliarli». E avverte: «L’unità dei sindacati è un importante elemento di tenuta sociale del paese. Mi aspetterei più considerazione per le nostre proposte ». Sulla stessa linea il segretario confederale della Uil Paolo Pirani: «La discussione su Ichino e Calearo è inutile e fuori dalla dinamica concreta. Contano i programmi. E conta pure la piattaforma dei tre sindacati, in cui si fissano tre obiettivi: la centralità del contratto nazionale, la necessità di estendere la contrattazione di secondo livello, e il fatto che si deve andare verso la stabilizzazione del lavoro precario rendendolo più costoso».

La sortita di Ichino non è affatto piaciuta agli ambienti veltroniani di stretta osservanza. Morando, che del programma è stato uno degli principali artefici, afferma: «Nel programma sono state enunciate cose precise: l’allungamento del periodo di prova rispetto a quello attuale e quello dell’apprendistato. E alla fine dell’uno o dell’altro di questi periodi abbiamo previsto incentivi alle imprese che assumono a tempo indeterminato. Punto. Ciò detto, il programma impegna tutti, da Ichino a Nerozzi». Anche Tiziano Treu prende le distanze: «Le proposte di Ichino, peraltro note, sono politicamente inopportune. Riaprirebbero lo scontro sociale sull’articolo 18. Aggiungo che nel programma del Pd, senza infrangere frontalmente il tabù dell’articolo 18, raggiungiamo lo stesso il risultato con altre misure. Per quanto riguarda poi l’altro tema sollevato da Ichino, ovvero la durata dei processi, che per le imprese costituisce un costo, eravamo giù pronti a varare un disegno di legge per rendere più efficienti i processi in materia di lavoro. Lo riproporremo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 7 marzo




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6 marzo 2008

Il Pd di Passoni è opposto a quello dell'imprenditore

Prima la tragedia: la partecipazione, a Molfetta, al corteo di Cgil, Cisl e Uil dopo l’incidente in cui hanno perso la vita cinque operai. Poi, nel pomeriggio, l’opportunità, con la firma dal notaio della candidatura che lo vedrà impegnato col Pd in Toscana. Per il segretario confederale della Cgil Achille Passoni c’è un filo rosso che lega le due cose: la convinzione che le ragioni del lavoro possano trovare una compiuta espressione nel Pd. Un partito che, visto dalla parte del segretario confederale della Cgil, è assai diverso da quello di Calearo. Il quale, solo per ricordare qualche dichiarazione, ha affermato che i programmi del Pd e di Confindustria sono molto simili, che è arrivato il momento di togliere l’articolo 18, e che destra e sinistra non esistono più. Dice Passoni: «Destra e sinistra ci sono eccome e io, nel Pd, mi sento in un moderno partito di sinistra. È chiaro che in un grande partito trovano posto una pluralità di espressioni. Ma è altrettanto chiaro che questa pluralità di espressioni è tenuta assieme dal manifesto programmatico, dalla carta dei valori, dallo statuto e dal programma elettorale. Se uno si candida deve accettare questi paletti. Tutto il resto sono chiacchere». E, proprio partendo dal programma, Passoni indica le priorità del Pd che rispetto a quelle di Confindustria qualche differenza ce l’hanno, eccome: «La lotta alla precarietà è centrale, ed è il segno di quale campo occupi il Pd. Tra l’altro la proposta di un minimo garantito per i precari offre delle tutele a una larga fascia di persone che lavorano sottopagate. È chiaro che questa misura, da sola, non basta e che dovremo riformare gli ammortizzatori sociali. Ma è un segno ben preciso». Sulla legge Biagi afferma: «La vera piaga del nostro paese è il parasubordinato, ovvero quei lavoratori che hanno contratti precari e svolgono mansioni come se fossero dipendenti. La prima cosa da fare è smascherare queste situazioni, come ha fatto il ministro Damiano sulla vicenda dei call center. Poi bisogna rendere quel lavoro più costoso per incentivare le imprese alla stabilizzazione». E precisa: «Al congresso della Cgil indicammo la necessità di una nuova legislazione sul lavoro. E fissammo degli obiettivi: ridurre la pletora dei contratti che vengono usati, combattere l’idea che il lavoro sia una merce e il lavoratore sempre disponibile, e pure quella per cui il sindacato sia una sorta di ammortizzatore sociale e non un soggetto della rappresentanza». Tradotto: per Passoni, la legge Biagi va superata. Sul capitolo dell’articolo 18 Passoni taglia corto: «Il dibattito si è chiuso nel 2002 con la grande manifestazione in cui la Cgil portò oltre tre milioni di lavoratori al Circo Massimo. Aggiungo: non deve passare l’idea che si taglia a chi già ha poco per dare a chi ha meno. Questa è un’idea davvero balzana. Le tutele vanno estese, non tolte». Passoni contesta anche l’idea esposta da Calearo a Ballarò che la caduta del governo Prodi sia stata un bene: «È stato interrotto un cammino in cui si stavano prendendo misure a vantaggio del mondo del lavoro. Il Protocollo è stato molto importante. E a gennaio eravamo arrivati a discutere su come redistribuire l’extragettito. L’interruzione della legislatura ha nuociuto ai lavoratori».

Il programma del Pd, per Passoni, non solo è diverso da quello di Confindustria ma ha recepito anche alcuni punti significativi della piattaforma dei tre sindacati confederali. Sul fisco: «Si deve usare la leva fiscale per ridare potere d’acquisto ai salari. Quindi prima bisogna fare detrazioni per il lavoro dipendente e poi rimettere mano alle aliquote». Sui contratti: «La contrattazione di secondo livello va estesa visto che ora copre una minoranza del mondo del lavoro. Per quanto riguarda i contratti è sbagliato contrapporre quello nazionale a quelli di secondo livello. Il contratto nazionale tutela l’universo del mondo del lavoro. Mentre la contrattazione di secondo livello deve ridistribuire la ricchezza là dove viene prodotta. Ma va estesa».

E sul capitolo sicurezza il segretario confederale della Cgil lancia quasi un appello: «Il decreto sulla sicurezza deve passare. E Confindustria dovrebbe contribuire a creare una cultura della sicurezza sul lavoro».


Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 6 marzo




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5 marzo 2008

Calearo: "Il Nord-Est come Den Xiao Ping"

Tutte queste differenze tra Montezemolo e Veltroni, o meglio tra i rispettivi programmi, il neocandidato del Pd Massimo Calearo non le vede proprio. Poco importa che il presidente degli industriali abbia elencato come priorità di Confindustria liberalizzazioni, privatizzazioni, meno tasse alle imprese, oltre alle riforme che rendano governabile il paese. E che Veltroni, almeno così dice, considera la lotta alla precarietà la mission del Pd. L’ex presidente di Federmeccanica continua a ripetere le parole d’ordine con cui proverà ad andare alla conquista del Nord-Est con le bandiere del partito di Veltroni. Anche se lui, Calearo, a quelle dell’impresa non rinuncia affatto. E non le considera incompatibili con quelle del Pd. In una conversazione col Riformista spiega: «Il decalogo di Confindustria e i 12 punti del programma del Pd hanno molti aspetti in comune. Anzi, il significato profondo di alcune ricette su lavoro, produttività, scuola e burocrazia è lo stesso: modernizzare il paese». Per Calearo la modernizzazione del paese sta tutta in una formula: «La cultura del fare», che è poi, a suo giudizio, il tratto distintivo del modello Nord-Est. Dice Calearo: «La cultura del Nord-Est è quella che privilegia il raggiungimento dei risultati rispetto all’ideologia. Detta con Den Xiao Ping: non è importante di che colore sia il gatto, è importante che prenda il topo. Questo è lo spirito di quelle regioni in cui l’88 per cento delle imprese è di prima generazione: si tratta di aziende nate dallo sforzo di tecnici, di ex operai, di persone che sono riuscite a trasformare la parte povera del paese nella locomotiva d’Italia». Una «cultura del fare» che, per Calearo, è tutt’uno con i valori cattolici: «Non è affatto un caso che in quelle zone sia la Cisl il sindacato più forte: i valori di riferimento sono: famiglia, lavoro e campanile. E io, di quei valori, sono una espressione». E la Cgil? «È più presente nelle grandi imprese».

Sul capitolo precarietà Calearo spiega: «La precarietà è un problema per tutti, ma innanzi tutto per l’impresa che, nel villaggio globale, per competere deve fare i salti mortali. Sono gli imprenditori i primi che soffrono la concorrenza, il mercato, i processi di internazionalizzazione». E i lavoratori? «Le cito un dato certo. Nel settore metalmeccanico il 90 per cento dei contratti a termine è diventato a tempo indeterminato. Aggiungo: la legge Biagi per me è una buona legge. Bisogna completarla con la riforma degli ammortizzatori sociali». E l’articolo 18? «Guardi, quando Confindustria voleva eliminarlo gestì male la partita. Ora, se il tema venisse affrontato in maniera diversa, l’articolo 18 si potrebbe togliere. E sarebbe un elemento di modernizzazione del paese. Ma l’importante, su questo tema, è non partire con una impostazione ideologica».

Anche sul capitolo pensioni l’ex presidente di Federmeccanica ha una sua proposta: «Ho una idea personale e la renderò esplicita al momento opportuno: bisogna trasferire il peso del lavoro da chi lavora a chi consuma. Ma non è questo il momento adatto per parlarne. Magari se sarò eletto proporrò una legge ispirata a questo criterio». Ma è sul tema dei contratti che Calearo insiste e le sue idee in rotta di collisione con una parte della sinistra ci vanno, eccome: «Va potenziata la contrattazione di secondo livello. Si tratta di una opportunità, non di un rischio. Mi spiego meglio: i soldi vanno dati dove si fanno. Certo, i contratti nazionali sono una condizione di salvaguardia pubblica, da Palermo a Bolzano, per intenderci. Ma un operaio di Palermo e uno di Bolzano non sono uguali, o meglio, non vivono nello stesso contesto. Basta vedere quanto costa un caffè a Palermo o a Bolzano. Quindi il contratto nazionale serve come punto di partenza per tutelare la parte debole del sistema. Ma i salari non possono essere uguali, e vanno legati alla produttività. E non è affatto vero che legarli ai risultati equivale a indebolire o ad attaccare il sindacato». Calearo conclude con la sua visione di partito post-ideologico: «Destra e sinistra sono idee superate: sono solo luoghi dove ci si siede in Parlamento. Un paese moderno non è né di destra né di sinistra. Basti vedere cosa accade in Europa: Tony Blair non era né di destra né di sinistra, è uno che ha modernizzato l’Inghilterra». E Zapatero? «Non lo condivido al cento per cento. Un mix tra le sue politiche e quelle di Aznar sarebbe la formula vincente».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 5 marzo




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4 marzo 2008

Il modello nord-est non convince la Cgil

Da un lato c’è il Pd di Veltroni che punta, o almeno ci prova, a raccogliere consensi in una parte «della borghesia dinamica». E candida nelle proprie liste il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo che di quel mondo, almeno così dicono, sarebbe espressione. Dall’altro c’è chi crede ancora nella lotta di classe (vai alla voce: Bertinotti), o comunque considera difficile, se non impossibile, che “lavoratori” e “padroni” possano convivere in uno stesso partito: «Il Pd ha scelto Confidustria», ha dichiarato ieri al Corriere il segretario di Rifondazione Franco Giordano. E i sindacati? Si trovano in mezzo, per di più spiazzati dall’ultima mossa veltroniana. Riassumendo. Cgil, Cisl, Uil hanno seguito con attenzione la stesura del programma del Pd e, seppur con sfumature diverse sulle singole misure, hanno portato a casa due risultati, neanche tanto secondari: un freno alla impostazione à la Ichino sul lavoro e il primato della concertazione. E hanno ottenuto anche dei candidati nelle liste del Pd, come i segretari confederali della Cgil Passoni e Nerozzi, e il segretario aggiunto della Cisl Baretta. Ora che nelle liste trovano anche Calearo, la controparte contro cui hanno sparato ad alzo zero durante l’ultimo rinnovo del contratto dei metalmeccanici, qualche disagio emerge.

La parola d’ordine di ieri era: sdrammatizzare. In fondo, dicono un po’ tutti, il presidente di Federmeccanica, per ruolo, è una figura di rappresentanza: non è colui che esercita il potere reale. E poi, dicono per incassare il colpo, «si sa che Walter usa le liste come mezzi di comunicazione, ma ognuno si dovrà attenere al programma». Eppure, anche se Calearo tutte queste “divisioni” non ce l’avrebbe, dal punto di vista simbolico la candidatura divide i sindacati. Dice il segretario aggiunto della Cisl Pier Paolo Baretta, che sarà candidato nella stessa regione di Calearo: «Il pluralismo non è un limite ma un’opportunità. Aggiungo che il Veneto è una realtà complessa, fatta di imprenditori e di lavoratori. Credo che Calearo possa intercettare il cuore profondo del Veneto che vuole risposte dal mondo del lavoro. Certo, una candidatura non basta, ma è un segnale. Non sono affatto preoccupato. Tra l’altro c’è il programma che, evidentemente, ogni candidato condivide». Anche la Uil ha scelto la linea low profile. Afferma il segretario confederale Paolo Pirani: «Nel Nord c’è una realtà complessa e tutti i settori hanno perso rappresentanza. Fa bene Veltroni a tentare di risalire la china negativa del Pd nel Nord. Ma il problema è più ampio di una singola candidatura. Comunque credo che la scelta di Calearo abbia una buona efficacia di immagine». Diverse, e non poco, le reazioni della Cgil. In Corso Italia non sono in pochi a ricorrere a un eloquente «no comment». Carla Cantone taglia corto: «Preferisco non parlare». Il presidente dell’Ires Agostino Megale, che ha avuto un ruolo determinate nella stesura del programma del Pd, dice: «Come sindacato non ci occupiamo delle candidature di partito». Non si sottrae invece Nicoletta Rocchi: «Non sono entusiasta ma neanche sconvolta più di tanto. Certo, il bipolarismo spinge ad allargare i confini della rappresentanza, così come capisco che Calearo possa intercettare il tipico imprenditore del Nord-Est, pragmatico, aggressivo. Non credo, però, come dice Calearo che non ci siano differenze tra destra e sinistra. Tra l’altro sulle politiche economiche e sociali, come sul resto, fa fede il programma». Il segretario nazionale della Fiom Fausto Durante la mette giù dura: «C’è un limite anche al marketing delle candidature. Se fossi in Veneto non lo voterei. Federmeccanica da anni rappresenta la parte più arretrata dell’impresa italiana: quella refrattaria al dialogo con i sindacati e ostile al rinnovo dei contratti. C’è impresa e impresa. E Federmeccanica si è preoccupata solo di mantenere il suo potere e di limitare i costi dei salari, facendo apparire i sindacati come coloro che volevano ostacolare i rinnovi e perseguire lo scontro a tutti i costi. Calearo è stato il braccio armato di questa linea». Prosegue Durante: «Nell’ultima trattativa Calearo si è visto solo al primo e all’ultimo incontro. Al primo ha delimitato i confini del negoziato con una posizione che ha pesato sulla trattativa. E nell’ultimo provò a farla saltare dando, prima alla stampa che a noi, quella che definì “una proposta finale, non ultimativa ma non negoziabile”».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 4 marzo




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1 marzo 2008

Crespi si divide tra Boselli e la Santanché

Questa volta Luigi Crespi, l’inventore del «contratto con gli italiani» stipulato in tv da Silvio Berlusconi nel 2001, non gioca nella parte di consigliere del principe. Ma non è nemmeno un semplice spettatore. In questa campagna elettorale “il mago dei sondaggi” potrebbe essere determinante per due partiti piccoli alle prese con la battaglia per la vita (ovvero lo sbarramento del 4 per cento): la Destra di Storace e di Daniela Santanché e i socialisti di Boselli. Crespi, in una conversazione col Riformista, nega di essere il guru della Santanché: «Daniela è una donna di comunicazione. Certo che ci confrontiamo, parliamo ma non ha bisogno dei miei consigli. Vuole un giudizio sulla sua campagna elettorale? È spaventosamente brava: sta valorizzando al massimo la sua persona: donna, madre, imprenditrice di successo, che riesce a parlare sia ai manager che alle massaie. Va bene così e non deve fare cambiamenti. Sarebbero percepiti come una messa in scena».

Sui socialisti Crespi si nasconde dietro un classico «no comment». Ma la trattativa è in corso: il segretario dello Sdi Enrico Boselli avrebbe scartato altre due società di comunicazione e, intorno alla metà della prossima settimana, dovrebbe dare il via libera all’ex guru del Cavaliere. Il quale lascia intendere come imposterà la campagna dei socialisti: «Boselli è un uomo mite. E quando un uomo mite si incazza è difficile da contenere. Certo i socialisti stanno bassi nei sondaggi. Ma con i radicali che hanno edulcorato la loro presenza si apre uno spazio sulla laicità e sui diritti. E i socialisti potrebbero essere una sorpresa». E proprio sulla sorpresa Crespi è alla ricerca di una mossa a effetto: «Ci stiamo lavorando» dice.

Sui principali sfidanti Crespi, che una settimana fa si dichiarava un po’ deluso da Berlusconi, oggi si mostra invece un po’ deluso dal Pd: «La sintesi simbolica che ha prodotto il Pd è sbagliata. O meglio, è stata azzeccatissima fino all’accordo con Di Pietro. L’“andiamo da soli” era vincente: comunicava forza, discontinuità, coraggio, puntava sull’insoddisfazione diffusa. E infatti Veltroni in quel periodo ha recuperato cinque punti, facendo dimenticare Prodi che, sulla comunicazione più che sul governo, era un disastro: sembrava sfottesse la gente. Veltroni invece all’inizio le ha azzeccate tutte: il collegamento con la grande emozione americana, lo slogan “scegliete quale paese non quale partito”, il discorso di Spello. È stato un inizio spettacolare che ha stordito Berlusconi e ha riacceso una speranza». Poi, cosa è successo? «È arrivato il ma-anchismo: Di Pietro, i radicali. Si sono messi a litigare e nell’opinione pubblica tutto il lavoro fatto per settimane si è disperso in un momento. Mi spiego meglio: è finito un percorso emotivo e le discussioni hanno fatto rivivere, anche se magari solo per un attimo, i due anni di governo precedente. E simbolicamente è passato un altro messaggio: Veltroni ha cambiato abito ma i suoi sono gli stessi di prima. Questo è il dato di mood. Conseguenza: si è arrestato il grande recupero e ora il distacco con Berlusconi è tra gli otto e dieci punti, anche se mancano ancora 45 giorni». Un consiglio a Veltroni? «Far tacere il pollaio per sempre. La pluralità di voci, nel suo caso, porta a un calo di legittimazione. Ha fatto un lavoro stupendo e glielo hanno fottuto: usi il napalm».

E Berlusconi? «L’ho criticato perché è partito in ritardo e perché spot e manifesti non sono efficaci. Non comunicano un fatto nuovo e manca la sua faccia che è un marchio molte forte. Ma devo ammettere che poi si è mosso bene: ha detto no alla Destra, no a Ferrara, no all’Udc e riuscirà a vendere, rispetto a Veltroni, maggiore coerenza, convinzione e fermezza. E ha fatto bene anche ieri a dichiarare che rifarà il contratto con gli italiani: secondo i dati che ho, il suo elettorato è convinto che l’abbia rispettato e si identifica in quel modello». Un consiglio a Berlusconi? «Anche a lui, come a Veltroni serve una mossa a effetto perché tra un po’ l’opinione pubblica percepirà che i candidati non sono solo due Ma in generale meno fa, meglio è. Io sono un taoista: si può vincere senza combattere. O meglio, Berlusconi deve condurre la campagna elettorale combattendo poco e bene, senza strafare e puntando sulla credibilità».

E Bertinotti? «Ha sbagliato a togliere falce e martello perché in questo paese c’è uno spazio che si identifica con un post-comunismo democratico. L’arcobaleno non ha appeal. E Ferrando, che con la sua falce e martello può prendere l’1,5 per cento, può far male alla Cosa rossa. Al fondo c’è un problema identitario: Bertinotti ha governato e ora vuole presentarsi come antagonista». Chi vincerà? «Se dovessi scommettere oggi, scommetterei sulla vittoria di Berlusconi. Ma martedì che arrivano i nuovi sondaggi da Milano le saprò dire meglio…».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 1° marzo




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28 febbraio 2008

I salari di Walter e Fausto non piacciono a Cisl e Uil

La Sinistra arcobaleno critica il programma di Veltroni e pure il suo feeling con la Cgil. E Veltroni non perde occasione per attribuire alla sinistra-sinistra un’impostazione «conservatrice». Proprio il lavoro sembra essere uno dei principali temi di scontro di questa campagna elettorale. Ieri il leader Fausto Bertinotti ha lanciato, in alternativa all’idea veltroniana di salario minimo, la sua proposta (rivolta a una platea più estesa) di un «salario sociale per chi si iscrive al collocamento, precari e disoccupati». Ma che ne pensano i sindacati del programma del Pd per il welfare? Certo, dicono un po’ tutti, un conto sono i sindacati, un conto sono i partiti. Così come un po’ tutti, dentro Cgil, Cisl e Uil, sottolineano che non c’è niente di male a partecipare alla vita di un partito «da singoli militanti». E che se poi il partito in questione, il Pd, fa propri (come ha fatto) molti aspetti della piattaforma unitaria dei sindacali, aggiungono, è ancora meglio.

Ma se dai sindacati, con qualche “se” e “ma”, arriva un via libera alla linea del Pd, la proposta di salario minimo non piace a tutti. Dice Paolo Pirani, segretario confederale della Uil: «La proposta va capita meglio. Noi siamo contrari al salario per legge, per di più mensile. Si possono invece fissare dei limiti tabellari orari. Così come va ripreso il discorso sugli ammortizzatori sociali». E il resto del programma? «Sono giuste le linee di fondo: la riduzione della spesa, così come la priorità della crescita. Non è vero, infatti, come dice la sinistra radicale, che ridurre la spesa significa toccare il welfare: vanno tagliati i centri di costo che si sono moltiplicati in questi anni come agenzie, concorsi, comunità montane cresciute a fianco delle amministrazioni locali». Ma soprattutto a Pirani piace l’idea di potenziare la contrattazione di secondo livello: «Occorre passare dal sistema del 23 luglio centralizzato e finalizzato alla lotta all’inflazione a un sistema flessibile che favorisca lo scambio produttività-salari e incoraggi la contrattazione decentrata». Su un altro punto però Pirani muove una critica: «Nel programma manca la tassazione delle rendite finanziarie. E aggiungo: se il problema dei salari è centrale bisogna operare concretamente sulla loro detassazione». Nel programma è scritto che le parti sociali devono cambiare le loro regole sulla rappresentanza. Precisa Pirani: «Mi auguro che non ci sia nessun intervento legislativo e che il tema della rappresentanza sia rimesso alle parti. L’idea di Ichino di frammentarla aumenterebbe la conflittualità sociale».

Per il presidente dell’Ires Agostino Megale («porto un solo cappello, quello della Cgil, non del Pd» dice) invece il salario minimo è una buona idea: «Noto che i mille euro netti mensili sono lievemente sopra i minimi contrattuali. Il che significa che la proposta parla a quei milioni di lavoratori che non hanno né legge né contratto. Ed è positivo che si immagini su questo tema un percorso attraverso la concertazione». Ma il vero elemento di forza del programma, per Megale, è nelle proposte riguardanti a formazione: «Viene rilanciato l’apprendistato come nuovo strumento formativo e di stabilità. Può non piacere ai modernisti alla Ichino che ci possano essere soluzioni alternative al contratto unico e all’abolizione dell’articolo 18, ma la linea che è stata seguita è giusta: investire sulla formazione e incentivare il lavoro stabile. Significa che i precari devono costare alle imprese un euro in più del lavoro stabile».

Il giuslavorista Romano Benini, consulente del ministro del Lavoro Damiano, ha qualche perplessità sul salario minimo: «L’idea è giusta ma il programma del Pd non è preciso. Parla di salario minimo per i “collaboratori economicamente dipendenti”, ovvero per i parasubordinati di cui tanto si discute. Ma non comprende i contratti a termine e gli interinali che costituiscono il grosso dei lavoratori precari in Italia. La vera novità del programma è la formazione anche per i lavoratori disoccupati, fortemente voluta da Treu e Morando, che inserisce elementi della cosiddetta flexicurity».

Il segretario aggiunto della Cisl Pier Paolo Baretta afferma: «Il salario minimo garantito non mi convince, quello sociale di cui parla Bertinotti ancora meno. Il rischio è quello di non stimolare la ricerca del lavoro. Tra l’altro se si tratta di un salario d’accesso per chi ha un lavoro precario è difficile parlare di salario mensile. Andrebbe piuttosto articolato per ora». Ma Baretta è critico anche su altri due punti: «Manca la tassazione delle rendite. Ci hanno detto che avrebbe inciso sui redditi bassi. Ma si sarebbe potuto pensare a una soluzione graduale. E l’intervento sulle aliquote rischia di assorbire risorse. Bisogna invece concentrarci sulla priorità vera: le detrazioni al lavoro dipendente».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 28 febbraio




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26 febbraio 2008

Angius non recrimina e punta sulla rabbia

E ora i socialisti provano a cacciare la rabbia e l’orgoglio. La rabbia è ben sintetizzata dallo slogan sui primi manifesti: «Sono incazzato e voto socialista». L’orgoglio: mercoledì a Genova, proprio nel luogo in cui nacque, più di un secolo fa il partito socialista, Boselli aprirà la sua campagna elettorale nel segno di una tradizione che si rinnova. Gavino Angius, in una conversazione col Riformista, spiega: «La nostra incazzatura conta poco. Il punto è che viviamo in un paese incazzato: lo sono gli operai, i commercianti, un po’ tutti. A questa rabbia noi dobbiamo dare delle risposte politiche». La prima, per Angius, è proprio la corsa solitaria del Ps: «Ora è inutile recriminare. Andremo al voto col nostro nome, col nostro simbolo e col nostro programma». E precisa: «Ci è stato chiesto di entrare nelle liste del Pd non solo rinunciando al simbolo ma nella prospettiva di fare un partito assieme. A questa richiesta siamo stati noi a dire di no. Poi c’è stata una campagna che mi ha lasciato allibito sui presunti veti di Veltroni sugli ex ds. Chiedo: perché Veltroni non ha fatto con noi quello che ha fatto con Di Pietro? In quel caso avremmo detto di sì». Quanto poi alle trattative con la Sinistra arcobaleno e con l’Udc, ventilate da Veltroni, Angius taglia corto: «Non siamo andati a bussare a nessuna altra porta». Poi, ancora, l’orgoglio: «È offensivo dire che il voto ai socialisti non è utile. È un voto utile eccome. Soprattutto ora che stiamo passando dal bipolarismo coatto a un bipartitismo ugualmente coatto e finto. L’impressione è che l’esito delle elezioni sia segnato. Comunque il pensiero socialista è, in questo quadro, la frontiera più avanzata per modernizzare il paese».

I socialisti, per Angius, devono avere soprattutto un obiettivo: provare a rispondere a una crisi del paese che, a giudizio dell’ex ds, è assai acuta: «L’Italia è in declino. La sua distanza dagli altri paesi europei è aumentata. E si percepisce inquietudine e senso di smarrimento. La crisi è certo economica e sociale, ma è il paese è anche segnato da una profonda regressione culturale e civile: basti pensare ai poliziotti che entrano in un ospedale di Napoli o al tasso di violenza nelle scuole o tra le mura domestiche. O ancora a certi programmi televisivi del pomeriggio che creano per gli adolescenti modelli di comportamento sbagliati. Insomma, ci sono ovunque segni di imbarbarimento». Il programma del Ps, per Angius, parte da qui, con una priorità: «Il tema principale sono i salari. Il lavoro in Italia non è giustamente retribuito. Con un tasso di inflazione al 2,9 e un indice dei prezzi al 4,8 abbiamo un’erosione costante delle retribuzioni che ammontano alla metà rispetto a quelle dei paesi europei». Quali sono le proposte dei socialisti? «È ovvio, come dice Veltroni, che ci deve essere l’obiettivo della crescita. Ma da sola non basta: io per crescita non penso solo al Pil, ma anche ai suoi aspetti qualitativi. Servono misure di redistribuzione della ricchezza. E occorrono politiche pubbliche non dissimili da quelle tipiche delle forze socialdemocratiche europee. Voglio dire che le una tantum non bastano. Serve un nuovo ruolo del pubblico a partire dal consolidamento del capitale fisso del paese: porti, infrastrutture, autostrade». E, sul fronte delle relazioni sociali e industriali, dice Angius: «Il rinnovo dei contratti non può essere separato dalla produttività».

Altro tema su cui i socialisti daranno battaglia sarà, neanche a dirlo, la laicità. Afferma Angius: «Io, più che di laicità, parlerei di diritti civili: la legge sull’aborto va difesa, ma i diritti vanno anche estesi, con la legge sulle unioni civili e quella sulla fecondazione. Il punto è sempre lo stesso, e riguarda anche la questione della cosiddetta pillola del giorno dopo: come si declina in una moderna democrazia la libertà delle persone. Altro che deriva zapaterista. Noi rischiamo di essere una sorta di democrazia senza libertà. O in cui la libertà viene riservata alle imprese ma non ai cittadini. Siamo l’ultimo paese d’Europa su questo terreno. E aggiungo una considerazione che può sembrare paradossale: l’estremismo fondamentalista non è della chiesa, ma dei suoi esegeti laici e atei». E su Zapatero aggiunge: «La sua idea di socialismo dei diritti e dei cittadini è l’opposto di ciò che accade nel nostro paese: in Spagna i principi di libertà costituiscono il perno di una moderna cittadinanza. Da noi avviene l’opposto. Si chiami gay, immigrato, ma anche donna il diverso è meno libero. Qui sta la regressione del paese». Ecco perché, almeno per Angius, serve il partito socialista: «Dobbiamo coniugare i grandi obiettivi sociali come la piena e buona occupazione per tutti o quelle che si chiamavano le garanzie “dalla culla alla tomba” con la difesa dei diritti civili, a prescindere da sesso, religione, etnia: questo è il socialismo moderno».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 26 febbraio




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25 febbraio 2008

Quasi un fidanzamento tra Walter e Guglielmo

Domanda: «Scusi, signora è qui che ci si iscrive al Pd?». Risposta: «No, veramente qui ci si iscrive all’associazione “Una sinistra per il paese” che farà campagna per il Pd, ma non è proprio il Pd». È lo scambio di battute tra una militante e una ragazza che raccoglieva le adesioni all’associazione nata dalla costola di Sd che ha rotto con Mussi. Che però riassume il senso della «rete» che è stata presentata ieri con la benedizione di Veltroni e Epifani: una associazione, a detta dei promotori, che non aderisce direttamente al Pd, ma che per il Pd farà campagna elettorale ed esprimerà pure dei candidati, come il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi e Olga D’Antona. Un sorta di ponte pronto a dialogare con quella sinistra che il Pd l’ha scelto da tempo. E infatti Vincenzo Vita ha invitato gli ex sd a intraprendere un percorso comune. Prossimo appuntamento il 14 marzo: un’iniziativa su lavoro e politica promossa, questa volta, dall’area “A sinistra per il Pd” alla quale parteciperanno anche Nerozzi e Crucianelli: «È un fidanzamento politico, o quasi» dice Vita. L’operazione degli ex sd, dopo le elezioni, sarà soprattutto quella di costruire la gamba sinistra del Pd (a trazione Cgil). E, per l’occasione, potrebbe tornare utile lo storico network del correntone ds, “Aprile”, fino a poco tempo fa prestato da Crucianelli&Co alla causa di Mussi.

Ieri è stata soprattutto l’occasione per rendere pubblico il “fidanzamento politico” tra Veltroni e Epifani. Presente tutto lo stato maggiore della Cgil: dai segretari confederali Paolo Nerozzi, Nicoletta Rocchi, Carla Cantone, Fulvio Fammoni, a numerosi dirigenti di categoria, come Carlo Podda, Enrico Panini, al presidente dell’Inca Raffaele Minelli. Certo, il sindacato ha una sua autonomia e non dà indicazioni di voto. Certo, un partito non può far propria una piattaforma sindacale. Ma il confronto di ieri è stato qualcosa di più di un dibattito sui temi del lavoro. E se la Cgil accenderà i motori, lo farà per l’«amico Walter» che, con la sua corsa solitaria, ha rotto con quella sinistra-sinistra che con i sindacati ha incrociato le lame, e non poco, negli ultimi mesi.

Nerozzi, nel ruolo di gran cerimoniere, nell’intervento introduttivo ha fissato i temi che per la Cgil sono irrinunciabili: «Caro Walter, il “ma anche” è una cosa bella, dà il senso del limite. Per noi però la centralità del lavoro, la lotta alla precarietà, la sicurezza delle pensioni non sono degli “anche”. Ti chiedo: sono un perno della proposta del Pd? E lo stesso vale su formazione e scuola ai fini dell’integrazione sociale: diciamocelo, chi è figlio di un immigrato non ha gli accessi informatici di mio nipote». Veltroni prima non ha resistito alla mozione dei sentimenti: «La vostra scelta è appassionante, e in questa esperienza elettorale che sto facendo quello di oggi è uno dei momenti più belli. Al congresso dei Ds dissi che sarebbe venuto il giorno in cui ci saremmo rincontrati. Oggi è quel giorno». Praticamente musica per le orecchie di una sala che non aspettava altro. Poi è passato alla politica-politica. E dopo aver definito il referendum sul Protocollo «una prova di modernità e una pagina importante per la democrazia italiana», sulla precarietà ha risposto a Nerozzi: «Il primo tema che abbiamo al centro del nostro programma è la precarietà della vita degli esseri umani. Questa per me è un’ossessione civile. Chi accetta la flessibilità non può accettare la precarietà della vita. Per questo noi abbiamo già avanzato, ad esempio, la proposta del compenso minimo legale. Se avremo la possibilità, useremo la leva fiscale per favorire le imprese che assumono stabilmente rendendo meno appetibile il lavoro precario». E sulla scuola ha mostrato identità di vedute: «La scuola italiana è ancora una scuola di classe. Il talento, le capacità, la voglia di fare in questo paese non vengono premiati». Quindi il gran finale: dopo aver ribadito, in polemica con la Cosa rossa, che la crescita economica non metterà assolutamente in secondo piano l’impegno per l’equità ha suonato un’altra musica graditissima alla platea sindacale: «L’unico “ma anche” difficile da tenere è quello con la sinistra radicale».

Su queste premesse, il segretario della Cgil Epifani ha pronunciato, in sindacalese, il suo sì al Walter. Prima una sponda sul tema della crescita: «I programmi elettorali devono avere al centro alcuni assi e il primo è il rapporto tra lavoro e sviluppo. Veltroni ha messo lo sviluppo al primo punto e, nella tradizione della Cgil dal dopoguerra a oggi, lo sviluppo è sempre stato una questione essenziale». Poi il fisco: «Ho trovato nel documento e nelle frasi di Veltroni una parte che corrisponde alle posizioni del movimento sindacale». Da ultimo la precarietà: «Non ci potrà mai essere una forza progressista che non riparta dalla centralità e dalla dignità del lavoro». Fidanzamento fatto, “anche” con il grosso della Cgil.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di lunedì 25 febbraio




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22 febbraio 2008

Parte dalla Cgil una "rete" di sinistra nel Pd

Che il Partito democratico costituisse l’approdo di quella parte della Cgil legata a Sd (e anche di quella parte di Sd legata alla Cgil) lo si era capito da tempo: prima le polemiche sulla manifestazione dello scorso 20 ottobre, poi la non partecipazione agli Stati generali della Cosa rossa e, da ultimo, la presentazione di un documento dal titolo «Una sinistra per il paese» per sancire le distanze da Mussi. Domenica prossima, alla presenza di Veltroni e Epifani ci sarà il battesimo ufficiale con la nascita di una associazione (una «rete» dicono i promotori) per aderire al Pd. Ci saranno, tra gli altri Carla Cantone della Cgil, il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, gli ex sd Famiano Crucianelli e Olga D’Antona. L’obiettivo: coprire uno spazio, all’interno del Pd, anche dopo il 13 aprile. Uno dei principali king maker di questa iniziativa Paolo Nerozzi spiega al Riformista: «Ci interessa un confronto di merito col Pd sulle questioni del lavoro e dell’economia. Certo, aspettiamo il programma definitivo per un giudizio completo, ma dalle prime notizie emergono questioni interessanti, come la proposta di Veltroni sui salari». E la candidatura di Colaninno? «I vari Colaninno c’erano anche negli anni passati, mentre è apprezzabile, almeno a livello simbolico che nelle liste ci siano anche gli operai. Anche se, ovviamente, i simboli hanno sempre un valore limitato. Il problema è di merito: alcuni industriali hanno prodotto innovazione mentre altri come Marchionne non hanno applicato le leggi sulla sicurezza. A noi interessa questo tipo di confronto sui contenuti».

Quale è il fatto nuovo che determina la vostra adesione al Pd? «Non sono stato folgorato sulla via di Damasco. E non rinnego le motivazioni per cui aderii a Sd. La speranza, con la nascita di Sd, era di superare la teoria delle due sinistre e di unificare la componente radicale e quella riformista. Elenco quelli che erano e rimangono i nostri punti fermi: l’adesione al socialismo europeo, la rappresentanza del mondo del lavoro e il rapporto con i sindacati, la costruzione di una sinistra di governo. Ciò detto è evidente che sono cambiate molte cose nel Pd e nella Sinistra arcobaleno». Nel Pd cosa è cambiato? «Il Pd è l’unica forza in campo per tentare di governare il paese. Ha rimesso in moto un sistema politico bloccato facendo scelte chiare. Nei fatti si sta realizzando un processo che non si era prodotto attraverso il dibattito sulle leggi elettorali. E aggiungo: dinanzi ai cambiamenti che attraversano il paese chi milita in una grande organizzazione deve stare dove sono coloro che ha l’ambizione di rappresentare». E i contenuti? «Su quei temi che ho enunciato farò una mia battaglia. Sul lavoro, ad esempio, con l’idea di allargare i diritti e di avere un rapporto molto forte con tutti e tre i sindacati confederali che sono un decisivo elemento di coesione sociale del paese». Nel Pd c’è anche Ichino, che si è detto favorevole all’abolizione dell’articolo 18. Nerozzi accetta la sfida: «Ichino ha parlato di pari cittadinanza per le idee. La rivendico anche io per le mie. Sull’articolo 18 il dibattito si è chiuso con un referendum: perseverare sull’argomento è diabolico. E sul contratto unico sono d’accordo con Epifani: siamo contrari». Anche sulla laicità il Pd è cambiato? «In una grande forza politica ci sono più opinioni. E l’accordo con i radicali è proprio il segno del pluralismo delle opinioni. Per quanto riguarda tutto questo dibattito sulla 194 dico che per me è una splendida legge. E dovremmo tutti mettere un freno gli integralismi». Sul capitolo del socialismo europeo afferma Nerozzi: «È un filone fecondo che può dare ancora tanto. Si parla tanto di crisi del socialismo ed è anche vero. Ma non lo darei per morto. Basti vedere la Spagna dove dopo una lunga opposizione il Psoe di Zapatero è tornato a vincere. Il Pd deve avere un rapporto organico con il socialismo europeo». Ma l’argomento che Nerozzi sente più degli altri è quello che riguarda la cultura di governo: «Ho letto lo slogan della Sinistra arcobaleno: siamo di parte. Certo ognuno nella vita politica è di parte. Ma il punto è che non bisogna mai perdere di vista l’interesse generale, come ci insegna l’esperienza dei grandi partiti di massa in questo paese. Al contrario nella Sinistra arcobaleno sui temi dell’Europa, delle missioni di pace, del lavoro questo farsi carico dell’interesse generale non lo vedo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista del 22 febbraio




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20 febbraio 2008

Ora Boselli spera in Fassino e Rasmussen

A voler fotografare la situazione si potrebbe ricorrere a uno di quei detti cinesi per cui una guerra si può vincere anche senza combattere. I socialisti, infatti, alla vigilia di quella che si annuncia come la loro battaglia per la sopravvivenza sono immobili, ma ottimisti: un atteggiamento quasi filosofico. Eppure, questo stato di limbo non sembra essere destinato a durare a lungo. E il dialogo col Pd potrebbe tornare all’ordine del giorno fin da oggi. Riassumendo. Fallita, una settimana fa, l’ipotesi di apparentamento col partito di Veltroni (ognuno col suo simbolo), è scattato, in casa socialista, il grido di battaglia: «Correremo da soli con le nostre liste». Ma, ad oggi, le bandiere sembrano ammainate. Nell’ordine: la campagna elettorale, di fatto, non è ancora iniziata; di manifesti, in giro, si vedono solo quelli (di tre settimane fa) per il tesseramento; e pure il congresso è stato rimandato: «Non potevamo mica tenere mille dirigenti di partito per due giorni sotto un tendone in campagna elettorale» dice Nigra. Ma l’ipotesi di rinviarlo a ottobre (e non a dopo le elezioni) ha prodotto non pochi malumori all’interno del comitato promotore della Costituente. A ciò si aggiunga che neppure il candidato premier è stato ancora indicato. L’idea di puntare su Pia Locatelli è stata bloccata sul nascere, così come il nome del segretario della Uil Luigi Angeletti è circolato solo sulle agenzie. E il candidato naturale, Boselli, tace, almeno finché c’è uno spiraglio col Pd. E se Bobo Craxi la mette giù in termini poetici, «è la quiete prima della tempesta», il quadro sembra essere assai meno fermo di come appare. E i socialisti cercheranno di evitare la tempesta col Pd fino alla fine.

Se non con Veltroni direttamente, in questi ultimi tempi Boselli ha mantenuto un filo di dialogo con Prodi, Parisi e Fassino, tra i più favorevoli, nel Pd, a un accordo con i socialisti. Soprattutto Fassino, il quale due giorni fa lanciava un amo: «È così impossibile che dopo le elezioni la costituente non possa far parte del Pd?». Lo stesso Boselli, nel fissare il limite massimo di rischio, ha ripetuto ai sui nei giorni scorsi: fuori dal Parlamento non esistiamo, e scompariamo nell’arco di un anno. L’idea che circola, in casa socialista, sarebbe quella di accettare, come soluzione estrema, una presenza nelle liste del Pd, senza che questo implichi uno scioglimento del partito. Ieri, al quartier generale di San Lorenzo in Lucina, la parola d’ordine era: fallito l’accordo con i radicali si ricomincia a discutere, dal punto in cui si era rimasti. E la trattativa la conduce lo Sdi, più che la Costituente, all’interno della quale i favorevoli alla corsa solitaria sono molti, da Turci a De Michelis. Veltroni aveva offerto sette posti allo Sdi manifestando la sua contrarietà agli ex ds (criterio poi richiesto anche a Di Pietro) e ai socialisti non dello Sdi (come De Michelis). Boselli aveva detto di no, rilanciando sulla presenza del suo simbolo sulla scheda. Ma ora lo scenario potrebbe avvicinare le parti. Il pressing veltroniano tra i socialisti che hanno consenso sul territorio (da Schietroma a Crema, da Di Gioia a Nencini) è una leva particolarmente sensibile per Boselli. E Veltroni tra l’altro, in questa fase, avrebbe tutto l’interesse, dicono al Ps, ad acquistare il marchio del Pse, il cui copyright nelle mani dei socialisti potrebbe portargli qualche problema in Europa. Un argomento, questo, cui Fassino è particolarmente sensibile. Dice Bobo Craxi: «Come spiega Veltroni al Pse l’esclusione dei socialisti? Mi hanno raccontato che il boureau della Internazionale socialista è stato imbarazzante. È chiaro che il Pse non entra nel merito delle vicende nazionali, ma abbiamo ottenuto solidarietà e abbiamo constatato che l’atteggiamento del Pd provoca imbarazzo. Comunque alla nostra campagna elettorale verrà il presidente dell’Internazionale Papandreou». Quindi col Pd i socialisti vogliono dialogare ancora. Precisa Craxi: «Non ci stiamo comportando come amanti traditi come dice Turci, ma ricerchiamo le intese che sarebbero naturali. C’è ancora tempo. Quindici giorni in politica sono un’eternità». E sul Pse Pia Locatelli afferma: «Ho parlato personalmente con Martin Schultz, il quale mi ha confermato che sosterrà in campagna elettorale i partiti che fanno parte del Pse e del gruppo socialista al Parlamento europeo. Intini aveva spiegato nella riunione di presidenza del Pse la situazione italiana, definendola paradossale. E ha chiesto al presidente del Pse, Poul Rasmussen, di prendere un’iniziativa per superare questa quadro che risulta incomprensibile in Europa». Tra Rasmussen e Fassino, Boselli da oggi prova a riaprire la trattativa con Veltroni.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 20 febbraio




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15 febbraio 2008

Caro Ichino, nel contratto unico c'è l'inganno

«Sulla flessibilità vorrei dire delle cose a Ichino e a Treu». Che cosa? «Il lavoro parasubordinato continua a essere la vera anomalia italiana rispetto all’Europa». E ancora: «La sinistra deve affrontare le problematiche che il Protocollo sul welfare non ha affatto risolto in maniera soddisfacente». Per Piergiovanni Alleva, docente di Diritto del Lavoro nonché estensore di una proposta di legge firmata dai parlamentari della Cosa rossa, che aveva l’ambizione di riordinare l’intera normativa in materia di mercato del lavoro, il bilancio del governo Prodi in materia è negativo, e non poco. Capitolo lavoro interinale: «È stato fatto poco e niente con la conseguenza che anch’esso è diventato veicolo di sfruttamento. Un esempio? Quando con la scorsa Finanziaria i Comuni dovevano stabilizzare i precari hanno aggirato l’ostacolo usando il lavoro interinale. E i precari non si sa che fine abbiano fatto». Capitolo contratto a termine: «Anche qui è stato fatto poco tranne l’inserimento del limite di 36 mesi e l’introduzione del diritto di precedenza solo nel caso di assunzioni a tempo indeterminato, o per il lavoro stagionale in senso proprio. È poco perché i contratti a termine costituiscono il cuore del problema del precariato. Ed è qui che andava condotta la battaglia più grossa. Il contratto a termine, diversamente da quello a progetto, dà diritti (ferie, malattia, tfr) ma dà anche precarietà lavorativa ed esistenziale: per il lavoratore si realizza una condizione di inferiorità sociale, per il datore di lavoro una condizione di potere. Ciò premesso, dove si doveva aprire la battaglia? Su una norma che facesse venire meno questa inferiorità ovvero sul diritto di precedenza, che non costa niente ma ha un grande valore: garantire a chi ha già avuto il contratto di essere preferito nel nuovo significa toglierlo proprio da uno stato di soggezione psicologica. È una di quelle cose che dovrebbero distinguere la sinistra dalla destra». Capitolo esternalizzazioni dei rami d’azienda: «Su questo non si è fatto davvero nulla. Prima della Maroni, esisteva una norma di tutela dei lavoratori quando un’impresa veniva venduta: l’articolo 2112 del codice civile stabilisce che la vendita o l’affitto di una azienda o di un suo ramo comporta un trasferimento automatico dei contratti. Che cosa è successo con la Maroni? La Maroni dice, testualmente, che questa regola vale anche quando il ramo venduto è quello individuato al momento della cessione e non preesistente. Tradotto: decido io cosa cedo al momento e in tal modo aggiro l’ostacolo. La conseguenza è che l’imprenditore può esternalizzare quello che vuole. Quindi il lavoratore passa all’acquirente e trova le condizioni di lavoro della nuova azienda. Se si tratta di una piccola azienda, ad esempio, non vale l’articolo 18. Il trucco più usato è la vendita a se stessi: il datore fa una società, le cede un reparto, stipula un contratto d’appalto e i lavoratori si ritrovano in un’impresa più piccola e con meno diritti. Per il lavoratore sembra che non sia cambiato nulla, ma sue le condizioni si sono precarizzate. È questa la vera colpa della legge Biagi e del centrosinistra che non vi ha messo mano».

Per Alleva, quindi, la legislatura si è chiusa male. E, su tutte, è rimasta inalterata quella che a suo giudizio è la vera anomalia di questo paese: il lavoro parasubordinato. Spiega Alleva: «Alcune fratture partono da Treu con il lavoro interinale. Ma è la legge Maroni che ha sistematizzato la precarietà e l’ha resa senso comune. Il 70 per cento dei contratti a progetto sono illegittimi. Vengono addirittura applicati ai commessi dei negozi o ai lavoratori dei call center…». In questo quadro, per Alleva, finora si è seguita una direzione sbagliata: «Il centrosinistra non ha toccato la legge Maroni. La filosofia di Treu è stata quella della lunga marcia, ovvero aumentare i costi del lavoro parasubordinato fino a renderlo non conveniente introducendo un po’ più di contributi, un po’ più di previdenza, un po’ di garanzie miniaturizzate. Ma resta il fatto che questo lavoro, rimanendo precario, è senza garanzie. Sarebbe servita almeno più trasparenza nei dati sulla forza lavoro occupata: quanti sono i lavoratori precari e quelli subordinati della azienda del signor Rossi? Se il rapporto è 15 a 10 è un’azienda che produce precariato. E sarebbe servita anche più efficacia nei procedimenti giudiziari a favore dei parasubordinati. Una causa, ad esempio, non può durare due anni».

Ora, per il giuslavorista rosso, la situazione rischia di peggiorare: «Vedo che Ichino sta diventando il maitre a penser di Veltroni. Mentre Treu seguiva la filosofia dei piccoli passi con Ichino si cambia paradigma. Dove è l’insidia nella proposta di contratto unico? Apparentemente si dice che si vuole superare la parasubordinazione e si reintroduce il concetto di stabilità. Ma l’inganno sta nel fatto che questa stabilità è “progressiva”: pare che solo dopo tre anni si acquisisce l’articolo 18 e si diventa stabili davvero, e neanche in tutte le imprese». Alleva avanza una controproposta: «Azzardo a dire a Ichino: se diamo a tutti l’articolo 18 subito possiamo arrivare a portare a otto mesi il periodo di prova, che oggi è di sei mesi. Tre anni creano infatti un circolo vizioso assunzione-licenziameto. Mentre otto mesi bastano a provare un lavoratore anche di altissima qualifica. Cioè dico a Ichino: accetto il tuo terreno, ma i limiti del periodo di prova devono essere tali da non rendere conveniente alle aziende di utilizzare il lavoratore fino alla soglia della stabilità e poi liberarsene». Alleva insiste su quello che a suo giudizio diventerà un tema di scontro col Pd: «Quello di Ichino e del Pd è un attacco insidioso perché usa la parola subordinazione e non parasubordinazione. Ma il “tardi” della stabilità che ha in mente Ichino rischia di diventare “mai”».

Per Alleva le insidie per i diritti dei lavoratori vengono anche da come si sta sviluppando il confronto sulla riforma dei contratti: «Il punto è che bisogna difendere il contratto nazionale. Vedo che si sta cedendo sulla contrattazione aziendale che riguarda davvero una minoranza del mondo del lavoro. Cito un dato: il 52 per cento dei lavoratori lavorano in aziende con meno di 15 dipendenti dove non ci sono le Rsa ed è quindi impossibile un contratto aziendale. Ecco perché possono esistere sistemi di sostegno alla contrattazione aziendale solo dove esistono leggi sulla rappresentanza». Ad Alleva non piace nemmeno la proposta di Veltroni di un salario minimo: «Lo smig, ovvero il salario minimo intercategoriale, insidia la contrattazione nazionale e, quindi, anche il ruolo del sindacato. Basta vedere il caso francese o il caso americano. Il combinato disposto contrattazione aziendale e salario minimo rischia di diventare la campana a morto per il sindacato».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 15 febbraio




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13 febbraio 2008

Dopo Walter, Fausto spegne le tentazioni socialiste

I socialisti provano a rimettere assieme i cocci. Poi, per il resto, si vedrà. Si è svolta ieri la riunione dello stato maggiore della Costituente socialista per valutare il da farsi dopo l’incontro con Veltroni, che ha chiuso ogni possibilità, se mai ce ne fosse stata una, di un’alleanza col Pd. E la parola d’ordine per tentare di serrare le fila è stata: «Ci presenteremo sia alla Camera che al Senato con le nostre liste e col nostro simbolo». Il che però non significa, quantomeno nelle intenzioni: andremo da soli. Significa che i socialisti presenteranno le proprie liste e il proprio simbolo, ma, al tempo stesso, proveranno a sondare sentieri inesplorati.

Con quelli esplorati fin qui non è andata bene, anzi, è andata peggio di ogni possibile immaginazione. Col Pd, in primo luogo. Verso il quale ieri i socialisti hanno scaricato tutta la loro rabbia. Al termine di un vertice di tre ore piuttosto teso, è stata diramata una nota in cui la questione Pd, è stata (definitivamente) archiviata: «Chiedendo al Ps di entrare nelle liste del Pd, con la conseguente cancellazione del Partito socialista, si è chiuso il confronto. Nell’incontro non c’è stata alcuna discussione, di alcun genere, sui contenuti programmatici. È stata posta invece una pregiudiziale politica inspiegabile». Se Veltroni non ci vuole, dicono i socialisti, allora per noi saranno mani libere, e a tutto campo: «Queste scelte sono destinate ad avere profonde ripercussioni su tutto il sistema politico italiano e a produrre instabilità nelle Regioni, nelle Province, e nei Comuni». Ma se il capitolo Pd è definitivamente chiuso non sembra all’ordine del giorno nemmeno un’alleanza con i radicali, altro antico amore. Vale lo stesso ragionamento fatto a Veltroni: Boselli non vuole rinunciare al nome e al simbolo del nascituro partito. Ma c’è anche dell’altro: dopo la vicenda della Rosa nel pugno, da entrambe le parti arrivano segnali di freddezza: «Mi sembra che i radicali abbiano preso un’altra strada», ha detto ieri Boselli che pur non ha chiuso le porte alle forze, laiche, liberali e riformiste.

E allora: che fare? «Se ci vogliono morti, allora siamo pronti a tutto»: un grido di guerra che paradossalmente ha avuto un effetto liberatorio (qualcuno ha anche riso), e che comunque sembra la migliore sintesi di quello che molti, nella Costituente, pensano. Visto che i vecchi amori danno tante delusioni, si è chiesto qualcuno, non sarà il caso di cercarne di nuovi? Proprio nel giorno del lutto e dell’orgoglio, la discussione si è concentrata sulla tentazione di un’alleanza con Bertinotti. In un sondaggio sul sito dello Sdi sono favorevoli all’ipotesi un quarto dei votanti e pure tra i dirigenti se ne parla apertamente. Certo, le ferite bruciano, qualche speranziella di riaprire il discorso con il loft c’è ancora, e quindi, prima di lanciare segnali a Fausto, occorre cautela: «Tanto più che i due, Veltroni e Bertinotti, hanno una intesa di fondo», dicono i più prudenti. Ma la sensazione è che, in casa socialista, in molti abbiano fatto proprio lo schema che Rino Formica ha esposto ieri su questo giornale. Dice Nigra: «Fino a ieri abbiamo privilegiato un accordo sui contenuti. Ma Veltroni, evidentemente non vuole parlare di programmi. Vuole distruggere ciò che sta a sinistra del Pd, sia esso laico, riformista o radicale. Quindi da oggi si apre una nuova fase. Non si parla più di programmi ma di come evolverà il sistema politico. Il tema è l’esistenza della sinistra in questo paese. E dobbiamo ricercare un’alleanza tra tutte le forze a sinistra del Pd. È altrettanto chiaro che bisogna capire se nella Cosa rossa c’è la volontà di competere col Pd sul terreno di una sinistra di governo, oppure no». Una posizione questa ieri sposata apertamente dagli ex ds. Afferma Grillini: «In questi casi vale il primum vivere. Dal punto di vista politico va messo in discussione il bipartitismo autoritario di Veltroni. Questo, al momento, conta più dei programmi. Quindi dobbiamo essere pronti al confronto con chi, nella sinistra, è disponibile». Qualcuno disponibile sembra esserlo. Villone e Barra di Sd, ad esempio, affermano: «Chiediamo a tutte le altre forze della Sinistra arcobaleno di porre attenzione alle parole di Formica, e di esperire ogni tentativo utile a costruire un percorso comune. Chiediamo anche ai compagni socialisti che manifestano perplessità di superarle. Vale per l’immediato ma anche per il dopo voto». E Fausto? Ieri sembra aver chiuso il dibattito: «Quello tra la Sinistra arcobaleno e i socialisti è un capitolo che non è mai stato aperto». E ha aggiunto: «Rispetto molto la scelta dei socialisti, ma esistono differenze programmatiche rilevanti». Il colpo di fulmine non c’è stato: per adesso i socialisti ballano davvero da soli.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 13 febbraio




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12 febbraio 2008

Formica vuole allearsi con Fausto

Dopo l’incontro di ieri tra Veltroni e i socialisti i margini per un accordo, se mai ci sono stati, non ci sono più. E oggi lo stato maggiore del Ps si riunirà per decidere se tentare la corsa solitaria oppure cercare un accordo con la Cosa rossa: da Sd, o almeno da una parte di Sd, arrivano segnali di interesse. Ma anche tra i socialisti l’idea non è più un tabù. Per Rino Formica, anzi, la via di un’intesa elettorale con Bertinotti è addirittura obbligata. E al Riformista spiega: «Il Pd nasce da una premessa giusta: unire i riformismi. Ma le dà un seguito sbagliato: la sinistra non vince perché non ha i colori del centro e quindi Veltroni vuole distruggere tutto ciò che a sinistra del centro». Di questo disegno farebbe parte anche l’ultima offerta fatta ai socialisti di entrare nelle liste del Pd. Dice Formica: «Lo schiaffo del loft? Il loft, in Inghilterra, è la canteria della chiesa dove il coro dei cantori intona l’inno della salvezza. Nel loft veltroniano invece i socialisti non hanno trovato il coro della salvezza ma un commissario di pubblica sicurezza con l’ordine di sciogliere la radunata sediziosa». Formica non cela il suo disappunto neppure verso i suoi compagni di partito che l’intesa con Veltroni l’hanno cercata, eccome: «L’ingenuità nella vita fa tenerezza, ma in politica è uno strazio. Venti giorni fa alla Camera Veltroni è stato accusato di voler fagocitare i piccoli partiti e il giorno dopo ci si è presentati dal fagocitatore dicendogli: perché non facciamo un programma assieme?». E aggiunge: «Ora, dopo l’editto Bettini-Veltroni, i socialisti sono costretti a rialzare la bandiera che avevano abbassato a mezz’asta perché portavano il lutto di Prodi. Ma lasciamo stare le responsabilità pregresse: il rallentamento del percorso della Costituente, il rinvio di un chiarimento con Prodi, il comportamento difensivo durante il governo Marini, la poco edificante attesa di un atto di clemenza da parte di Veltroni».

Guardando al futuro, per Formica, i socialisti sono a un bivio: «Come si risponde alla protervia dei repressori? Si può affrontare eroicamente lo sterminatore con l’impianto generoso e suicida della cavalleria polacca contro i panzer tedeschi oppure organizzare la guerriglia». Fuor di metafora? «Poiché i socialisti da soli hanno oggettivamente difficoltà a superare gli sbarramenti, sia alla Camera che al Senato, il partito è a rischio di estinzione». Quindi, per Formica, si tratta di organizzare la guerriglia. «La scelta obbligata è fare un appello a tutte le forze laiche, socialiste, radicali perché stringano con la sinistra disponibile un patto tecnico di alleanza, ognuno con il suo simbolo, così come richiesto dagli stringati vincoli della legge elettorale. Io alle elezioni voterò il simbolo del Ps comunque, anche se dovesse presentarsi in forma solitaria. Ma credo che un’alleanza con la Cosa rossa vada fatta. È uno stato di necessità: si tratta, insito, di scegliere tra una morte eroica e la guerriglia. I partigiani, nel fare la resistenza, la facevano con chi ci stava. Mica guardavano tanto per il sottile se uno era comunista o monarchico». Per Formica le divergenze programmatiche tra Ps e Cosa rossa, che pure ci sono, sono secondarie in questo momento: «All’ordine del giorno non c’è la semplice elezione di un governo, ma il mutamento del sistema politico. Si sta realizzando nei fatti il disegno dei referendari: il passaggio dalla democrazia organizzata a quella disorganizzata. Con la conseguenza che stiamo abbandonando il modello europeo a favore di un modello non americano, ma sudamericano: partiti deboli, leader carismatici, forti lobby esterne. Ovviamente in salsa italiana. Quando i partiti erano forti c’era il Caf. Ora c’è il “Bevemo”, una scritta presente a Roma sul frontespizio di molte cantine. Buona anche per sintetizzare il patto Berlusconi-Veltroni-Montezemolo…». Prosegue Formica: «L’intesa con la sinistra attiene alla necessità di stoppare questo patto scellerato Berlusconi-Veltroni. In fondo nel ’53 Corbino e un gruppo di liberali giocarono con la sinistra per far saltare la legge truffa, e ci riuscirono». E aggiunge: «Non so se la campagna elettorale sarà giocata con toni accesi o al lume di candela al suono di un walzer come vuole Veltroni, ma so che nelle urne gli elettori voteranno come se fossero in un congresso di partito, visto che i congressi non si sono celebrati. E i nostri voteranno contro il dispotismo di chi ha fallito con il bipolarismo di coalizione e ci riprova con il bipartitismo serraglio». Formica pensa che l’intesa con Fausto vada ricercata anche in vista del “dopo”: «Se i socialisti e la sinistra non sbaglieranno una mossa in questa fase potranno parlare al paese dopo il 13 aprile con il titolo prezioso della moralità politica». E Bertinotti? «Una volta ci fece sperare parlando della necessità di una Bad Godesberg in Italia. Ora la sconfitta elettorale potrebbe riproporre il tema. Se il socialismo rinascerà, rinascerà dalle rovine del Pd e dal revisionismo nella Cosa rossa».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 12 febbraio




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9 febbraio 2008

Napolitano esprime le sue perplessità sull'election day

Niente election day. O almeno così sembra. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che già nutriva più di una perplessità sul decreto legge per indirlo, mette un punto fermo in una giornata ancora segnata da polemiche e chiarisce: «La emanazione di un decreto-legge in questo periodo presuppone ragioni di straordinaria urgenza riconosciute da un largo arco di forze parlamentari». Visto che i partiti di centrodestra avevano già manifestato la loro contrarietà, l’esito a questo punto appare scontato. L’occasione colta dal capo dello Stato per esternare il suo pensiero in materia è stata la lettera, inviatagli da Cossiga, in cui il l’ex presidente lo invitava a non firmare il decreto perché criticabile sotto diversi aspetti. Uno è politico. Dice Cossiga al Riformista: «È inopportuno dal momento che chiedere all’elettore di votare su più di due schede ingenera confusione». L’altro è giuridico: «Non è legittima l’adozione di questo provvedimento provvisorio con forza di legge da parte di un governo dimissionario perché battuto in Parlamento. Il governo Prodi è in carica per il solo disbrigo degli affari correnti e tra gli affari correnti si può comprendere certamente anche l’emanazione di questo decreto-legge. Ma, a costituzione vigente, ci servirebbe l’accordo con le altre forze politiche, salvo in caso di guerra, di catastrofi naturali o di terrorismo». Nell’appellarsi al capo dello Stato affinché si opponga all’emanazione del decreto, Cossiga non cela la propria ironia sul fatto che l’election day diminuirebbe le spese elettorali: «Se penso agli Stati Uniti dico che sono proprio un luogo abbietto. Quanti denari sprecano per la democrazia, e per fare le primarie. Meglio il nostro porcellum…». E sempre sul filo dell’ironia fornisce la sua soluzione: «Aspettiamo il 17 febbraio, quando i nostri militari in Kosovo sapranno su chi devono sparare: cosa che ad oggi non sanno. A quel punto il nostro paese sarebbe in guerra e si potrebbe fare una legge per prolungare la legislatura, come previsto dalla Costituzione». Di tutt’altro parere il costituzionalista Augusto Barbera che spiega: «La nostra Costituzione accetta, in tema di elezioni, entrambe le soluzioni: sia quella dell’abbinamento tra le politiche e le amministrative, sia quella dei due appuntamenti elettorali da svolgersi in momenti distinti. Personalmente sono favorevole all’abbinamento perché consente, ad esempio, di risparmiare sui costi: ma questa è una valutazione politica, e non costituzionale. Ha a che vedere con la razionalità, come l’obiezione di Cossiga che sostiene che cinque schede possono confondere l’elettore. Il punto vero però è un altro. Per passare al Senato, dove non c’è maggioranza, il decreto deve essere votato almeno da una parte dell’opposizione. Quindi con l’opposizione, o con una sua parte, serve una forma di accordo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 9 febbraio




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9 febbraio 2008

Contro Walter scende in campo Cipputi

Se non ci fosse Cipputi le cronache della Cosa rossa oscillerebbero tra i tanti se e i tanti ma sul simbolo e le prime tensioni sulle liste dove si annunciano note dolenti, anzi dolentissime. Ma mentre Fausto prepara la sua discesa in campo mediatica in una serie di round televisivi la prossima settimana, per ora ci pensa Cipputi ad aprire, di fatto, la campagna elettorale della Cosa rossa. E, neanche a dirlo, lo farà a Torino, città simbolo del lavoro industriale, non solo nel passato. In un luogo diventato anch’esso simbolo delle tragedie legate al lavoro industriale: quegli stabilimenti della ThyssenKrupp dove morirono arsi vivi sette operai lo scorso dicembre. Quella che si svolgerà oggi è la prima di una serie di assemblee di lavoratori organizzata da Rifondazione: «Sarà il più grande appuntamento operaio di quest’anno», dicono in via del Policlinico. Le prossime conferenze operaie, così si sarebbero chiamate una volta, si terranno in tutta Italia: a Milano (sul lavoro in Europa), a Roma (sul pubblico impiego), a Napoli (sulla nuova economia del Mezzogiorno), a Palermo (sul lavoro nel regno dell’illegalità). Con un unico obiettivo: far parlare Cipputi che, per Rifondazione non solo ha parlato poco negli ultimi tempi, ma è diventato pure invisibile, anche durante il governo di centrosinistra. «Invisibile»: è la parola che Giordano, e non solo lui, ripete in continuazione. E, ora che il suo partito si sente le mani libere, Cipputi vuole vederlo e anche farlo vedere. Quella che fu la classe operaia, è diventata, a giudizio di Rifondazione, quasi un’entità misteriosa per alcuni, vissuta dai più come sorpassata dai nuovi processi: flessibilità, liberismo, mercato. E non solo non ha più rappresentato un soggetto politico ma si è pure messa a votare tutti spiazzando la sinistra soprattutto nel Nord. E questo, per chi si dice orgogliosamente di sinistra, è inaccettabile. Ecco dunque che nella strategia di Rifondazione c’è tutto questo - la sconfitta storica di cui parla Bertinotti - ma anche altro. Alla vigilia di una nuova stagione di opposizione c’è soprattutto la volontà di provare a capire i nuovi operai, con l’ambizione di rappresentarli. Dice il responsabile Economia e lavoro di Rifondazione Maurizio Zipponi: «Vogliamo parlare di cosa significa essere operai oggi. Per noi quella parola va declinata in relazione alle grandi trasformazioni del lavoro. Gli operai di oggi sono anche i lavoratori dei call center o degli ipermercati, o anche una parte del popolo delle partite Iva. Il nostro obiettivo, nelle assemblee che promuoveremo, è parlare delle condizioni materiali del lavoro in Italia ed elaborare proposte politiche: a partire da un libro bianco sul mercato del lavoro».

Il timing, per Rifondazione, non poteva essere migliore: l’evento, pensato in un primo momento come uno degli appuntamenti che dovevano accompagnare e sollecitare dal basso la verifica di governo, acquista, dopo gli ultimi giorni, un significato tutto politico. E, dopo la separazione consensuale col Pd, fotografa due mondi che hanno davvero imboccato strade diverse: «Montezemolo si interessa al programma del Pd, la Sinistra riparte dalla Thyssen» titolava ieri Liberazione. Insomma, dicono a Rifondazione, qui c’è il lavoro, lì, inteso come Pd, c’è l’impresa. Sarà questo il terreno di sfida a Veltroni, preparato anche mediaticamente: «Resistiamo 365 giorni l’anno» è lo slogan della manifestazione di oggi. E anche nell’organizzazione si è scelto un taglio che è l’opposto del leaderismo: parleranno una quarantina tra precari, lavoratori dell’agricoltura, dell’edilizia, dei call center, badanti: gli «invisibili» di cui parla Giordano. Ci sarà pochissimo spazio per le voci istituzionali. Dice Zipponi: «Il Pd si dice equidistante tra lavoro e impresa. Significa che i due soggetti hanno la stessa forza e quindi non serve l’intervento redistributivo dello Stato, ad esempio. Noi invece stiamo dalla parte del lavoro. È un confine identitario ben preciso e noi, come sinistra arcobaleno, vogliamo partire dal lavoro per costruire il nuovo soggetto politico». E sulla Thyssen afferma: «Non è solo un luogo dove è si è verificata una tragedia isolata. È un simbolo visto che da gennaio ad oggi sono morti 110 lavoratori sul posto di lavoro. La realtà quotidiana ci dice che in questo paese ci sono due popoli e due Stati: uno fuori, uno dentro i cancelli delle fabbriche».

Il libro bianco che Rifondazione metterà sul tavolo di discussione della sinistra arcobaleno è il frutto di un lavoro di un anno e mezzo, cui hanno partecipato giuristi, avvocati e sindacalisti. Con l’obiettivo di fotografare la situazione del lavoro in Italia e offrire proposte su welfare, diritti, precarietà, democrazia sindacale. Dice Zipponi: «È una nostra idea di società “altra” rispetto a Confindustria. Ci abbiamo lavorato quando stavamo al governo e non riuscivamo a spostare diritti e ricchezza dalla parte dei lavoratori». Da oggi inizia la campagna elettorale e nella Cosa rossa parla Cipputi.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 9 febbraio




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8 febbraio 2008

Con un po' di mal di pancia Sd si affida a Fausto

Sd è appesa a un filo, anzi a un simbolo. Meglio ancora: a quattro simboletti. Nel senso che se la Cosa rossa correrà con l’arcobaleno senza i loghi dei quattro partiti della sinistra-sinistra, sia pur con un fortissimo mal di pancia, Sd seguirà compatta Mussi, e sosterrà la candidatura di Fausto Bertinotti. Altrimenti, se così non dovesse essere, ognuno si sentirà libero di seguire il proprio destino, o quasi. Perché quell’eventualità, dicono, sarebbe un vero e proprio cedimento su tutta la linea. Ma più dei simboletti è stata proprio la leadership di Bertinotti l’oggetto vero di una tesa (tesissima) direzione di Sd, dove non sono mancate critiche, anche aspre, a Mussi: reo, a giudizio di molti dei suoi, di aver ceduto su Fausto senza aver avuto garanzie in cambio.

Riassumendo. Alla vigilia dell’incontro tra i quattro segretari della Cosa rossa di martedì scorso, Mussi aveva ricevuto mandato dai suoi di spingere per un’alleanza di tutta la sinistra con Veltroni. E di accettare la candidatura di Bertinotti solo dopo aver verificato che non sussistevano le possibilità di costruire un «nuovo centrosinistra» tra Pd e Cosa rossa. E, in tal caso, solo dopo aver accertato che nel simbolo della Sinistra arcobaleno non ci fossero falci e martelli. Obiettivo: evitare che la Cosa rossa venga vissuta e percepita come una Rifondazione allargata. Alla riunione di martedì invece Mussi ha dato il via libera su Bertinotti senza portare a casa il simbolo. Se a ciò si aggiunge che Veltroni ha onorato fino in fondo il patto con Fausto per una separazione consensuale tra Pd e sinistra-sinistra senza dare sponda a Mussi, il malcontento della riunione di ieri era largamente prevedibile. In sostanza ha preso forma, per alcuni, lo scenario opposto rispetto a quello auspicato all’atto di nascita: quando si diceva che bisognava «superare la distinzione tra radicali e riformisti» o si sottolineava il saldo ancoraggio al socialismo europeo o si sosteneva che «il Pd non è un nemico ma un alleato», e si insisteva per unificare la sinistra, intesa però come sinistra di governo.

Titti Di Salvo, tra i dirigenti più critici nei giorni scorsi, prova a metterla in positivo: «Lavoreremo perché non ci siano due sinistre. Visto che, oltre tutto, il Pd si profila come un partito di centro, a noi spetta la costruzione di una sinistra unita, popolare e di governo. Spero che con Bertinotti ci sia una squadra che si impegni in tal senso». Fulvia Bandoli usa invece meno diplomazia: «Su Bertinotti non mi ha convinto il metodo di designazione che è stato poco democratico. E ritenevo che, per rappresentare tutte le culture politiche della sinistra, non fosse la figura migliore. Ciò premesso ora mi aspetto che Bertinotti lavori per la costruzione di una nuova sinistra e rimetta in campo le riflessioni sul socialismo del XXI secolo e sul superamento dei partiti esistenti che ha fatto qualche mese fa. Ecco perché il simbolo è importante: non può esprimere solo un cartello elettorale».

Ora Mussi, che nel tempo ha perso pezzi che condividevano questa idea di sinistra - prima i socialisti di Angius e Spini, poi i sindacalisti della Cgil - non può permettersi di perdere la partita del simbolo. È «ir-ri-nun-cia-bi-le», scandiscono gli ex ds, che lo hanno pure messo nero su bianco in un documento approvato all’unanimità. Dalla sua il leader di Sd ha un sondaggio che darebbe l’arcobaleno al dodici per cento; mentre con la presenza delle sigle dei partiti scenderebbe di ben quattro punti. Ma soprattutto può contare proprio sull’appoggio di Bertinotti, nonostante l’insofferenza di una buona parte del suo partito, e su un atteggiamento più morbido dello stesso Pdci. Cesare Salvi taglia corto: «Certo che nelle riunioni si discute e ci si confronta… Io credo che Bertinotti nella riflessione di una nuova sinistra stia più avanti di tutti e spero se la giochi bene in campagna elettorale spingendo nella direzione di un soggetto politico unitario della sinistra». In ogni caso, seppure a microfoni spenti, molti dentro Sd dicono che a Fausto era impossibile dire di no. E, forse, è davvero finita Sd, da qualunque parte la si veda. Chissà se quest’epilogo non fosse già scritto all’atto di nascita. Era il cinque maggio dell’anno scorso. C’era tanto rosso, in sala e sul palco. Ai militanti venivano distribuite copie di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, con un titolo a tutta pagina «La sinistra ha la sua grande occasione». E la colonna sonora era quella delle grandi occasioni: Bella ciao (in versione Modena City Ramblers) e l’Internazionale. Sullo sfondo, l’arcobaleno, sia pure iscritto nel simbolo di Sd, era ben visibile. Mancava solo Fausto.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 8 febbraio




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7 febbraio 2008

Walter non chiama. I socialisti walk alone

E ora i socialisti, seppur con più di un mal di pancia, si preparano ad andare da soli. Certo, se Veltroni accettasse un confronto programmatico e, soprattutto, un’alleanza politica la disponibilità a correre insieme ce l’avrebbero ancora, eccome. Ma a una condizione di cui Veltroni non vuole neanche sentir parlare: che accanto a quelli del Pd ci siano il simbolo e la lista del Ps. Da questo punto fermo i socialisti non sembrano affatto disposti ad arretrare. E in questa direzione lo stato maggiore del partito sta compiendo gli ultimi tentativi, anche se i margini sembrano assai stretti, viste le dichiarazioni di Veltroni che, ancora ieri, ha ribadito la volontà di una battaglia solitaria. E che ha fissato sì l’incontro con la Cosa rossa, ma con i socialisti non parla neanche tramite agenzie.

Comunque Boselli&Co non rinunciano a giocare le ultime carte, o almeno ci provano: ieri il segretario dello Sdi ha incontrato Prodi, e ha cercato una sponda, nel Pd, in quanti non sono affatto convinti della corsa solitaria del sindaco di Roma. Ma, soprattutto, hanno intenzione di chiedere a Rasmussen, di operare una moral suasion su Veltroni. Un mossa, questa, da fare con tutte le cautele del caso, anche perchè, dicono, potrebbe mettere in difficoltà il presidente del Pse.

Almeno un paletto però sembra ormai fissato: nessuno è disposto ad accettare l’ultima controfferta veltroniana di un pacchetto di posti all’interno delle liste del Pd. Quindi, ad oggi, non si tratta. Anzi, da parte socialista, si avverte un certo irrigidimento dopo che è saltato l’incontro tra Boselli e Veltroni previsto per i giorni scorsi. E non ci sono stati nemmeno contatti informali. In questa situazione di stallo, e poiché dal loft arrivano segnali tutt’altro che incoraggianti (ovvero nessun segnale), in casa socialista ieri si sono rotti gli indugi: «Non siamo disposti a rimanere in attesa di una telefonata. Noi non lo cerchiamo, se ci cerca Walter andiamo a vedere che cosa ci propone», hanno ripetuto, con accenti diversi, molti dirigenti del Ps.

Ma Walter non chiama. E, visto che non chiama, si preparano a correre da soli. A San Lorenzo in Lucina ieri è stato un via vai di dirigenti locali in un clima da campagna elettorale avviata. L’apertura, di fatto, avverrà sabato a Napoli con Angius, Boselli, Barbieri e Craxi. Gli slogan non sono ancora pronti ma, al quartier generale socialista, giurano che sarà condotta all’insegna di una strategia d’attacco. Verso Berlusconi, certo, ma anche, e soprattutto, verso Veltroni, in nome di una «sinistra vera». Tra le ipotesi che sono circolate ieri c’è anche una politica delle «mani libere» all’interno delle amministrazioni locali: «Se non c’è vincolo a Roma, non si capisce perché dobbiamo stare insieme nelle giunte», affermava più di un dirigente. Ma il momento dello scontro totale, se mai ci sarà, non è ancora arrivato. Anche se, già sabato a Napoli, gli oratori non si faranno mancare critiche e prese di distanza nei confronti della gestione Bassolino. E ieri si è deciso di accelerare i tempi del congresso fondativo del Ps che si terrà l’1 e 2 marzo a Roma.

Ma se in casa Sdi qualcuno aspetta ancora la telefonata di Veltroni, e ci spera fino alla fine, altri scelgono una linea più aggressiva. Dice Bobo Craxi: «Credo che sia la prima volta al mondo che un candidato premier rifiuti una lista a suo sostegno. Sono cose che non succedono neanche in Kenya. Comunque noi non andremo con il cappello in mano a bussare alla porta di Veltroni». E ancora: «Tutta questa discussione è viziata da tatticismo, politicismo e ostracismo. Una alleanza della sinistra riformista contro Berlusconi era naturale, dal momento che abbiamo governato assieme con lealtà. Aggiungo che le forze laiche hanno governato in coalizione con la Dc per quasi mezzo secolo e che nessuno, nella Dc, si è mai messo in testa di chiedere ai propri alleati di sciogliersi nel loro partito. Invece Veltroni vuole Di Pietro e non noi, così i voti dei socialisti vanno a Berlusconi e lui prova a uccidere il nostro gruppo dirigente un’altra volta. Spero che rifletta, anche perché si può ancora vincere. Comunque siamo pronti, prontissimi, ad andare da soli». In quest’ottica c’è già chi guarda ad un rafforzamento delle liste. Spini guarda a sinistra: «Mussi ha negoziato un accordo al ribasso con Bertinotti. Dobbiamo subito provare a costruire una lista all’insegna del socialismo europeo con chi, dentro Sd, non vuole andare nella Cosa rossa». Turci pensa invece a mettere insieme i laici «Serve un’alleanza tra tutte le forze laiche, compresi i radicali. Il che non significa rifare la Rosa nel pugno: dobbiamo mantenere come bussola il progetto socialista e non rinunciare al nostro simbolo».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 7 febbraio




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6 febbraio 2008

Boselli vuole il nuovo conio con Walter. E per farsi dire di sì vara il lodo Rasmussen

Et voilà: il nuovo conio della Costituente socialista si chiama Veltroni. Proprio così: Walter Veltroni, lo stesso Veltroni al quale i socialisti, da quando è stato eletto segretario del Pd, non le hanno certo mandate a dire, su tutto: «Ha già fallito come segretario dei Ds, lo stesso accadrà col Pd» ripetevano Boselli&Co nel presentarsi come alternativi a quello che chiamavano «compromesso storico bonsai». E ancora: Walter era considerato la mina principale per le sorti del governo Prodi. Tanto che in occasione della dichiarazione di voto alla Camera di dieci giorni fa il capogruppo Roberto Villetti la mise giù dura: «Il momento in cui questa crisi si è aperta non è stato quello delle dichiarazioni di Mastella alla Camera, ma a Orvieto dove Veltroni ha sepolto la maggioranza che fino a oggi ha sostenuto il governo».

E ora? Adesso che l’ombrello prodiano non c’è più, in casa socialista, piove a cielo aperto. E si corre ai ripari. In fondo, ci sono stati momenti della storia socialista in cui i rapporti con Veltroni erano buoni, anzi, ottimi: e allora, si può discutere, dicono i socialisti; o almeno si può tentare. Al quartier generale di San Lorenzo in Lucina ieri si sono svolte una serie di riunioni. Organizzative, a partire dal tema del congresso: previsto per l’inizio di aprile, le elezioni anticipate costringono a rimandarlo e a indire al suo posto una convention, all’inizio di marzo, di carattere elettorale. Ma soprattutto politiche, attorno all’ipotesi dell’accordo con il Pd. Contatti tra Boselli e Veltroni ci sono stati, eccome, nei giorni scorsi. E non è affatto un caso che i socialisti, a partire dal discorso di Angius al Senato, abbiano tenuto toni assai bassi nei confronti di quello che potrebbe tornare ad essere «l’amico Walter»: nessuna particolare polemica sulla laicità, e nessun attacco al Pd in questi ultimi tempi. Dunque: Boselli prova a trattare. E i sondaggi, sotto al quattro per cento, lo incoraggerebbero in tal senso. In attesa del faccia a faccia con Veltroni, previsto per ieri, e che dovrebbe svolgersi oggi, il leader socialista ha messo a punto la linea con il comitato promotore della Costituente. Formalmente la posizione è: noi presentiamo la nostra lista e il nostro simbolo e aspettiamo che Veltroni ci proponga un incontro. Ma il dietro le quinte il ragionamento è più articolato. E ruota attorno a una formula, usata da molti: il carattere «strategico» del rapporto col Pd. Boselli vorrebbe una micro-coalizione riformista con i democratici. A tal fine si presenterà al faccia a faccia con Veltroni con un programma che, visti i toni di qualche tempo fa, tutto è fuorché una dichiarazione di guerra. Certo, sul lavoro ci sarà la flexisecurity, e il richiamo al programma del Pse di Oporto. E ci sarà pure il «completamento» della legge Biagi. Ma non è da qui che passa l’accordo. È sulla laicità che i socialisti proporranno, proprio mentre Veltroni lavora per aprire la campagna elettorale con Zapatero, un accordo minimo: i Dico (nella versione Bindi-Pollastrini) e il testamento biologico (nella versione Ignazio Marino). Detta in altri termini: caro Walter, non puoi dire no.

E, per non farsi dire di no, ieri i socialisti hanno messo a punto pure il “lodo Rasmussen”: qualora Veltroni dovesse rifiutare il corteggiamento, Boselli&Co chiederebbero al presidente del Pse di convocare entrambi per chiarire perché partiti che sono vicini in Europa non possono essere alleati in Italia. Qui entra in campo la questione simbolo, che Boselli vorrebbe accanto a quello del Pd e di chi ci sta.

E Veltroni? Il segretario del Pd, ad oggi, non sembra intenzionato ad affiancare altri simboli a quello del suo partito. E, dicono al loft, una campagna elettorale con i socialisti sul tema della laicità rischia di diventare un boomerang. Dunque la controfferta veltroniana potrebbe essere quella di un gruzzolo di seggi tale da tutelare il gruppo Sdi all’interno delle liste del Pd, e niente più. Per Boselli accettare significherebbe sconfessare la linea seguita da un anno a questa parte: e, infatti, continua a ripetere, «il nostro simbolo sulla scheda comunque ci sarà». Ma altri dirigenti della Costituente temono che il segretario dello Sdi alla fine possa cedere alle lusinghe veltroniane. Dice De Michelis: «Un’unica lista col Pd? Decisamente no, altrimenti entravamo in quel partito. Comunque dico: gli elettori che vogliono essere socialisti devono sapere che ci sarà un simbolo socialista autonomo. Chi va con Veltroni non si porta dietro un voto e dubito anche che il segretario del Pd avrà molti posti da offrire». Afferma Turci: «Non è nemmeno pensabile che qualcuno di noi possa farsi ospitare all’interno del Pd. Abbiamo avviato la Costituente con un obiettivo ben più ambizioso».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 6 febbraio




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5 febbraio 2008

Mussi prova a mettere qualche paletto. Ma la Cosa rossa si prepara a correre da sola

Rifondazione tiene il punto. I Verdi assecondano il gioco. E pure Diliberto dovrebbe cedere sul capitolo falce e martello. Alla vigilia dell’incontro di oggi tra i segretari dei partiti per mettere a punto la road map elettorale della Cosa rossa la sinistra-sinistra fa di necessità virtù e si prepara alla corsa solitaria. Ma è dentro il movimento di Mussi che si registra qualche malcontento. Che comunque non sembra proprio preannunciare nessun cambio di rotta verso il Pd.

Nella direzione di ieri, il leader di Sd non ha messo in discussione il progetto di costruzione di una sinistra «unitaria e plurale», ma qualche paletto ha provato a fissarlo. Con la conseguenza che oggi quella dei segretari della Cosa rossa potrebbe non essere ancora la riunione decisiva per chiudere l’accordo. Il ragionamento fatto dalle parti di Sd suona più o meno in questi termini: l’Unione è finita, ma questo non significa che non ci sia la necessità, sia elettorale che politica, di un «nuovo centrosinistra». È quindi opportuno, prima di intraprendere la corsa solitaria, tentare un patto programmatico col Pd. I mussiani sottolineano come elemento di novità il fatto che Veltroni starebbe passando dalla formula dell’autosufficienza a quella dell’autonomia di programma. Quindi, dicono, deve essere il Pd a dirci di no, non noi a sottrarci. Afferma Titti Di Salvo: «Prima viene la politica, poi la questione della premiership. Come Sinistra arcobaleno dobbiamo porre al Pd l’esigenza di un nuovo centrosinistra».

La sensazione è che dietro la questione del «nuovo centrosinistra col Pd», formula usata ieri da tutto lo stato maggiore mussiano, e ribadita in un documento finale, si giochi una partita tutta interna alla Cosa rossa. Se l’assetto elettorale dovesse essere quello che ha preso forma in questi giorni, Mussi dall’operazione arcobaleno incasserebbe assai poco: sia il ticket Bertinotti-Francescato sia l’ipotesi di un simbolo che riproducesse, sotto quello unitario, le sigle dei quattro partiti fondatori sarebbero, se non proprio un fallimento, certo un colpo molto duro per un movimento nato con propositi più ambiziosi. E allora Mussi oggi proverà ad alzare la posta, ma senza far saltare il tavolo. Nonostante il pressing veltroniano su parte di Sd, Mussi però non sembra intenzionato a costruire un satellite del Pd, né da solo né con una lista insieme ai socialisti di Angius e Boselli: una delle tante ipotesi che in questi giorni circola come gradita al sindaco di Roma. E però, forte del corteggiamento democrat, Mussi vuole rilanciare sull’altro tavolo chiedendo a tutta la Cosa rossa di dialogare con Veltroni. E nel tentativo di parlare a nuora (nel senso di Walter) perché suocera (nel senso di Fausto) intenda, Mussi proverà a ottenere due risultati: far saltare il ticket e sostituirlo con una «squadra», e presentare la Cosa rossa come «una novità politica». Così nuova da impedire che, sotto l’arcobaleno, ci siano i simboletti. Su questo, dovrebbe essere tranquillo, visto che non li vuole neanche Bertinotti. E pure le resistenze dei comunisti doc non sembrano insormontabili: «Vediamo, stiamo discutendo di tutto» dice (possibilista) il capogruppo del Pdci Sgobio.

E Rifondazione? Per ora sta a guardare il prender forma di uno scenario a lungo voluto. Con Bertinotti in campo, lo schema è quello delle due sinistre: da un lato il Pd di Veltroni con qualche partito satellite, dall’altro Rifondazione con i suoi satelliti. L’unico che potrebbe farlo saltare, in teoria, è Veltroni, chiedendo un confronto programmatico. Ma la cosa appare assai difficile. E il Prc già scalda i motori per la campagna elettorale. Dice il capogruppo al Senato Russo Spena: «Veltroni continua a ribadire la sua volontà di andare da solo con un programma autonomo. Io non vedo margine alcuno per un confronto». E taglia corto sul resto: «Noi stiamo qui a parlare di ticket quando dovremmo già avere i manifesti in tipografia».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 5 febbraio




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1 febbraio 2008

Conversazione con Paolo Nerozzi (Cgil). "Ecco perché tifo Marini. E lascio Mussi"

Primo: la speranza che Marini riesca a dar vita a un governo istituzionale. Poi: l’impegno a lavorare per l’unità sindacale. E, in ultimo, l’addio alla Cosa rossa (e a Sd). Il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi, in una conversazione col Riformista, inizia lanciando un allarme: «Abbiamo di fronte una crisi sociale molto acuta e una situazione economica che può portare alla recessione: un quadro di fronte al quale non è azzardato parlare di emergenza. Se aggiungiamo il resto, dalla monnezza a Napoli alle dimissioni di Cuffaro, dalla Calabria allo spettacolo offerto al Senato, si vede chiaramente che la crisi è nello stesso tempo sociale, politica e istituzionale. E rischia di precipitare in una vera e propria crisi democratica». Quindi, forza Marini? «Marini dovrebbe essere sostenuto da chi ha a cuore l’interesse generale più degli interessi di parte. Segnalo che per la prima volta tutte le associazioni padronali e sindacali chiedono un governo per fronteggiare la crisi, mentre qualcuno, anche a sinistra, celebra il trionfo del suo presunto interesse particolare chiedendo le elezioni subito». Per Nerozzi il governo istituzionale dovrebbe avere due priorità: «Misure di redistribuzione a favore del lavoro dipendente e pensionati. E un quadro di regole condivise tra gli schieramenti, cioè una nuova legge elettorale. Per provare a risolvere l’emergenza ci vorrebbe un anno. Ma per pochi, improrogabili interventi, bastano tre mesi». Ma aggiunge: «Certo, un anno significherebbe fare la Finanziaria e rinnovare i contratti. Ho visto che Montezemolo ci invita al dialogo per il rinnovo del modello contrattuale. È un fatto positivo che in questo quadro le forze sociali dialoghino, dobbiamo continuare a dare segni di unità in un paese così diviso. Ma per parlare di contratti ci vuole un governo in carica».

Nerozzi insiste sul ruolo di Cgil, Cisl e Uil: «L’unità sindacale è importante non solo in questa fase di transizione, ma anche per il futuro. Noi dobbiamo rafforzare i legami unitari tra le confederazioni. Questo è il messaggio che ci è venuto dal referendum sul Protocollo. Non mi spingo a parlare di sindacato unico, ma unitario e plurale sì». Per Nerozzi questo vale a prescindere dai governi: «La storia del governo amico non esiste. Tant’è che avevamo promosso uno sciopero per il 15 febbraio. Ora, non essendoci un governo, lo sostituiremo con iniziative di massa perché la nostra piattaforma sul fisco rimane inalterata. Così come rimane inalterata la nostra ambizione di parlare al paese. E aggiungo: di rispondere alla rabbia e alla solitudine del lavoro, aggravate dal fatto che coloro che in questi anni hanno teorizzato che il problema per lo sviluppo era il costo del lavoro ora scoprono la questione salariale, siano essi partiti o Governatori». Poi un monito: «Voglio vedere che fine faranno nelle commissioni quei provvedimenti sulla sicurezza dei lavoratori, che possono essere approvati anche in questo momento».

Ma è alla sinistra e, soprattutto alla Cosa rossa, che Nerozzi vuole parlare: «Si è chiusa la fase politica iniziata col ’92 segnata da un bipolarismo coatto, leaderismo, politica debole dal lato delle decisioni ma invadente nelle Asl. Occorre una democrazia che possa decidere. Per questo è importante il tema della legge elettorale». E la sinistra? «Parlo per me: ho nutrito una speranza e ho subito una sconfitta. Ne prendo atto. La speranza, con la nascita di Sd, era di superare la teoria delle due sinistre e di unificare la componente radicale e quella riformista. Elenco i nostri punti di riferimento al congresso dei Ds: adesione al socialismo europeo, rappresentanza del mondo del lavoro e rapporto con i sindacati, costruzione di una sinistra di governo, riforma della politica». E ora? «Quei quattro punti, in Sd e nella Cosa rossa non ci sono più. Mussi ha scelto l’unità acritica con Rifondazione. Il punto di rottura è stata la vicenda del Protocollo. Quando i lavoratori lo hanno approvato, la sinistra in Parlamento lo ha messo a rischio tentando modifiche che, era chiaro, non avrebbero avuto una maggioranza. In definitiva, non ha riconosciuto le posizioni dei lavoratori. E Mussi dopo il 20 ottobre e agli Stati generali della sinistra ha scelto una strada diversa rispetto al progetto originario ». Nerozzi lascia Sd? «Con una battuta potrei dire che Sd lascia me, nel senso che abbandona gli obiettivi per cui è nata e nei quali tuttora credo. Ma, guardando come sta venendo fuori, io nella Cosa rossa non ci sarò». E chiosa: «Nella politica bisogna tener conto delle persone che si rappresentano. Se le persone che rappresenti sono da tutt’altra parte rispetto a te, è un bel problema».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 1 febbraio




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30 gennaio 2008

La Cosa rossa si prepara a correre da sola

Nell’attesa che si pronunci il capo dello Stato sull’esito delle consultazioni, la Cosa rossa già si prepara alle elezioni anticipate. Modulo di gioco: a quattro gambe (Sd, Verdi, Prc, Pdci), almeno per ora. Simbolo: quello senza falce e martello che, dopo essere stato derubricato a «segno grafico» per mesi, è ora prossimo all’ufficialità (con più di una resistenza da parte del Pdci). E parte pure la ricerca del candidato premier.

I movimenti pre-elettorali ruotano tutti attorno alle implicazioni della corsa solitaria annunciata da Veltroni. La posizione di Rifondazione è speculare a quella del Pd, con cui si sta consumando, in queste ore, una separazione consensuale: nessun accordo né programmatico né di coalizione, ma solo qualche forma di intesa (se possibile) per limitare i danni. Dice il capogruppo al Senato Russo Spena: «Siamo pronti ad andare da soli con la sinistra unita anche se questa legge elettorale obbligherebbe a fare coalizioni. Ciò non toglie che, dopo le elezioni, si possano fare accordi su alcuni punti programmatici in Parlamento».

Il “balliamo da soli” di Rifondazione, dicono a via del Policlinico, ha comunque un carattere strategico. È il punto di arrivo del dialogo tra Bertinotti e Veltroni che mirava - seppur con una nuova legge elettorale - proprio a dividere i propri destini. Con l’obiettivo, per il Prc, di uscire dal bipolarismo coatto e riacquistare margini di manovra, anche (e soprattutto) in caso di opposizione. Ora però, tecnicamente, il quadro si complica. La separazione politica avviene infatti con in campo una legge pensata su misura per agevolare le coalizioni. In ogni caso, dicono a Rifondazione, bisogna fare di necessità virtù e tentare la corsa solitaria. A testimoniare come il Prc si stia attrezzando davvero, è partito anche il totopremier, ovvero la ricerca di colui che dovrebbe avere il difficile compito di fronteggiare Veltroni e Berlusconi. Il candidato naturale, Fausto Bertinotti (per ora) non si è pronunciato e i suoi (per ora) neanche ne parlano. Circola l’ipotesi, assai gradita ai Verdi e a una parte di Rifondazione, del costituzionalista Stefano Rodotà: una figura di alto profilo, e fuori dai partiti, che darebbe il senso della novità. Ma siamo ancora nel campo delle possibilità.

Sul fronte interno, il “partito dell’andiamo da soli” rimette assieme componenti che hanno vissuto negli ultimi tempi più di qualche tensione: i bertinottiani puri (con la subordinata: purché si faccia la Cosa rossa) e le aree più malpanciste, come quella di Ferrero (con la subordinata: è indifferente se si faccia o meno la Cosa rossa). Ed è proprio sul soggetto «unitario e plurale» che la partita elettorale porta ad una accelerazione, costringendo, di fatto, i partiti a presentare liste comuni, pur senza sciogliersi. Su questo punto i rapporti con Diliberto, che alla falce e martello proprio non vuole rinunciare, registrano i minimi storici.

Eppure, nelle pieghe dei dettagli tecnici, si annida qualche problema politico. In queste ore il dossier Porcellum, nella parte che riguarda il capitolo alleanze, è aperto su tutti i tavoli della Cosa rossa. Col Porcellum, infatti, non è possibile fare accordi in singole regioni, dicono a Rifondazione. E non è neppure possibile, se si corre da soli alla Camera, andare in coalizione al Senato. Tradotto: se si presenta un candidato premier alla Camera è obbligatorio presentarlo anche al Senato. Soluzione? L’unica forma di accordo possibile è la desistenza. Dice Russo Spena: «La desistenza non contribuisce alla chiarezza delle posizioni. Ma una formula per evitare lo sfondamento delle destre al Senato va trovata».

E gli alleati? I Verdi, nella direzione svoltasi lo scorso fine settimana, hanno rotto ogni indugio sulla Sinistra arcobaleno, ma hanno pure ribadito che il nuovo soggetto, per loro, dovrebbe essere alleato col Pd. Sostiene Paolo Cento: «Dobbiamo lavorare per una nuova alleanza che sia diversa dalla vecchia Unione. Penso a una coalizione che tenga assieme tre soggetti: il Pd, l’area laica e socialista e la sinistra arcobaleno». Anche per Sd un accordo col Pd è più che auspicabile, ma l’asse tra Mussi e Giordano, dicono gli ex ds, reggerà qualunque sia lo scenario. Afferma Carlo Leoni: «Un nuovo centrosinistra si può fare solo se c’è una convergenza programmatica tra Pd e Sinistra arcobaleno». Per ora ognuno corre da solo.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 30 gennaio




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25 gennaio 2008

Ora Bertinotti deve convincere i suoi

Da un lato il carisma, dall’altro i numeri. L’ultima battaglia di Fausto Bertinotti presenta una novità, e non da poco. Per la prima volta Fausto rischia di essere messo in discussione nel suo partito. Già, proprio così: nel suo partito. Lui, l’uomo delle svolte, il socialista lombardiano che ha rianimato i comunisti che non volevano ammainare la loro bandiera, lui che in nome della non violenza e del rapporto con i movimenti ha portato al governo Rifondazione archiviando, con lo stalinismo, una certa visione del comunismo, ora è all’ultimo miglio. Oggetto della contesa: un governo istituzionale per il dopo Prodi. Alla vigilia della direzione del Prc di sabato, gran parte del gruppo dirigente è contrario a questa ipotesi. E i riposizionamenti interni degli avversari della Cosa rossa sono continui. Forse questo pezzo di Prc ha i numeri dalla sua. E non è escluso che sabato ci sarà la conta. Fonti vicine al presidente della Camera parlano di un Bertinotti «amareggiato», «contrariato», i cui contatti col partito, in questi ultimi tempi, si sono diradati.

Ma forse non sono i numeri l’aspetto più significativo della vicenda. La politica non è solo matematica, è anche suggestione, elemento evocativo, che in un’assemblea può diventare riflesso condizionato. Lo sanno anche gli avversari di Bertinotti che in queste ore tutto ostentano fuorché sicurezza. La politica è anche carisma. E, a vederla da lontano, questa storia sembra davvero l’ultima sfida, forse la più importante, del cammino di un leader.

Lui, Bertinotti, ha un disegno, e in questi anni lo ha perseguito. Quello che Pansa bollò come il «Parolaio rosso» tra un talk show e l’altro qualcosa l’ha detta. Magari non solo qualcosa. E di segni nel corpo del suo partito ne ha lasciati. Forse neanche tanto superficiali. In tanti convegni, dichiarazioni, interviste, ragionamenti lunghi, e spesso lunghissimi, ha spostato l’asticella sempre più avanti. Non ha fatto una Bad Godesberg, e nemmeno una Bolognina, ma ha provato a trasformare la svolta in una lunga marcia, cercando di evitare rotture e, come si dice, volando alto. Forse anche troppo per il suo partito, oltretutto in tempi in cui nessuno sa neanche cosa sia quello che nel Pci si chiamava «lavoro culturale». Lui, infatti, le sue plebi in popolo non le ha trasformate. Qui il limite e la forza del suo carisma: resiste e seduce a dispetto dei tanti mutamenti di rotta (dalla contestazione, a Genova, dei potenti della terra agli apprezzamenti a Sergio Marchionne), ma senza riuscire a fare fino in fondo i conti con la realtà. A ben vedere i bertinottiani sono pochi perché lui o è il partito o non è. Si è sempre definito comunista, ma nel suo discorso la parola è diventata più concetto che storia («un processo aperto e indefinito» disse una volta a proposito dell’attualità del comunismo). E anche il suo partito è diventato sempre meno “comunista”. Tassazione delle rendite, redistribuzione del reddito, meno flessibilità, sono parole classiche delle sinistre socialdemocratiche. Ma guai a dirsi socialdemocratici, seppure di sinistra.

È anche vero,però, che di tabù Bertinotti ne ha infranti di pesanti come statue. Nell’ottantesimo anniversario della fondazione del partito comunista - era il 2001 - pronunciò un discorso violentemente antistalinista. Seguì l’autocritica sulle foibe («Sono state minimizzate»), e, infine, la scelta per la non violenza senza aggettivi, che nella sinistra estrema non era e non è un’ovvietà. In questi anni lui è stato Rifondazione. E l’ha ulteriormente decomunistizzata portandola al governo: la radicalità, in fondo, è diventata più uno stile di pensiero che un comportamento collettivo (basti pensare alle primarie dell’Unione). Ma alla prova del governo la sua svolta, forse, si è mostrata insufficiente. Alfonso Gianni, vicinissimo a Bertinotti, la vede così: «L’idea che il governo fosse un’articolazione complessa di più elementi, sociali, economici, internazionali nel partito non è passata. Per molti è la stanza dei bottoni come per Pietro Nenni negli anni Sessanta e il problema è se i poteri veri ti lasciano premere quelli giusti o no». E il governo istituzionale, e la riforma elettorale? Non si sa nemmeno se siano davvero all’ordine del giorno, e con chi, ma dentro Rifondazione questo è già il punto dolente della svolta (possibile). Dice Gianni: «È un tabù che viene da lontano e che suona più o meno così: in un governo che isola la politica dalla questione sociale, una forza di classe non può starci. Anche perché un governo neutro non esiste, e quindi (per dirla con Marx) un governo neutro è in realtà la cabina di comando dei poteri forti».

Fausto invece è da un anno che già pensa al post Prodi: dopo il vertice di Caserta il «Prodinotti» si è rotto, ma il suo partito non l’ha seguito rimanendo nella logica dell’Unione. Lo schema bertinottiano era invece andare oltre l’Unione: sul piano istituzionale, superando un bipolarismo che considera coatto e, sul piano politico, lavorando per andare oltre Rifondazione, e costruire un contenitore adeguato per rappresentare quella sinistra diffusa che, almeno in potenza, la nascita del Pd ha messo in libertà. In queste ore il gioco di sponda con Massimo D’Alema per varare una legge di tipo tedesco prosegue. Ma neanche questa Cosa rossa, almeno per come si presenta, gli piace: lenta, macchinosa, politicista. Lo schema bertinottiano prevede una forzatura dal ponte di comando. Per farla, Fausto deve convincere i suoi.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 25 gennaio




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24 gennaio 2008

I socialisti si dividono sul dopo Prodi

E ora i socialisti si dividono sul post Prodi. Dopo il dibattito alla Camera che, di fatto, ha sancito la fine politica del governo, in casa socialista, ci si interroga sul da farsi. «Le incognite sono più delle equazioni», dice Villetti, ma la sensazione è che in queste ore, all’interno della Costituente socialista, lo schema portato avanti dallo Sdi per oltre un decennio sia sottoposto a più di qualche tensione. Quale schema? Quello per cui le alleanze possono pure cambiare (vai alla voce: Trifoglio, Girasole, Fed o Triciclo che dir si voglia) ma due punti fermi non si possono mettere in discussione: la tutela del gruppo storico dello Sdi e il rapporto privilegiato con Prodi.

Il modulo di gioco targato Sdi, seppur in versione più sfumata, ha retto finora anche nella Costituente, nella nuova versione: «i nanetti e il Prof». Ma ora non tutti i costituenti sono d’accordo con Boselli&Co e chiedono che si cambi logica. Un segnale, neanche tanto velato, sono le critiche ricevute ieri da Roberto Villetti che in aula ha recitato l’ultimo atto del prodismo. Il capogruppo dello Sdi infatti ha sparato ad alzo zero più su Veltroni che su Mastella e ha chiuso a ogni ipotesi di governo istituzionale, provando a dare l’estrema stampella a Prodi: «Il momento in cui questa crisi si è aperta non è stato quello delle dichiarazioni di Mastella alla Camera ma a Orvieto dove Veltroni ha sepolto la maggioranza che fino a oggi ha sostenuto il governo». E ha aggiunto, rivolgendosi a Prodi: «Tocca a lei ricercare una soluzione coerente che eviti la fine della legislatura». Tradotto: lo Sdi spera ancora in un Prodi bis. I malumori di molti compagni del Ps sono dovuti al fatto che non sarebbe stata questa la linea concordata all’interno della riunione del comitato promotore di due giorni fa, dove il ragionamento era stato, più o meno, questo: certo non possiamo sancire noi la fine del governo e quindi votiamo la fiducia, ma visto che da tempo abbiamo invocato «un nuovo programma e un nuovo governo» dobbiamo chiedere a Prodi, al momento della fiducia, che un minuto dopo si rechi da Napolitano per trovare una soluzione adatta alla crisi aperta. Villetti ha invece seguito lo schema prodiamo. E ora, in vista della prossima riunione dello stato maggiore socialista in calendario per domani, in molti esprimono più di un malumore. Afferma Lanfranco Turci: «Se c’è un modo per dare senso alla legislatura è un governo istituzionale con al centro la riforma elettorale secondo le indicazioni date implicitamente dal presidente Napolitano. Dovevamo esplicitare questa posizione. Voglio dire a Villetti che è stato giusto non avergli dato l’ultima pugnalata, ma l’universo del centrosinistra non ruota attorno a Prodi». Prosegue Turci: «Il destino dei socialisti non dipende né da Prodi né da Veltroni ma dalla loro capacità di iniziativa. In relazione alle voci che girano non credo che sarebbe politicamente saggio aderire al partito di Prodi nel caso in cui ne facesse uno in polemica col Pd. Piuttosto dovremmo concentrarci su di noi visto che siamo in ritardo su tutta la linea. Basti pensare alla Campania dove abbiamo ridato la fiducia a Bassolino pur non essendo coinvolti nelle lottizzazioni». Dice Gianni De Michelis: «Un minuto dopo che Prodi non c’è più il problema è se andare alle elezioni o fare un governo di transizione. Tutti hanno fatto finta di non capire ma io, lo dico apertamente, sono d’accordo con il presidente Napolitano sul governo istituzionale. Anche se questa legge per qualcuno potrebbe andare bene, occorre pensare soprattutto all’interesse del paese. Sono convinto, tra l’altro, che Berlusconi cambierà posizione». E ancora: «A differenza di Villetti penso che Prodi sia fuori gioco. Serve un governo di emergenza che affronti il tema della legge elettorale e anche la crisi economica. Noi socialisti non possiamo non esserci. Anche perché la fine di Prodi coincide con la fine di questo bipolarismo bastardo e l’inizio di una nuova fase. È ora di aprire una discussione tra di noi sui contenuti e fare un congresso vero». Anche per Spini la parola chiave è autonomia: «Il punto non è l’asse con Prodi ma un ruolo autonomo dei socialisti. Se un governo istituzionale maschera un accordo tra Veltroni e Berlusconi non va bene. Ma in linea teorica sarebbe opportuno». E l’ex ds Roberto Barbieri sostiene: «Serve un governo istituzionale nell’interesse di un paese a pezzi. Questo consentirebbe anche ai riformisti di riorganizzarsi con più distensione per il futuro. È chiaro che l’Unione va superata. Io penso a un centrosinistra costituito dal Pd, da noi e da qualcun altro sulla base di un programma omogeneo che non veda, ad esempio, il diavolo in un termovalorizzatore».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 24 gennaio




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23 gennaio 2008

Fausto sfata l'ultimo tabù, i suoi frenano

Da un lato c’è Fausto Bertinotti che (non da ieri) pensa al dopo Prodi. Dall’altro c’è una buona parte del suo partito che (non da ieri) dallo schema dell’Unione non vuole uscire. E Rifondazione, finché non ci sarà l’evidenza dei numeri, si mette in attesa degli eventi. Ma, a quanto pare, il suo gruppo dirigente ancora non considera politicamente chiusa questa esperienza di governo. O meglio, anche se lo pensa, non lo dice apertamente rinunciando a tracciare nuovi scenari. E, al contrario di Bertinotti, non nomina in relazione al governo la parola «crisi», che, nei fatti, si aperta con l’uscita di Mastella dalla maggioranza. L’ultimo tabù del Prc ha oggi un solo nome: governo istituzionale. Bertinotti lo ha superato, i suoi meno, anzi per niente.

Il quadro di ieri, e non solo di ieri, è quello del grande disordine sotto il cielo, ma di cose eccellenti, per Rifondazione e per Prodi, proprio non se ne vedono. Per non parlare della Cosa rossa (a proposito: che fine ha fatto?) che si percepisce solo quando si divide. In questo contesto, in un’intervista alla Stampa alla vigilia dell’intervento di Prodi alla Camera, Bertinotti ha messo i suoi paletti. E, parlando apertamente di «crisi di governo», ha sbattuto la notizia (e la politica) sul tavolo: per lui il governo istituzionale non sarebbe un’ipotesi da respingere, anzi. E questa ipotesi non tradirebbe, a suo giudizio, nemmeno l’impostazione classica del suo partito (il primato del sociale sul politico). Ecco sfatato l’ultimo tabù, il governo istituzionale appunto. Dice Bertinotti: «Il Parlamento soffre di una specie di separatezza col paese. La soluzione non può essere che l’avvio di una puntuale risposta, con grandi riforme che sblocchino il sistema politico-istituzionale». E ha aggiunto: «Vorrei sottolineare che la riforma della legge elettorale, le modifiche costituzionali e dei regolamenti parlamentari non sono una deviazione dai grandi temi sociali ma il modo per poter affrontare e risolvere quei problemi». Messaggio, più o meno esplicito: un governo per le riforme non significherebbe rinunciare alla propria missione. Rispetto all’impostazione del grosso del suo partito la differenza di impostazione è palpabile: «Di fronte ai messaggi inquietanti che vengono dai palazzi della politica è essenziale per noi disinvestire dal governo e tornare a investire nel progetto di una alternativa di società…» aveva detto il segretario del Prc a Liberazione in un’intervista dal taglio molto social. Opposta l’impostazione dei bertinottiani puri. Afferma Alfonso Gianni, vicinissimo al presidente della Camera: «È arrivato il momento di farsi carico delle proprie responsabilità di fronte al paese. Serve un governo di transizione che affronti il tema della legge elettorale».

La linea attorno a cui si è attestato Giordano al termine della segreteria di ieri sembra, per ora, diversa rispetto a quella del presidente della Camera: «Noi non chiediamo elezioni anticipate e nemmeno disegniamo altri scenari», ha detto al termine della riunione. Tradotto: per ora dobbiamo provare a tirare a campare con Prodi, finché dura. E fino a che Prodi dura, l’ipotesi di governo istituzionale non è all’ordine del giorno. Anche altri pezzi di Rifondazione si sono attestati su questa posizione. Ferrero su tutti, che prima della segreteria aveva tagliato corto: «Io non vedo le condizioni per un governo istituzionale. Non capisco chi lo sosterrebbe». E se Prodi non dura? Il pendolo del “né né” («né elezioni né governo istituzionale») sembra, per ora, pendere più dalla parte delle elezioni. Il ragionamento che si fa in via del Policlinico suona più o meno così: innanzi tutto bisogna vedere come va giovedì al Senato; e fino a giovedì ci attestiamo sulla linea delle elezioni per puntellare, dal nostro punto di vista, Prodi. Tra l’altro tutta la Cosa rossa è contraria al governo istituzionale, quindi meglio non produrre ulteriori fibrillazioni in un’alleanza che rischia di saltare da un momento all’altro. Ma soprattutto, dicono a Rifondazione, l’idea di un governo istituzionale per l’elettorato rosso è indigeribile, dal momento che il popolo della sinistra-sinistra in un governo con pezzi di centrodestra vedrebbe un tradimento vero e proprio. A ciò si aggiunga un’altra considerazione: ammesso che si riesca a fare un governo per la legge elettorale, questo stesso governo che colore avrebbe sul resto? Riuscirebbe a realizzare quei punti del programma dell’Unione che Rifondazione sta provando a difendere in ogni modo (dalla Amato-Ferrero alla questione dei salari)? Fin qui la pretattica in vista della prova del fuoco di giovedì. Ma al fondo del “né né” c’è anche un’altra considerazione. Il porcellum non è, vista dal Prc, una cattiva legge per prendere voti, nel senso che si tratta pur sempre di una legge proporzionale. Quello che non va - e non è un dettaglio - sono le alleanze coatte che costringe a fare. Prima di aprire al governo istituzionale, dicono, occorre dunque cautela. Ma, paradossalmente ma non troppo, è proprio sulla questione del bipolarismo coatto che molti danno ragione a Fausto. E giovedì sera potrebbe cambiare musica. Anche sull’ultimo tabù.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 23 gennaio




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19 gennaio 2008

Parte dalla Cgil la resa dei conti dentro Sd

Prima lo scontro sul Protocollo, poi la manifestazione del 20 ottobre e infine l’impostazione data agli Stati generali della sinistra. Ora, di fronte a una situazione del governo sempre più complicata e a una Cosa rossa che si divide su tutto, per qualcuno il vaso è colmo. E una parte di Sd chiede un cambio di rotta a sinistra: così non va, dice, poiché Sd in questi mesi è andata al traino di Rifondazione smarrendo le ragioni per cui, solo a marzo dell’anno scorso, uscì dai Ds. Quali? Il socialismo europeo, una visione generale, non parziale, del mondo del lavoro, l’idea di unire la sinistra sul terreno del governo e non dell’opposizione, per citare le più importanti. Quindi: occorre recuperare lo spirito delle origini a partire dai contenuti. E aprire un confronto con tutti, dai socialisti a Rifondazione. E occorre pure incalzare il Pd, che è pur sempre un alleato, sulle cose concrete. Questo in sintesi il messaggio contenuto nel documento (otto cartelle di impianto socialdemocratico purissimo) che una serie di dirigenti di peso di Sd ieri hanno messo nero su bianco e consegnato a Mussi. Che l’intento sia di arrivare a quello che una volta si chiamava un “confronto franco e schietto” lo si capisce leggendo le firme: i segretari confederali della Cgil Carla Cantone, Morena Piccinini e Paolo Nerozzi, il segretario generale della Scuola Carlo Panini e quello della Funzione pubblica Carlo Podda; il segretario generale della Cgil Lazio Walter Schiavella e il presidente dell’Inca nazionale Raffaele Minelli. Ma anche i deputati Massimo Cialente, sindaco dell’Aquila, e Angelo Lo Maglio, e il sottosegretario agli Esteri Famiano Crucianelli.

Scissione in vista? Non per ora ma così, almeno per una parte dei dirigenti di Sd, non si può andare avanti. E, a meno che Mussi non cambi linea (e non di poco) sulla Cosa rossa la separazione sembra inevitabile. Lo schema ricorda un vecchio classico: per ora si pone la questione in termini alti, che ovviamente riguarda la sinistra e il futuro del paese. Poi, come nelle migliori tradizioni, se non ci sarà una svolta, probabilmente, ognuno ne trarrà le conseguenze. Ma non è difficile intendere che, dentro Sd, sulla prospettiva politica, si sia arrivati alla resa dei conti. Basta leggere il documento.

Capitolo Cosa rossa: «Gli Stati generali hanno mancato l’obiettivo di delineare l’orizzonte politico della sinistra, di esplicitarne la sua fisionomia e il suo progetto. Si è arrivati a questo appuntamento in un deserto di partecipazione, sull’onda di una rottura strisciante con il governo Prodi e nel vivo di una contraddizione acuta con gran parte della Cgil». E sulla federazione della sinistra arcobaleno il documento prosegue: «La proposta della federazione si è rivelata essere, come era prevedibile, una soluzione tattica più che un impegno strategico. Anche il conflitto sulla legge elettorale, ma esteso ben oltre questa, testimonia quanto siano distanti sulla strategia politica i partiti della cosiddetta Cosa rossa». Capitolo socialismo europeo: «Noi abbiamo criticato il Pd e la sua ambiguità sulla collocazione politica in Europa, sul suo possibile abbandono di quel che è stato e fin qui resta l’unico referente politico europeo ed internazionale di sinistra. Ma tanto più incomprensibile è la rimozione di una questione tanto decisiva nel dibattito degli Stati generali della sinistra. Se questa bussola, al di là della retorica, dovesse smarrirsi nella stessa Sinistra democratica, sarebbe grave. Con essa si perderebbe infatti anche una delle ragioni alla base dell’ultima battaglia nel congresso dei Ds». Capitolo sindacato: «È stato un errore formulare nella manifestazione del 20 ottobre l’obiettivo improbabile di forzare in Parlamento il Protocollo sul welfare. Ne è seguita la sconfitta del voto di fiducia, una sconfitta tanto più amara, perché sull’altro versante c’era anche la Cgil e il voto di cinque milioni di lavoratori». E prosegue, parlando a Rifondazione perché Mussi intenda: «Assumere il lavoro, la sua dignità, la sua crescita, la sua funzione sociale come chiave di lettura per l’iniziativa politica è molto di più e di diverso che inseguire il sindacato con atteggiamenti parasindacali». E il governo? «Nei mesi che abbiamo alle spalle, per una parte importante della sinistra, la coalizione dell’Unione e il governo sono stati vissuti come una parentesi e una scelta tattica antiberlusconiana, più che come una strategia». Da ultimo il monito: «La scelta di unità, il rifiuto di costituirsi in partito da parte di Sd, non può significare precarietà, subalternità politica e culturale». Forse manca il capitolo finale, ma non è difficile prevederlo.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di sabato 19 gennaio




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18 gennaio 2008

Per Formica Mastella non è come Craxi

«Mastella e Craxi? Guardi le due situazioni non sono paragonabili. In comune c’è solo il tentativo di una parte della magistratura di indebolire la politica. Per il resto è tutto diverso». L’ex ministro Rino Formica, una vita in prima linea nel Psi, non vede, a differenza di altri, grandi analogie tra il caso Mastella e il caso Craxi, anzi. E in questa conversazione col Riformista spiega: «Il discorso di Craxi alla Camera, nel luglio del ’92, fu un intervento di grande nobiltà. Fu un’assunzione di responsabilità della politica su un elemento fondativo della costituzione materiale del paese attorno a cui si era strutturata la democrazia bloccata: l’uso generalizzato e politico del finanziamento illecito - ho detto: illecito, non illegale - ai partiti». E il discorso di Mastella? «È un segno della crisi di un’Italia che oggi, molto più di allora, sembra un paese organizzato per feudi. Mastella ha presentato una relazione sulla giustizia in Italia, e in aggiunta, il suo discorso che ha dato una torsione drammatizzante alla relazione. E ieri ha proseguito sulla stessa linea. Ora delle due l’una: o si tratta di uno sfogo dettato dall’amarezza oppure siamo all’emergenza democratica».

Ma Formica vuole prenderla in termini più generali: «Nel biennio 90-92 si apre una fase di transizione, mai maturata completamente, dalla democrazia bloccata alla democrazia dell’alternanza. Una parte della sinistra usò il giustizialismo per rompere il blocco del sistema politico. E si saldò con quelle forze economiche, dell’informazione, generazionali - penso ai sessantottini diventati classe dirigente - in nome della società civile. L’obiettivo: penetrare nella democrazia dell’alternanza seguendo una linea di sfondamento». E oggi? «Oggi il tutto è più miserabile. Lasciamo stare le carte, o il procuratore di Santa Maria Capua Vetere… Più o meno tutte le forze politiche sono entrate nel circuito delle responsabilità di governo compresi quelli che furono extraparlamentari di destra e di sinistra. E più o meno tutti si sono confrontati e contaminati col governo e col potere, ovvero con elementi che mettono a dura prova santi e beati. E più o meno tutti, nottetempo o all’alba, hanno compiuto trasgressioni che ne hanno compromesso l’innocenza. In fondo questa storia di Mastella ci parla di un malcostume diffuso, e non solo in Campania».

E il malcostume di quella che chiama «l’Italia dei feudi», per l’ex ministro, è dovuto a due cause: «La prima è il decentramento della gestione del potere che prima era centralizzato. Significa amministrazione di soldi, risorse, tributi in sede locale. Con la conseguenza che le bocche di contaminazione del potere si sono spostate dal centro alla periferia. Il risultato è che l’Italia è un insieme di feudi che gestiscono le risorse e il rapporto col centro è quello che aveva una volta il feudatario con l’imperatore. Si è chiesto perché i leader di tutti i partiti hanno applaudito coralmente Mastella? Non tanto perché il centro dell’impero non può offendere il feudatario Tizio, il feudatario Caio o, se vuole, il feudatario Mastella, quanto perché non può mettere in discussione l’istituto del feudo».

Prosegue Formica: «La crisi attuale è la crisi dello Stato unitario. Non è un caso che quello di Mastella sia un partito regional-familiare. Il titolo quinto della Costituzione è cambiato senza che cambiasse l’organizzazione costituzionale dello Stato. E, aggiungo, mentre continua a perdurare un’irrisolta questione meridionale e anche settentrionale. Conseguenza: mancano gli elementi unificanti dello Stato unitario. Prima c’erano un centro dominante e una periferia ossequiosa. Oggi si è rovesciato il rapporto: comanda il feudatario». La seconda causa della crisi di oggi - dice Formica - «sono le leggi elettorali che si sono succedute dal ’93, che hanno bloccato le coalizioni rendendole incomunicabili e hanno spaccato il paese, col risultato di rafforzare il potere marginale dei feudatari con rappresentanza nazionale. Faccio presente che Mastella nel suo feudo campano elegge quattro senatori».

Conclusione: «Nel ’92 il sistema politico non era affatto debole. Anche se era in ritardo nel cogliere i cambiamenti del biennio 90-92. Il Caf fu un elemento di arretratezza. Si disse che era una cupola. Non era vero, e in ogni caso fu meno cupola di quelle di oggi. Fu un errore, perché era il tentativo di governare le trasformazioni restando dentro la democrazia bloccata quando il problema era di aprire la strada alla democrazia dell’alternanza. La politica era ancora forte ma in via di indebolimento. Oggi è debole e in via di scomparsa. Lì non si colse l’elemento strutturale del cambiamento, adesso ci occupiamo di miserie. E, insisto, di feudi. Mastella lo ha ricordato ancora ieri: c’è una proliferazione di poteri esterni alla politica, cari feudatari state attenti».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di venerdì 18 gennaio




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17 gennaio 2008

Alleva: "E' ora che il governo metta mano ai contratti"

«Siamo alle solite. Ha fatto bene, anzi benissimo, il sindacato a interrompere la trattativa di fronte alla proposta di Federmeccanica». Il giuslavorista Piergiovanni Alleva, vicinissimo alla Cosa rossa, non si stupisce dello stallo sul contratto dei meccanici e in una conversazione col Riformista spiega: «L’aumento unilaterale minacciato da Federmeccanica è una mossa profondamente antisindacale. Anzi è un modo per piegare il sindacato, e per sfiduciarlo agli occhi della sua stessa base. Mi spiego: se unilateralmente gli industriali decidono un aumento di cento euro invece di centoventi, a quel punto cosa fa il sindacato? Continua la lotta per venti euro?». Alleva dietro la mossa di Federmeccanica vede un vero e proprio strappo: «L’atteggiamento di Confindustria mostra come nessun datore di lavoro accetti fino in fondo l’esistenza di un sindacato. Con gli aumenti unilaterali vuole far vedere che non riconosce il sindacato come interlocutore. In sostanza mira a minare il sistema delle relazioni industriali alla sua base. Si tratta una rottura della costituzione materiale come l’abbiamo conosciuta finora». E questa rottura ha, per Alleva, un obiettivo, neanche tanto mascherato: «Il datore di lavoro vuole spostare l’attenzione sulla contrattazione aziendale, là dove c’è, e scambiare retribuzione con più flessibilità, o aumenti degli orari di lavoro. E, al contempo, ridurre la contrattazione nazionale a qualcosa di sempre più ininfluente».

Anche il salario legato alla produttività, che tanto piace a Montezemolo, per Alleva segue questa logica: «Significa questo: io imprenditore ti do i soldi e tu lavoratore stai alle condizioni che ti impongo nella mia fabbrica. E il contratto nazionale deve garantire poco». E il “patto di produttività” gradito a Prodi e alla Cisl? «Innanzi tutto bisogna intendersi sul termine produttività. La produttività è un fatto generale, di sistema e deve essere distribuita dal contratto nazionale. Aggiungo che la contrattazione aziendale non riguarda la maggioranza dei lavoratori, anzi. Domando: nel settore del commercio quali contratti aziendali ci sono? Forse in qualche ipermercato, ma non nei piccoli esercizi e nelle botteghe. Non solo, ma in una economia sempre più terziarizzata rimandare rutto alla contratti aziendali configurerebbe una vera e propria ingiustizia sociale. Cito un dato: il 52 per cento dei lavoratori italiani lavora in imprese con meno di quindici dipendenti, dove non ci sono le Rsa ed è quindi impossibile un contratto aziendale».

Prosegue Alleva: «Diciamoci la verità, in fondo anche la Cisl vuole lo smig, il salario minimo intercategoriale, per quei poveracci che, come in America, lavorano per sette dollari l’ora. Mentre nelle aree di lavoro privilegiato, dove ci si iscrive al sindacato, la Cisl fiorisce». E chiosa: «La verità è che in questo paese la produttività non viene distribuita. Se guardiamo il reddito nazionale, la ricchezza va più ai profitti che ai salari. Questo è il dato».

Alleva fa anche una previsione sull’esito della trattativa sui meccanici: «Alla fine un accordo si troverà. Ricordo un negoziato in cui le parti non si parlavano e l’allora ministro Scotti andava da un lato all’altro del corridoio per trovare una mediazione tra rappresentanti degli industriali e sindacati. Ma anche se si raggiungerà un’intesa il problema rimane aperto se non si mette mano al sistema contrattuale». Per il giuslavorista, infatti, il punto è più di fondo: «La crisi dei salari in questo paese è iniziata con l’accordo del ’93, col superamento definitivo della scala mobile. E il nuovo sistema introdotto, a doppio livello di contrattazione, non ha funzionato del tutto». Chiarisce Alleva: «La contrattazione nazionale più o meno ha tenuto perché ha una grande tradizione. Quella di secondo livello no perché non ci sono norme che garantiscono la contrattazione territoriale o aziendale. Quindi, da allora, i contratti nazionali non sono riusciti a distribuire aumenti di ricchezza perché, essendo finalizzati al recupero dell’inflazione questa è stata identificata con quella programmata più bassa di quella reale». Conseguenza? «La contrattazione nazionale non ha garantito l’adeguamento salariale e quella aziendale ha riguardato un numero assai ristretto di lavoratori. Col risultato che complessivamente, nel reddito nazionale, la ricchezza si è spostata più dalla parte del profitto e delle rendite che sui salari».

E il governo? «Dovrebbe fare una cosa davvero importante: una legge di sostegno alla contrattazione aziendale di secondo livello con la finalità di giungere a un sistema realmente funzionante, basato sulla contrattazione nazionale che distribuisce la redditività generale e quella aziendale che distribuisce quella ulteriore. Il rinnovo del modello contrattuale non può essere rimandato all’infinito. Abbiamo bisogno di una legge che ci dica come si regolamentano le condizioni di una effettiva dialettica collettiva, che ad oggi, non è più garantita. L’illusione di Giugni del ’93 che non considerò obbligatoria la contrattazione di secondo livello è stata smentita dai fatti. Si può dire, a distanza di quindici anni, che quell’accordo ha sì salvato l’Italia ma lo hanno pagato i lavoratori, i cui salari, in termini reali, sono oggi tra gli ultimi in Europa».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di giovedì 17 gennaio




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16 gennaio 2008

Nerozzi: "Confindustria cambi metodo"

Il cessate il fuoco tra le parti ancora non c’è. Ed è anche difficile che la trattativa riprenda sul suo binario naturale: il negoziato sui metalmeccanici sembra legato all’opera esplorativa del ministro del Lavoro Damiano. Il quale, in una serie di incontri separati con Federmeccanica e sindacati, ha provato ieri a capire i punti di una possibile mediazione. Per ora, gli imprenditori hanno sospeso la decisione sugli aumenti contrattuali unilaterali ma le posizioni restano assai distanti. E domani si svolgerà il prossimo round. Il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi non cela il suo disappunto: «La responsabilità è solo di Federmeccanica. Spero che Confindustria mostri un atteggiamento più responsabile. Dal momento che un cattivo esito sul contratto dei meccanici peserebbe su tutti i tavoli in cui siamo impegnati anche con l’associazione degli imprenditori». E, in una conversazione col Riformista, spiega: «È opportuno ripercorrere quello che è successo, perché è molto grave sia dal punto di vista del metodo che del merito. Nel metodo: lunedì mattina alle nove sarebbe dovuta iniziare la trattativa sul rinnovo del contratto. Federmeccanica non solo si è seduta al tavolo alle quattro del pomeriggio, ma ha pure presentato un documento finale ultimativo a conferenza stampa già convocata. In sostanza ha detto ai sindacati: prendere o lasciare. Un episodio così, almeno a memoria mia, non era mai accaduto nella storia delle relazioni sindacali, almeno con Federmeccanica». Sul merito prosegue Nerozzi: «Nel documento presentato sono stati modificati punti già concordati tra le parti. Anche questo aspetto è grave sotto il profilo dell’affidabilità». E su Damiano: «Il governo ha fatto bene ad intervenire ma Confindustria deve trattare. E aggiungo: serve un accordo soddisfacente, a partire dall’aumento salariale mensile». I sindacati chiedono 117 euro lordi al mese, gli industriali ne hanno proposti 120 a decorrere da gennaio 2008 fino a dicembre 2009, risolvendo con 250 euro di «una tantum» i sei mesi in cui il contratto è scaduto (da giugno 2007). Dice Nerozzi: «Se è vero che le condizioni di lavoro sono faticose se non drammatiche, come hanno dimostrato anche le tragedie recenti, mi sarei aspettato da Confindustria e Federmeccanica più sobrietà, attenzione e rispetto per i lavoratori».

Il segretario della Cgil, sull’ultima proposta di Federmeccanica, che gli industriali ancora ieri consideravano praticamente quasi definitiva, non usa mezzi termini: «Si tratta di una risposta umiliante per il mondo del lavoro. E la protesta operaia, in queste ore molto forte in tutto il paese, è del tutto comprensibile. Noi ci sentiamo a fianco dei lavoratori e vorremmo che tutti quelli che in questi mesi hanno mostrato sensibilità sui temi del lavoro si adoperassero affinché la trattativa abbia un esito positivo. Non può essere che in questi momenti gli operai, per molti, diventano invisibili». Il presidente degli industriali Montezemolo ha parlato di «una parte dei sindacati che non vuole rinnovare i contratti». Per Nerozzi, ma più in generale per la Cgil che ieri ha riunito il suo direttivo, le responsabilità vanno esattamente rovesciate: «Montezemolo ha confuso la Fiom con Federmeccanica. Constato che tutti dicono che la questione salariale è centrale per il futuro del paese. Dopo di che questo negoziato è emblematico delle differenze di comportamento tra noi e Confindustria». Poi avverte: «Un risultato negativo sui meccanici rimetterebbe in discussione le trattative che si stanno aprendo e, mi rivolgo a Confindustria, peserebbe come un macigno sulla discussione sul modello contrattuale. Nei prossimi giorni convocheremo i direttivi unitari e valuteremo le iniziative da prendere».

Quanto poi all’ipotesi, avanzata dagli industriali, di dare aumenti unilaterali Nerozzi la mette giù dura: «Se la giunta di Federmeccanica deliberasse autonomamente sulla questione del salario metterebbe in discussione il contratto nazionale. Sarebbe grave e inaccettabile. Qualora intraprendesse questa via, mostrerebbe la volontà di non voler chiudere gli accordi». Ma dietro la mossa di Federmeccanica il segretario confederale della Cgil vede anche un altro intento: «Non vorrei che aver fatto saltare il tavolo fosse una manfrina per chiedere al governo ulteriori sgravi fiscali. Se così fosse mi permetto di ricordare che di poveri, ovvero di quelli che hanno bisogno di aiuti fiscali, ce ne sono tanti prima di Federmeccanica. E mettere in mezzo i lavoratori non è corretto dal punto di vista etico per una associazione, mi riferisco a Confindustria, che come i sindacati confederale dovrebbe sempre avere una visione generale degli interessi del paese».

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di mercoledì 16 gennaio




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15 gennaio 2008

La Cosa rossa aspetta Prodi e si divide su Cipputi

A voler fotografare l’incontro di oggi tra i segretari della Cosa rossa e il premier si potrebbe dire: un documento, quattro tattiche. A voler prevedere il futuro si potrebbe dire soltanto: quattro tattiche. Punto. Pure a proposito della questione operaia, sulla quale la sinistra-sinistra dovrebbe avere delle importanti parole comuni da spendere. Specie in tempi in cui, per ruolo o per convinzione, ne (ri)parlano quasi tutti, almeno da quando la tragedia della Thyssen sembra aver fatto riscoprire (a molti) l’esistenza di una figura che sembrava scomparsa dal lessico politico: l’operaio, appunto. «Dobbiamo tornare in prima linea. Dobbiamo tornare con fatica a sporcarci le mani con le condizioni del lavoro» ammoniva (la sinistra e anche il sindacato) sabato su Repubblica Guglielmo Epifani. Gli faceva eco Fausto Bertinotti il giorno successivo, sempre dalle colonne di Repubblica: «Dal referendum sulla scala mobile in poi i lavoratori sono diventati come invisibili, la classe operaia come scomparsa dalla scena del paese. Bene, è ora di riaprire una grande e certo complessa e impegnativa discussione sul ruolo e sul destino dei lavoratori, e di portata più ampia rispetto al nodo irrinunciabile degli aumenti salariali».

Cosa c’entra la verifica con la questione operaia? C’entra, eccome. Perché, al di là dei documenti, (importanti s’intende) e al di là della tattica (sacrosanta, ci mancherebbe), quelli che dal palco della Nuova Fiera di Roma si proclamavano rappresentanti politici delle tute blu che furono, o del Cipputi post-moderno che sarà, un punto di vista comune - sul lavoro - non ce l’hanno. Emblematico il fatto che non riescono a mettersi d’accordo sulla conferenza operaia che Rifondazione sta organizzando per il 9 febbraio a Torino. In che senso? Il partito di Bertinotti va avanti come un treno - certo col suo punto di vista - anche a dispetto della collegialità nella Cosa rossa. E gli altri? Si lamentano della mancanza di collegialità e tirano il freno. E la Cosa arcobaleno pare il Titanic in attesa del prossimo iceberg. All’iniziativa di Torino seguiranno altre assemblee di lavoratori, sempre organizzate da Rifondazione, a Milano (sul lavoro in Europa), a Roma (sul pubblico impiego), a Napoli (sulla nuova economia del Mezzogiorno), a Palermo (sul lavoro nel regno dell’illegalità). Dice il responsabile economico Maurizio Zipponi: «Vogliamo parlare di cosa significa essere operai oggi. Per noi quella parola va declinata in relazione alle grandi trasformazioni del lavoro. Gli operai di oggi sono i lavoratori dei call center o degli ipermercati, o anche una parte del popolo delle partite Iva. Il nostro obiettivo, nelle assemblee che promuoveremo, è parlare delle condizioni materiali del lavoro in Italia ed elaborare proposte politiche: a partire da un libro bianco sul mercato del lavoro». E gli alleati? Dice il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli: «Non so cosa sia la conferenza operaia. Noi non siamo stati nemmeno invitati. Tra l’altro il mondo del lavoro per noi è più articolato. Ci sono gli operai certo, ma anche gli autonomi, il terziario. Serve più attenzione su tutto». Pure il Pdci dice di non saperne niente. E Sd avrebbe preferito prima la condivisione di una piattaforma comune sul lavoro.

Già, un punto di vista comune: anche a volerlo cercare è difficile trovarlo. Non resta che la tattica. Anzi le quattro tattiche: quelle di oggi sul programma di governo e quelle di domani (sulla bozza Bianco) quando ogni partito si troverà a decidere del proprio primum vivere. Oggi i segretari della Cosa rossa presenteranno al premier le loro richieste sulla verifica. Ma ognuno gioca una sua partita. Il documento: cinque cartelle per chiedere un’inversione di rotta su salari, lotta alla precarietà, ambiente, welfare, diritti. Le partite: Rifondazione si gioca la carta di lotta e di governo ed è pronta a votare sì alla bozza Bianco modificata, Verdi e Pdci sono pronti a votare no (e non prendono neanche in considerazione l’uscita dal governo), Sd media.

Che non tiri aria di rottura (con Prodi), almeno per ora, lo si capisce dal fatto che alcune richieste il premier le ha già fatte proprie nel primo incontro tra le forze di maggioranza. Su tutte, la centralità della questione salariale e l’armonizzazione al 20 per cento delle rendite finanziarie. Certo, c’è il capitolo precarietà su cui Rifondazione non cede di un millimetro (vai al capitolo: legge Biagi) o quello sulla riduzione delle spese militari, per non parlare della richiesta di una moratoria sulla base di Vicenza: tutte richieste cui, realisticamente, il governo non potrà andare incontro. E c’è il referendum di Rifondazione: il Prc si riserverà di valutare la permanenza al governo chiamando a raccolta gli iscritti sull’esito della verifica. Ma, almeno finché sul tavolo c’è la legge elettorale, Giordano non ha alcuna intenzione di rompere. La via d’uscita (dal governo) è comunque pronta: il referendum tra gli iscritti appunto. Per ora si aspetta. E ci si divide pure su Cipputi.

Alessandro De Angelis

da Il Riformista di martedì 15 gennaio




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